L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ai piedi della dea

di Antonino Trotta

Gran finale di stagione per Lingotto Musica: un’arcidivina Anne-Sophie Mutter illumina il palco accanto a Vasily Petrenko e alla Royal Philharmonic Orchestra in una serata destinata a restare nella memoria del pubblico torinese.

Torino, 22 maggio 2026 – Ci sono serate che nascono importanti già sulla carta, e poi ci sono serate come questa, sospese in quell’elettricità rarissima che attraversa il pubblico ben prima che si spengano le luci in sala. Per l’ultimo appuntamento della stagione 2025/26, Lingotto Musica ha consegnato il proprio palcoscenico a una figura che appartiene ormai più al mito che alla semplice cronaca concertistica: Anne-Sophie Mutter. E l’attesa, quasi spasmodica, ha avuto giustamente il sapore delle grandi occasioni, di quelle destinate a imprimersi nella memoria di una comunità che vive con e per la musica. Cinquant’anni di carriera accompagnano oggi l’artista tedesca, cinque decenni trascorsi ai vertici assoluti del violinismo mondiale senza che il tempo ne abbia scalfito il magnetismo, il fascino o quella presenza scenica insieme aristocratica e incendiaria che continua a renderla unica. Del resto, il destino di Anne-Sophie Mutter sembrò compiersi prestissimo: appena tredicenne, impressionò Herbert von Karajan durante il Festival di Lucerna del 1976, tanto da essere invitata poco dopo a debuttare con i Berliner Philharmoniker al Festival di Salisburgo. Da allora quella ragazza dai capelli biondi e dal suono già inconfondibile non ha mai smesso di incantare il mondo, trasformandosi in una delle ultime autentiche dive della musica classica.

Ciò che rende Anne-Sophie Mutter un’artista inarrivabile non è soltanto la perfezione tecnica – pure sbalorditiva – ma il modo in cui essa si dissolve dentro l’urgenza dell’espressione. Nel suo suonare non esiste mai compiacimento virtuosistico: anche i passaggi più impervi scorrono con una spontaneità disarmante, come se il violino respirasse insieme a lei. È un dominio assoluto dello strumento che non ha bisogno di ostentarsi, perché vive interamente nella qualità del suono, nell’intelligenza del fraseggio, nella tensione emotiva che attraversa ogni battuta. Dal suo Stradivari “Lord Dunn-Raven” del 1710 emerge una voce di abbagliante purezza, tersa e luminosa, ma capace al tempo stesso di incendiarsi improvvisamente di accenti febbrili e dannatamente sensuali. Ogni nota possiede peso, colore, intenzione; ogni arcata si distende con un’eleganza ipnotica, sostenuta da un controllo prodigioso dell’emissione e da una cantabilità che non conosce fine. È proprio questa combinazione di rigore assoluto e libertà espressiva, di aristocratica misura e ardore fisico, a fare della Mutter un’esperienza d’ascolto che trascende la semplice esecuzione musicale per trasformarsi in qualcosa di profondamente sacrale.

Al Lingotto di Torino, dove debutta in compagnia della magnifica Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko, la dea scende nell’universo beethoveniano con un’autorità sovrana. Fin dalle prime battute del Concerto in re maggiore op. 61, ella sa impossessarsi dello spazio sonoro non attraverso il gesto spettacolare, ma con una forza di attrazione più sottile e irresistibile: quella di un fraseggio che canta, si anima, ammalia. Beethoven, tra le sue mani, perde ogni monumentalità marmorea per ritrovare invece una dimensione carnale, umanissima, estatica. L’intesa con Vasily Petrenko appare immediatamente totale: il direttore russo rifugge qualsiasi imponenza e costruisce invece un Beethoven di luminosa trasparenza, lasciando che la musica si espanda con naturalezza contemplativa. Nell’Allegro ma non troppo il celebre pulsare dei timpani non viene trasformato in gesto retorico, ma rimane un battito sommesso e costante sopra cui il discorso orchestrale si distende con ampiezza serena, senza mai perdere coerenza interna. Tutto respira con un equilibrio miracoloso fra slancio romantico e misura classica. Mutter, dal canto suo, sa perfettamente integrarsi nel sostrato orchestrale pur svettando nell’iperuranio sonoro grazie a quel vibrato sinuoso, caldo e avvolgente, che sembra propagarsi ben oltre le corde del suo Stradivari fino a mettere in risonanza qualcosa di profondissimo nell’ascoltatore. Anche nei passaggi più vertiginosamente virtuosistici, affrontati con una sicurezza ormai trascendente, il virtuosismo resta sempre interiorizzato, nascosto dentro la purezza della linea e la naturalezza del canto. Di straordinaria intensità il Larghetto, vertice contemplativo dell’intera esecuzione. Qui il tempo si arresta: il suono della Mutter si assottiglia fino a diventare impalpabile, eppure conserva sempre una tensione segreta, una vibrazione interiore che rende ogni frase necessaria. Le arcate si susseguono come sospiri, mentre Petrenko accompagna con una delicatezza cameristica, lasciando emergere tutta la dimensione spirituale della pagina. Poi, senza fratture, irrompe il Rondò finale, e con esso una nuova energia: danzante, scintillante, attraversata da una vitalità irresistibile. Mutter ne coglie perfettamente il carattere insieme danzereccio e popolare, pur rimanendo il movimento confinato entro uno spettro di sopraffina nobiltà, alternando eleganza suprema e leggerezza giocosa. Così il concerto si chiude in un’esplosione di luce e movimento, salutata da un pubblico ormai completamente conquistato dalla dea del violino. Un bis è inevitabile, e la scelta cade su Likoo (2026), pagina firmata da Aftab Darvishi insieme alla stessa Anne-Sophie Mutter: un brano di intensa rarefazione poetica, quasi un canto sospeso nel vuoto, dove il violino sembra trasformarsi in voce interiore che dopo la solarità beethoveniana riporta la sala in una dimensione di ascolto raccolto e quasi mistico.

Dopo l’estasi beethoveniana, la seconda parte della serata conduce il pubblico dentro l’universo sterminato della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, autentica cattedrale sonora in cui tragedia, memoria e slancio vitale convivono in equilibrio precario. Qui Vasily Petrenko abbandona ogni intimismo cameristico per liberare tutta la potenza architettonica della partitura, senza però rinunciare a quella chiarezza di visione che costituisce il tratto distintivo della sua direzione. Fin dalla celebre Marcia funebre iniziale, la Royal Philharmonic Orchestra impressiona per compattezza, lucidità tecnica e ricchezza timbrica. Gli ottoni sfoggiano una solennità tagliente ma mai brutale, gli archi producono lame di suono taglienti e scurissime, mentre i legni cesellano ogni intervento con una raffinatezza eccelsa. Colpisce soprattutto la qualità dell’ascolto reciproco: ogni dettaglio emerge con nitidezza, ogni climax viene costruita con pazienza e controllo assoluto delle dinamiche. Petrenko evita accuratamente qualsiasi retorica ipertrofica, preferendo una lettura tesa, mobile, continuamente attraversata da contrasti emotivi. Così anche il celeberrimo Adagietto rifugge ogni sentimentalismo oleografico per diventare un momento di sospensione purissima, di struggente fragilità. E nel gigantesco Rondò-Finale conclusivo orchestra e direttore raggiungono forse il vertice della serata: la macchina mahleriana si accende in tutta la sua vertiginosa complessità contrappuntistica, ma senza mai perdere trasparenza, slancio o precisione

Così si chiude una serata di rarissima intensità, sospesa fra la trascendenza sonora di Anne-Sophie Mutter e gli abissi visionari di Gustav Mahler, magnificamente attraversati da Vasily Petrenko e da una Royal Philharmonic Orchestra in stato di grazia. Un congedo degno di una stagione che ha confermato ancora una volta l’altissimo profilo artistico di Lingotto Musica, mentre lo sguardo già si volge alla prossima programmazione, recentemente annunciata, che promette di rinnovare quell’idea di grande concertismo internazionale, da sempre, una delle cifre distintive dell’istituzione torinese.

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CD, Anne-Sophie Mutter, Hommage à Penderecki

Roma, Concerto Pappano/Mutter, 18/01/2018

Salisburgo, concerto Muti - Mutter, 16/08/2015

 


 

 

 
 
 

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