Ieri e oggi
Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi si uniscono ai contemporanei Muraca, Musumeci e Piraino per il concerto del Teatro Massimo Bellini di Catania dedicato alla Festa della Repubblica.
CATANIA, 1° giugno 2026 - Tre pagine contemporanee, tutte commissionate dal Massimo Bellini, di cui due prime esecuzioni assolute: questo è il piatto forte del concerto per la Festa della Repubblica del Teatro catanese – e se i debutti fan piacere, ancor più l'idea che una novità possa essere ripresa e vivere oltre la circostanza d'esordio. Il trittico odierno, mescolato a un classico programma sinfonico corale d'estrazione operistica, presenta per di più tre diversi volti della musica di oggi, tre diverse declinazioni della creazione d'occasione.
Hymnus Sidereus è la pagina già nota, scritta da Francesco Muraca nel 2024 sul testo di Elisabetta Cattaneo L'emblema della Repubblica italiana, ed è quella più allineata alla vecchia scuola. A un ascolto alla cieca, senza sapere chi e quando l'abbia scritta, istintivamente si sarebbe portati a collocare la partitura un secolo fa e ad attribuirla alla penna di un ammiratore ed epigono di Puccini non esente da influenze mascagnane che finiscono per materializzarsi con evidenza ancor maggiore.
Le pietre e la coscienza, epigrafe civile su testi di Pietro Calamandrei, per basso, coro e orchestra, op. 117 di Matteo Musumeci pone, invece, sul piatto una diversa riflessione. Le parole di Calamandrei hanno una forza retorica intatta, intendendo per retorica non la frequente accezione negativa di vacuo artificio, bensì l'originaria arte del dire perché il valore un contenuto sia espresso nel modo migliore possibile. Già l'incipit “Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani” tocca nel profondo chi conosca la storia e sia una brava persona, una persona che si riconosce negli ideali della Costituzione. Non un accento fuori posto, nessuna enfasi sopra le righe, tutta la fermezza di chi crede in ciò che è giusto e lo difende, senza se e senza ma. Dalla fiera risposta all'arroganza nazifascista al richiamo finale a “libertà, dignità, uguaglianza”, le parole di Calamandrei sono così belle e vere da muovere vere lacrime e sussulti ideali. Ma, vien da chiedersi: questo testo mirabile, è un testo cantabile o piuttosto un testo da leggere o declamare? Si propende per la seconda opzione, anche perché il pezzo di Musumeci, nel mettersi al servizio sacrosanto del Padre Costituente, rimane sempre in secondo piano e ci fa perfino domandare se non fosse, semmai, preferibile una forma decisa di melologo – senza nulla togliere alla solennità dell'intonazione di Alessio Cacciamani.
C'è, infine, In memoriam, pro omnibus victimis bellorum per coro e orchestra con testo e musica di Simone Piraino: un bel pezzo di musica sacra di oggi, costruita in maniera solida intorno al significato di un doloroso war requiem, scandito da rintocchi di campana (al momento ventisei, uno per ogni anno di conflitto nel secolo in corso), in una stratificazione di registri e timbri che cresce e si sviluppa in densità e tensione per poi ripiegarsi nella dolcezza consolatoria del finale. L'equilibrio fra significante e significato, fra dottrina ed espressione sono i tratti d'un lavoro di ottima fattura.
Il resto del programma, diretto da Salvatore Percacciolo, presenta una serie piuttosto omogenea di pagine dell'Ottocento operistico: sinfonia e prima scena, con cavatina di Oroveso, da Norma; sinfonia, introduzione e cavatina di Zaccaria da Nabucco; preludio e introduzione da Moïse et Pharaon (in italiano); Sinfonia con coro di Poliuto. Tutte pagine che, oltre alla prossimità di forme e organico, condividono un senso del sacro (siano druidi, ebrei o cristiani: uno stato libero e democratico non si identifica in una fede, ma accoglie tutti nella condivisione degli ideali della Costituzione) e un ardente desiderio di libertà.
Spiace che i lavori di restauro del Teatro Massimo Bellini abbiano impedito di godere della meravigliosa acustica e della bellezza della sala. Un peccato, sì, mitigato dall'idea che possa essere un'ottima scusa per tornare a Catania e gustare, con le bellezze, i sapori e la cordialità siciliane, anche i pregi del teatro riaperto. Intanto, però, ripiegando sul moderno Metropolitan, evidentemente non pensato per questo tipo di musica, purtroppo non possiamo non constatare come l'amplificazione abbia penalizzato l'ascolto, lasciando auspicare un affinamento futuro o, al massimo, almeno un abbandono di questo “sostegno”. Meglio, forse, un suono un po' sordo e secco rispetto a casse che purtroppo tendono ad appiattire le dinamiche, alzare i volumi, inghiottire il coro (che s'intuisce valido e ben preparato da Massimo Fiocchi Malaspina), penalizzare la vocalità interessante, di emissione morbida e omogenea, buon timbro e fraseggio chiaro di Cacciamani.
Se gli inciampi acustici sono dettati da una contingenza che si sarà potuta facilmente correggere e durerà comunque solo pochi mesi, un altro appunto va comunque fatto. Nella locandina e nel programma di sala il preludio e l'introduzione di Moïse et Pharaon (Parigi 1827) sono erroneamente attribuite a Mosé in Egitto (Napoli 1818-19), che è opera diversa in cui non è presente nemmeno una nota o un verso di quelli ascoltati a Catania. È vero che nel Moïse (in quattro atti) confluisce molta musica proveniente da Mosé in Egitto (in tre atti), ma questo non rende le opere equivalenti, tant'è vero che semmai il Moïse è circolato in traduzione italiana con il titolo semplicemente di Mosé ed è da questa versione che viene la pagina in programma, con il coro “Ah dell'empio”. Si tratta, peraltro, di una situazione (gli ebrei, alle porte di Menfi, lamentano la schivitù, Mosé li esorta a credere in Dio e riceve le tavole della Legge) che nemmeno esiste nell'opera napoletana (che si apre già con l'Egitto immerso nelle tenebre). Attribuire questa scena al Mosé in Egitto e non a Moïse/Mosé potrebbe equivalere a scambiare pagine cantate da Elisabetta I in opere di Rossini, Donizetti o Britten, o ad attribuire la grande aria di Néocles (tenore) da Le siège de Corinthe a Calbo (contralto) in Maometto II, dato che quella deriva da questa e i personaggi sono drammaturgicamente equivalenti. Quello che sembra un eccesso di zelo, aggiungere la specifica “in Egitto” al nome di Mosé nel titolo italiano, diventa allora una svista che fa aggrottare le sopracciglia al rossiniano accorto e fornisce informazioni fuorvianti al pubblico meno esperto. Fornisce, però, anche un'altra occasione per ricordare le parole sono importanti quanto la musica, che nulla si possa mai dare per scontato, che la consapevolezza e la possibilità di conoscere sono alla base dell'ascolto di un concerto come di quelle “libertà, dignità, uguaglianza” celebrate da Calamandrei. Proprio queste parole ci accompagnano, commossi, alla fine della serata, a un compleanno di riflessione per la nostra Repubblica bella, delicata e un po' malandata.
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Brescia, Norma, 30/09-02/10/2022
Pesaro, Moïse et Pharaon, 06/08/2021
