Alba e crepuscolo del Romanticismo
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia termina la stagione 2025/2026 con un concerto dal programma accattivante: l’ Ouverture op. 21 dal Sogno di una notte di mezza estate e il Concerto per violino in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn Bartholdy, seguiti dalla Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Elegante e chiara la direzione di Jacub Hrůša, fenomenale l’esecuzione del Concerto di Mendelssohn da parte di Karen Gomyo.
ROMA, 18 giugno 2026 – Il concerto di chiusura della stagione 2025/2026 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è all’insegna di due autori che incarnano, a loro modo, la quintessenza del Romanticismo e ne delimitano, in certo senso, l’alba e il tramonto: parlo di Mendelssohn e Čajkovskij. Una coda romantica, insomma, questa della presente stagione ceciliana, considerando che il penultimo concerto ha visto trionfare una straordinaria Damnation de Faust , sotto l’augusta direzione di Charles Dutoit (leggi la recensione).
Il concerto è ordinatamente bipartito, con il primo tempo interamente dedicato a Felix Mendelssohn Bartholdy. Si apre con l’ouverture dalle musiche per il Midsummer Night’s Dream di Shakespeare, di cui Jacub Hrůša dona una lettura soffusa, esteticamente aggraziata, direi contemplativa. Lo suggeriscono il certosino lavoro sui volumi, le studiate progressioni e il risalto degli impasti fra archi e legni, ovvero quegli elementi così ben descritti da O. Bossini nel programma di sala: «gli accordi incantati dei fiati, che scendono come rugiada sulle orecchie degli ascoltatori facendo sbocciare il mondo fiabesco del Sogno ». Hrůša coglie l’atmosfera fiabesca, fatata, senza obliare l’elemento più rozzo, villereccio. Vi sono, senza dubbio, esempi di direzioni più incisive di questa ouverture , che ne esaltano maggiormente la spinta puramente ritmica; semplicemente, Hrůša sceglie un’altra via, quella analitica, estetica. Il risultato è egualmente apprezzabile. La magia sul palco, però, si viene a creare con l’esecuzione del Concerto per violino di Mendelssohn; peraltro, la scelta dell’accostamento fra l’ ouverture del Midsummer Night’s Dream e il Concerto per violino racchiude in sé la parabola artistica del compositore, che guadagnò celebrità proprio sulle note shakespeariane e lasciò estrema, ultima grande testimonianza di sé proprio nel concerto. L’esecuzione è stata stupenda, grazie ad una concertazione, quella di Hrůša, attentissima al dato timbrico e che largheggia per permettere alla corda del violino di espandersi: il tutto, peraltro, senza sfibrare la tenuta agogica generale. Il suono orchestrale è magnifico e a dir poco sublime appare l’interpretazione di Karen Gamyo. Dotata di un prodigioso controllo del suono e del timbro, la solista è in grado di variare cromaticamente tutti i passaggi del concerto, sempre centrata nell’intonazione, nel legato e nel fraseggio. Nel I movimento si palesano chiaramente tutte queste sue doti, compreso un naturale gusto per il suono, intenso in senso puramente fisico: l’interprete, infatti, si serve di tutto lo strumento, giocando con timbriche, glissando e impastando sapientemente i virtuosismi richiesti. Gamyo eccelle, come ho già avuto modo di notare, proprio nel legato, producendo un intenso vibrato e note filate, di tersa pulizia, con effetto mozzafiato. La cadenza del I è magistrale per freschezza e intensità. Il lirismo del II movimento è condito con studiati passaggi in vibrato e modulazioni di volume, che ne accentuano il carattere cantabile. Il III movimento è un tripudio di virtuosismo, nel quale l’interprete mostra la sua sensibilità, la speditezza del puro dato ritmico, variato grazie ad accenti studiati. Il risultato è, appunto, mirabile. Hrůša, l’orchestra e Gamyo eseguono un Concerto per violino indimenticabile. È bene sottolineare ancora un elemento: la virtuosa violinista colpisce, al netto di un talento cristallino, soprattutto per la sua presenza sul palco, per la sua aura, lo charme , l’eleganza, la grazia, tutte doti magnetiche che seducono gli spettatori. Una pioggia di applausi scende dalla sala. Gamyo regala due bis: un movimento della Sonata in mi minore op. 3, n. 5 di Jean-Marie Leclair, in coppia con il primo violino, Andrea Obiso e il quarto dei Tango Étude di Astor Piazzolla, compositore a lei particolarmente congeniale visto che ha inciso in CD ( A Piazzolla Trilogy ) proprio un’antologia dei Tango Étude.
Il secondo tempo volge lo sguardo all’autunno del Romanticismo, di cui la Quarta di Čajkovskij riassume l’essenza. L’approccio di Hrůša cambia, però, sensibilmente. Forte di una direzione convincente e coerente, il direttore si cimenta ora con un’architettura complessa e variegata, spaginando la Quarta con intelligenza e gusto. Il gesto, rispetto al primo tempo, acquista di energia, di verve , di nettezza, come si nota nel I e, ancor più, nel IV movimento, rutilante e poderoso. Le verticalizzazioni acquistano in potenza, trascinando il pubblico in un discorso agogico/ritmico volto a carpire ogni venatura della partitura čajkovskijana. Il lavoro sulle strutture e sull’architettura, oltre che apprezzarsi nel I movimento (nell’alternanza dei temi, tutti resi nei loro precipui colori), convince per una curatissima resa dei movimenti centrali. L’ Andantino riesce limpido non solo per l’equilibrio tutto lirico di volumi e timbri, ma anche per l’agogica ben scandita, tanto da proiettare sempre ‘in avanti’ l’ascoltatore. Lo stesso effetto si ha nello Scherzo , costruito sul moto perpetuo di un articolato pizzicato degli archi: qui, oltre agli accenti, il buon lavoro di Hrůša si vede anche e soprattutto nelle dinamiche dei volumi. Il fiammeggiante IV movimento, il Finale , è tutto slanciato a strappare l’applauso finale e vi riesce, grazie alla sua pura energia.
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