De Amicitia sulle sponde della Diana
A Siena l'omaggio a Hans Werner Henze dell'Accademia Chigiana raduna musicisti eccellenti in varie formazioni cameristiche fra nuove composizioni e le sfumature dell'alea.
SIENA, 31 luglio 2026 - La Diana esiste davvero? No, nessun fiume scorre a Siena o sotto di essa, geografia e geologia non lasciano dubbi. Eppure il fiume fantasma, il fiume leggendario c'è. Si sente a volte mormorare, si avverte una presenza che scorre nella città, uno spirito inafferrabile che possiede che è disposto a intercettarlo, tant'è che a Siena gli occhi possono riempirsi di lacrime senza una ragione oggettiva, solo per simpatia al suono dei tamburi, di un canto, o perfino di un silenzio. Il mormorìo della Diana, appunto, come l'eco della Marcia del Palio o della Canzone della Verbena ormai rappresa nelle pietre del centro.
A Siena tutto è suono, anche il silenzio, e pare quasi naturale che nel tessuto della comunità si intrecci quello dell'Accademia Chigiana, la cultura musicale come base quasi genetica, vissuta nel sangue fin dalla culla e tramandata di generazione in generazione e la cultura musicale cosiddetta alta, d'arte, che pure si condivide di maestro in allievo, di collega in collega. Il bello della ricchissima stagione Chigiana è proprio nel pulsare serrato di concerti in cui si incontrano allievi, ex allievi, docenti ed ex docenti rendendo sempre viva e attuale un'arte fatta di incontri e scambi perpetui.
Un altro mondo, alle 19 nel salone di un Palazzo Chigi Saracini tutto circondato dal giallo dell'Aquila festante, ruota intorno alla letteratura per flauto dal secondo Novecento a oggi, facendo perno su tre anniversari coincidenti: i cento anni dalla nascita di Hans Werner Henze, Franco Evangelisti e Morton Feldman. A loro si affiancano la voce già storica di Olivier Messiaen (Le merle noir), quella di Aulis Sallinen (classe 1935) e del più giovane Lorenzo Conte (al secolo Brian Earl, milanese, nato nel 1959 e presente in sala). Di quest'ultimo è Δορκὰς (Dorkàs) – Un altro mondo op. 55 del 2025, affascinante piccola suite ispirata alla poesia lirica greca e al mito della pleiade Taigete, mutata in cerbiatta da Artemide per sottrarla alle brame di Zeus. Un dialogo fra flauto e viola di sorprendente, vivida concretezza, in linea con la stessa eloquenza insita nella lingua di Omero, ma pure capace di emerge e sfuggire, come l'agile bestiola, con finali sospesi che evocano l'apparire di immagini fugaci nelle radure o di memorie da tempi passati. La viola è suonata con grande classe da Benedetta Bucci, che imbraccia lo strumento appartenuto a Piero Farulli – a proposito di memorie e continuità di tradizioni. Il flauto, fil rouge dell'intero programma, è uno straordinario Patrick Gallois, che ci guida in un percorso affascinante a partire dalla Sonatine per flauto e pianoforte di un ventunenne Henze. Si tratta di un pezzo di impianto classico, in quattro movimenti, ma in cui tuttavia già emerge chiarissima la qualità e la forza delle idee del compositore tedesco, la sua padronanza dei mezzi e la sua capacità di guardare avanti con forza. Il pianista Luigi Pecchia, in perfetta sintonia, affianca Gallois anche per le evocazioni naturalistiche di Sallinen (Mistral Music) e Messiaen, che si abbinano così all'ambientazione bucolica del pezzo di Conte, mentre un'altra linea percorre il programma ed è quella che dalla solidità densa della scrittura henziana porta invece alla diluizione del suono delibato nelle sfumature dell'alea, prima con Proporzioni per flauto solo di Franco Evangelisti, poi con Why Patterns? di Feldman, che coinvolge nuovamente Pecchia e il glockenspiel di Matteo Lelii. Ancora una volta si apprezza la qualità e il respiro comune di un trio che deve mantenere concentrazione assoluta nel seguire ciascuno il proprio percorso libero all'interno di una pulsazione condivisa. L'omaggio a Feldman, peraltro, si rinnoverà anche la sera successiva con un quintetto stellare (Ilya Gringolts e Anahit Kurtikyan violini, Sào Soulez Larivière viola, Jean-Guihen Queyras violoncello, Anton Gerzenberg pianoforte) alle prese con Piano and String Quartett, commissionato nel 1985 dal Kronos Quartett, altro brano in cui l'estrema difficoltà tecnica della ripetizione con varianti quasi impercettibili di piccole cellule di non semplice intonazione va di pari passo con un'ipnotica astrazione dal tempo e dalla musica così come si è abituati a intenderla.
Amicizia! Henze aveva aperto il concerto dell'aperitivo e Henze è al centro del concerto serale, alle 21.15 in Sant'Agostino, coproduzione con il Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano dove aveva debuttato il giorno prima. In un paese fatto di campanili è piacere sommo vedere questi esempi di collaborazione fra vicini: d'altra parte Siena è la città in cui diciassette popoli cementano un'unica comunità. “Cor magis tibi Sena pandit” è frase apposta a Porta Camollia per accogliere la sovranità medicea, quindi in senso letterale non proprio il momento più fiero e glorioso, ma in senso lato e astorico resta vero che la città ha un proprio cuore immenso, aperto reciprocamente con il tedesco che si innamorò del Chianti e lì creò la propria utopia di arte e sperimentazione di comunità. Amicizia! è proprio il brano che debuttò nel primo Cantiere (1976), per un organico bislacco, sulla carta sbilenco e per questo simbolico: clarinetto, trombone, violoncello, percussioni e pianoforte sono lì a dire che l'amicizia e l'arte non hanno confini, basta trovarsi insieme. Gioiello della maturità del compositore, difatti, il brano gioca con la consueta maestria e concreta chiarezza d'intenti nell'incontro fra diversità, nell'evidenziare le peculiarità delle varie voci e valorizzarle l'un l'altra nel dialogo, nell'incontro, in un'armonia mobile, vera e felice “concordia discors”. L'utopia di una comunità intellettuale di idee e persone, che tutti accoglie e tutti coinvolge è il lascito più importante di Henze e qualcosa di cui oggi continuiamo ad avere disperato bisogno. Ottima idea, allora, quella di farle eco con tre nuovi brani, commissionati dal Cantiere per l'occasione e per il medesimo organico. Stefan Hakenberg (classe 1960) propone Drei fabelhafte Freundschaften, Tre favolose amicizie, metafore sulla scia di Esopo in cui l'immagine dei lupi, delle colombe e dei maiali esplora i potenziali timbrici dell'insolito ensemble da cupe atmosfere circospette a esuberanti fisicità. Moritz Eggert (1965) dedica un sentito omaggio personale ai ritrovi nella residenza di Henze e del compagno Fausto nella campagna romana, a Marino, località che dà il titolo a un brano di grande intensità, in cui sembra rivivere l'atmosfera vitale d'arte e amicizia, buona tavola e cultura del circolo di Henze. A questo complesso fermento risponde Jan Müller-Wieland (1966) con Ciao, pagina intessuta su allusioni più o meno nascoste e frammentate di Bella ciao a restituire la fremente, festosa energia propulsiva di un'utopia artistica, sì, ma anche sociale.
Una pagina che è quasi un manifesto, l'atto costitutivo e l'inaugurazione del Cantiere come Amicizia! è anche il punto di partenza per tre composizioni assai diverse fra loro, ma facce di una stessa medaglia, riflessioni scaturite da uno stesso Big Bang che nell'esplorazione dei suoni e dei loro rapporti trova anche una metafora e uno specchio della società. E, anche in questo caso, il parterre di esecutori è straordinario, tanto più che per la particolarità dell'organico non è certo facile vederli suonare assieme: Mariangela Vacatello, al pianoforte, legge anche illuminanti frammenti dell'epistolario fra Henze e Britten, appena riscoperto; Enrico Bronzi al violoncello; Hansjörg Profanter al trombone; Simone Benvenuti alle percussioni; Ettore Biagi al clarinetto. Generazioni differenti, strumenti differenti, alta caratura solistica, curricula che possono sembrare libri di storia della musica da leggere con soggezione o raccontano meritate ascese in cui ancora si mescolano le esperienze più varie. Nessun divismo, però, e nessuna gerarchia se non quella che sorge spontanea dal rispetto reciproco. Il risultato è sempre quello, il comun denominatore di questa giornata serena e dell'omaggio a Henze e dintorni: incontrarsi e far musica insieme come metafora del mondo, o quantomeno del mondo che vorremmo.
Intanto, intorno alla Piazza, pulsa ancora il suono della Città, echeggiano le voci e i tamburi dell'Aquila, mormora la voce della Diana.
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