L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cantiere aperto

di Roberta Pedrotti

Dopo una matinée fra organo e contrabbasso, il cinquantunesimo Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano, nel centenario della nascita del fondatore, si chiude in bellezza con un magnifico concerto di Mariangela Vacatello, Alessandro Bonato e l'Orchestra Haydn.

MONTEPULCIANO 2 agosto 2026 - Che senso ha un luogo se non vive? Il tempio di San Biagio, alle porte di Montepulciano, è una meraviglia dell'architettura rinascimentale di Antonio da Sangallo il Vecchio; subito, visitandola come monumento, ci si rende conto che suona in modo speciale, si schioccano le dita al centro della croce greca e lungo i bracci, si immagina un concerto. Per fortuna, non è evento raro e quest'anno il terzo dei Momenti d'organo che punteggiano la programmazione del Cantiere consente di ascoltare lo strumento costruito da Alamanno Contucci nel 1781 suonato da Adriano Falcioni in alternanza con il contrabbasso di Francesco Platoni, prima parte dell'Orchestra Rai posto quasi al centro dell'edificio. La prima sensazione, quindi è data dall'acustica, con un riverbero plastico, vivo e non ridondante davvero raro e suggestivo, che permette ancor più di apprezzare la bravura del solista. Platoni passa dall'antico – il Ricercare per violoncello di Domenico Gabrieli trasposto per contrabbasso – a due pagine di Henze di particolare bellezza, entrambe nate pure per violoncello e trascritte con il placet dell'autore: la Serenata e S. Biagio 9 agosto 12.07. A proposito di quest'ultimo, ispirato proprio al luogo dove ci troviamo, chapeau ai musicisti che riescono a calcolare il programma con precisione tale sulle prime note che l'orologio segna esattamente l'orario prescritto. Infine, Platoni ci riporta al presente che guarda il passato con l'Hommage à Bach di Jean François Zbinden (1917-2021). A questo ciclo si intreccia quello di Falcioni, che si muove fra il medioevo di Perotinus, il Rinascimento di William Byrd e il Seicento di Pablo Bruna, fra pagine sacre e profane, per organo liturgico o virginale, sfruttando il notevole potenziale timbrico dello strumento poliziano.

Questa parentesi nella calura mattutina – le mura proteggono dal solleone, ma i ventagli fanno ugualmente il loro controcanto agli strumenti – prelude al gran finale del Cantiere, come di consueto con il concerto in piazza.

Giustamente, il Cantiere non deve essere solo sperimentazione, ma anche accoglienza di tutta la musica. Anzi, accostare programmi popolari a rarità e novità rafforza gli uni e gli altri, senza ghetti e confini. L'importante è, sempre la qualità, l'importante è che con i giovani e le forze della comunità locale si incontrino artisti d'alto livello che credono nel progetto. Fa bene a tutti, anche al pubblico.

Il concerto di chiusura, anche quest'anno, è un evento in grande stile, che rinnova la squadra vincente del 2025, con la direttrice artistica Mariangela Vacatello al pianoforte e l'orchestra Haydn diretta da Alessandro Bonato. Dopo il tutto Čajkovskij della scorsa edizione, oggi il programma affianca il celeberrimo secondo concerto di Rachmaninov a pagine di Rossini e Verdi: cantabilità italiana e russa a confronto? Percorsi attraverso diversi teatri sonori? Una volta un amico, fine musicista e uomo di cultura, di fronte a una mia presentazione di un concerto tutta tesa a intrecciare connessioni commentò “Non basta dire che è bella musica?” Ecco, questa sera ascoltiamo bella musica eseguita benissimo e semmai il fil rouge potrebbe essere questo: al Cantiere ci si deve buttare a capofitto in ogni idea con eguale impegno, al servizio dell'arte e del prossimo, senza accontentarsi, anzi, svelando pure i tesori troppo visibili per esser notati.

Raro davvero, in effetti, ascoltare l'ouverture dell'Italiana in Algeri con la cura e la tecnica espresse da Bonato, che conduce la sua orchestra a esprimere un suono finalmente rotondo, morbido, cantabile, ma nel mentre la guida in un'inusitata finezza di dinamiche e pesi senza cedere mai alla tentazione dell'effetto agogico. Anzi, ciò che più ammalia è forse proprio il rigore dei tempi all'interno dei quali si libra un discorso dalle mille sfumature. Lo stesso si può dire per le tre pagine verdiane, in cui l'impeto, incisività, l'urgenza drammatica non travolge il controllo, anzi si avvale di esso, trae energia dal dettaglio, dalla corrispondenza espressiva, dai rapporti interni per cui ogni ripresa tematica non sarà mai uguale alla precedente e muterà con consequenziale naturalezza. Ne è esempio evidente, fra Nabucco e Les vêpres siciliennes di struttura rossiniana, la forma tripartita di Giovanna d'Arco, in cui la pastorale centrale costituisce un'antitesi perfetta e non platealmente contrastante per condurre a una ripresa tempestosa in cui la battaglia si ripete e si evolve dopo l'apparizione della Pulzella. Riesce a essere un gioiello inatteso perfino il galop dalla sinfonia di Guillaume Tell, uno dei pezzi strappa applausi più abusati e qui cesellato come un manuale di crescendo in cui convivono in maniera sorprendente lo slancio armato e una sottile idea di danza dai risvolti perfino leggiadri, che giungono a corroborare il moto complessivo e la sua intrinseca, straniante nobiltà. Pochi direttori hanno saputo coniugare con tale spontaneità e profondità l'idioma operistico e lo stile sinfonico.

Fra tali perle, il monumentale Rach 2 trova Vacatello in grande forma, per nulla provata dal tour de force degli ultimi giorni, sia come interprete sia come direttrice artistica. In questa veste, saluta il Cantiere al termine del suo triennio come meglio non si potrebbe: non un briciolo di quel compiacimento che è tentazione fatale in Rachmaninov, virtuosismo pulito, incisività, franca vena lirica, una maturità artistica raffinata e comunicativa. Tutte doti che non cercano e non trovano in Bonato un accompagnatore, bensì un compagno di viaggio, instaurando un dialogo vero con l'orchestra e le sue sonorità anche a dispetto del vento capriccioso che tenta di scompigliare i leggii. Il lavoro sul suono orchestrale si avverte nuovamente, si fa idiomatico ora nell'animo russo e si sposa affettuoso al pianoforte, con il quale non si cerca la gara, bensì quel senso di far musica, di costruire insieme che è “fare Cantiere”.

Per quest'anno, nel tripudio, non si poteva chiudere meglio. Ma un Cantiere non chiude mai, anzi: lascia e deve lasciare sempre aperta la strada a sfide future. Essere soddisfatti di così dense giornate di musica non fa dimenticare che, oggi, portare avanti un'utopia è quanto di più difficile e importante si possa immaginare.

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