L’Ape musicale

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Che felicità

di Susanne Krekel

Konstantin Krimmel e Ammiel Bushakevitz presentano a Salisburgo una Liederabend dal programma era davvero speciale, dedicato a Robert Schumann, Johannes Brahms ed Eusebius Mandyczewski

Salisburgo, 7 agosto 2026 - Se l’arte del Lied fosse un marchio commerciale, Konstantin Krimmel avrebbe ottenuto da tempo un contratto come ambasciatore: è un interprete di Lieder per eccellenza — in lui tutto è di assoluta precisione — con una dizione perfetta, una presenza scenica piena di fascino ma senza pretese e un uso sottile delle espressioni facciali e della gestualità che ci permette di percepirlo come un narratore piuttosto che come un protagonista. E, naturalmente, c’è quella voce inimitabile — simile a oro liquido e sfoggiata con maestria, che spazia dal pianissimo più tenero al fortissimo drammatico. Tutto sembra così naturale che non si può fare a meno di intuire l’immenso lavoro che si cela dietro. Un interprete perfetto di Lieder richiede un pianista perfetto, un ruolo ricoperto con brio da Ammiel Bushakevitz. Discreto ma con una forte presenza, getta le basi della linea vocale con concentrazione e attenzione; sostiene i silenzi drammatici e i suoi passaggi solistici si affermano con potenza.

È stato sicuramente così ieri sera nella Grande Sala del Mozarteum di Salisburgo. Il programma era davvero speciale, dedicato a Robert Schumann, Johannes Brahms ed Eusebius Mandyczewski. Si è aperto con il Liederkreis (ciclo di Lieder), op. 39, su poesie di Joseph von Eichendorff. Si tratta di un viaggio attraverso una vasta gamma di atmosfere e immagini, che Krimmel e Bushakevitz fanno rivivere con un’intensità travolgente. Dalla malinconia di In der Fremde all’ironia erotica di Zwiegespräch, passando per una Mondnacht di una bellezza mozzafiato e l’affascinante quadro di Auf einer Burg, si ascolta con il fiato sospeso, incollati alle sue labbra. Quando Krimmel e Bushakevitz tornano finalmente dietro le quinte per l’intervallo, dopo essere stati richiamati due volte, ci vuole un attimo per riprendere il controllo: «Dove mi trovo esattamente, e cosa ho appena vissuto?»
La seconda parte della serata è dedicata a Mandyczewski e Brahms. Konstantin Krimmel spiega che i due erano contemporanei e amici. Il programma di stasera propone una selezione di brani tratti dal nuovo album, la cui uscita è prevista per la fine del mese; assistiamo, in un certo senso, a una serata di anteprima. Queste pagine possiedono un fascino unico; evocano lo spirito folkloristico e alcune — come Cinel-cinel — sono incredibilmente coinvolgenti. Chi non parla rumeno può semplicemente dare un’occhiata alla traduzione nel programma, mettere da parte le considerazioni linguistiche e lasciarsi trasportare dalla musicalità dei testi e dalla voce di Konstantin Krimmel. Non c’è bisogno di capire ogni parola; bastano le melodie e la forza espressiva dell’interpretazione.
I brani successivi, firmati da Brahms — su testi di poeti così diversi tra loro come Heine, Platen e Liliencron —, sono tutti immersi in un’atmosfera cupa e malinconica. Ancora una volta, Konstantin Krimmel e Ammiel Bushakevitz evocano immagini suggestive: una barca alla deriva lontana dalla felicità (Meerfahrt di Heine) o tombe solitarie (Auf dem Kirchhofe di Liliencron). Mentre si spengono le ultime note di Die Mainacht, una lacrima potrebbe benissimo scorrere sulle nostre guance.
Applausi entusiastici, «Bravo» a non finire e ovazione in piedi: gli artisti non possono ovviamente concludere la serata senza un bis. Chi si aspettava una gioiosa Taubenpost o Abschied per chiudere la serata si è sbagliato. Ci viene prima raccontata la leggenda di Balthazar, il cui orgoglio ne causa la rovina — maledetto sia chi pensa a Donald, eh… Insomma, Schubert ha comunque diritto al suo momento con Willkommen und Abschied. E quando risuonano le parole «E amare… che felicità», pensiamo: «Che felicità essere stati lì stasera».
Usciamo quindi in strada, persi in un sogno e letteralmente incantati… per ritrovare una città fatta di auto, luci e rumore, e… ecco che inizia a piovere. Ma davvero?


 

 

 
 
 

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