L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rossini à Paris

di Roberta Pedrotti

Nella mattina di Ferragosto, Rubèn Sánchez-Vieco al fortepiano ed Eugenio Della Chiara alla chitarra stemperano la calura con un viaggio attraverso rare trascrizioni di pagine rossiniane pubblicate a Parigi negli anni Venti dell'Ottocento.

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PESARO, 15 agosto 2026 - Ciclicamente ci si chiede se il futuro de Rossini Opera Festival dovrà rimanere esclusivamente monografico e la risposta pensiamo debba essere sempre affermativa. È vero che nulla è immutabile, ma questo non significa perdere un'identità: la forza, l'unicità di Pesaro è Rossini, è il ragionare sull'ideale di un “laboratorio di musicologia applicata”. Di rassegne musicali, anche d'alto livello, ce ne sono tante: di Rof ce n'è uno. E non è neppur vero che sia sempre stato ostinatamente chiuso ad altri autori, naturalmente nei concerti miscellanea, ma anche in cantate come quella per Maria Malibran, scritta a più mani come la Messa per Rossini ascoltata lo scorso anno. Né scordiamo la rassegna del Mondo delle farse che per alcuni anni ha portato in parallelo ai tre titoli principali altri di Generali o Pavesi, o ancora l'Isabella di Azio Corghi che nel 1998 affiancò in cartellone Otello e La Cenerentola.

E poi c'è Rossinimania, una gran bella idea che inserisce nel Festival anche un concerto dedicato al compositore eponimo, ma per vie collaterali e creative, dalle trascrizioni d'epoca alla più varia inventiva contemporanea. Quest'anno abbiamo un viaggio attraverso il Rossini “domestico” nella Parigi degli anni Venti dell'Ottocento, quando l'unica opzione per ascoltare la musica del Pesarese fuori dai teatri era l'esecuzione salottiera di trascrizioni ad hoc. Si suona con ciò che si ha a disposizione, con strumenti che anche un amatore dilettante (il che non significa mediocre, anzi!) può praticare fra le mura di casa. Lo scopo fondamentale è questo e, dunque, la fedeltà è pregio fondamentale, né si sente il bisogno di elaborare ardite parafrasi à la Liszt, d'ambizione e concezione già autonoma e concertistica. Ciò non significa, tuttavia, che queste trascrizioni per fortepiano e chitarra proposte al Teatro Rossini siano di scarso interesse. Tutt'altro, il napoletano Ferdinando Carulli (1770-1841, sinfonie di Tancredi, Semiramide, Armida e La gazza ladra) e il fiorentino Matteo Carcassi (1792-1853, primo e secondo Air de danse da Moïse et Pharaon) firmano dei lavori per nulla banali, affatto ricercati nella distribuzione delle parti. Il fortepiano molto spesso sostiene le linee principali, assumendo il ruolo di archi ed arpa, corroborato dalla chitarra che riprende i fiati e arricchisce il colore, né questo processo è meccanico e pedissequamente prevedibile. Talvolta parti del discorso d'abitudine più nascoste nell'assieme possono prendere un risalto inatteso pur nella sostanziale aderenza all'idea originale per orchestra, solo asciugata in dimensioni salottiere ed espressa in diverse tinte.

La peculiarità di queste scritture e l'eco della memoria teatrale sono ben presenti e vive nella sintonia fra Rubèn Sánchez-Vieco ed Eugenio Della Chiara, che si allineano sempre più nel corso del programma in un equilibrio di pesi sonori fra il fortepiano e una chitarra ottocentesca di Louis Panormo. Sánchez-Vieco, già ammirato nel concerto-fiume con gli allievi dell'Accademia rossiniana in luglio, dà prova di autentico virtuosismo, a conferma che gli strumenti a tastiera precedenti il moderno pianoforte non ne sono, per così dire, versioni primitive, ma hanno a loro volta peculiarità espressive, dinamiche e coloristiche che attendono solo di essere risvegliate dalle dita giuste. Della Chiara, parimenti, si trova nel suo repertorio d'elezione, declinando sulle corde del suo strumento un'appassionata sensibilità belcantistica ben nitida anche nei passaggi più complessi. Corde pizzicate o percosse, insieme ricreano non solo la suggestione delle pagine teatrali rossiniane, ma anche del mondo che le ricercava e ricreava in casa e, in assenza dei nostri sistemi di registrazione e riproduzione ormai tascabili e sempre più raffinati, apriva alla musica nuove strade e le dava nuove voci.

Tre i bis, fra gli applausi: il secondo movimento dell'Arpeggione ci conduce a Vienna e ci ricorda che anche nel milieu schubertiano la chitarra aveva il suo posto d'onore in alternanza con altri strumenti, le repliche di alcune pagine da Moïse e della Sinfonia di Tancredi affinano ancor più l'effetto di queste miniature nella sala del Teatro Rossini.

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