L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cicli storici

di Roberta Pedrotti

Juan Diego Flórez celebra a Pesaro i suoi primi trent'anni di carriera in un Rossini Opera Festival che nel frattempo presenta le migliori prospettive per il futuro.

Pesaro, concerto Monaco/Foresi, 17/08/2026

Pesaro, Il viaggio a Reims, 16/08/2026

Pesaro, Rossinimania, 15/08/2026

Pesaro, concerto Mancini/Toia/D'Elia, 14/08/2026

Pesaro, La scala di seta, 13/08/2026

Pesaro, L'occasione fa il ladro, 12/08/2026

Pesaro, Le siège de Corinthe, 11/08/2026

PESARO, 18 agosto 2026 - 1996. La grande generazione dei tenori rossiniani statunitensi è sulla breccia da una quindicina d'anni, i più giovani – Kunde e Ford – hanno girato la boa della quarantina e si fatica a individuare una nuova generazione alle loro spalle. Il Rof proverà dare spazio a nomi come Charles Workman e Paul Austin Kelly, che sembrano più dei surrogati in attesa di tempi migliori. Nel frattempo, si programma la riscoperta, fra una bellissima Occasione fa il ladro e un Ricciardo e Zoraide più accidentato, di Matilde di Shabran, protagonista Ford che accusa un'indisposizione e si ritira. Ecco la coincidenza perfetta: c'è un tenore giovanissimo, un bel ragazzo con acuti sicurissimi e tutta l'audacia (diremmo quasi incoscienza) di buttarsi. C'è uno di quei direttori artistici di cui sembra si sia perso lo stampo, Luigi Ferrari: capace di osare e di veder lontano. L'opera che praticamente nessuno conosce, poi, è perfetta: la scrittura di Corradino Cuor di Ferro è ardita, la parte lunghissima, ma calza a pennello, per il tipo di colorature, tessitura e vigore giovanile, al ventitreenne Juan Diego Flórez. Per di più il personaggio, costantemente sopra le righe, non esige particolari sfumature (anzi, uno che passa dall'odiare qualsiasi donna al gettarsi ai piedi di Matilde in pochi istanti non deve nemmeno averne) e funziona immediatamente. Matilde di Shabran, iperbole tutta rossiniana di concertati, paradossi, eroismo e satira, innamora subito il pubblico (dura tre ore e mezza, ma chi scrive la ascoltò ogni santo giorno nei mesi successivi). Nulla di meglio per consacrare nell'eroe della situazione il nuovo beniamino del Rof, cui Ferrari saggiamente affidò l'anno seguente non Il barbiere – la scelta più facile – bensì Il signor Bruschino: non esistono opere grandi e piccole, esistono grandi e piccole interpretazioni e giuste tappe.

Da allora, la situazione dei tenori rossiniani si è sbloccata ed evoluta: Brownlee, coetaneo di Flórez, Camarena, Osborn, Spyres, in Italia Siragusa, Scala fino oggi a Dave Monaco sono capitoli della storia che si è scritta negli ultimi trent'anni e si scriverà in futuro. Intanto, intorno a Flórez, si sviluppa una sorta di mito, quel debutto perfetto in tutte le sue coincidenze consacra un divo come forse non si era mai visto, perfino in un Festival che ha avuto Ramey, Blake, Merritt, Horne, Valentini Terrani, e poi Pertusi, De Candia, Spagnoli, Barcellona... Quasi un simbolo per i media e la mondanità locale, un elemento da cui non si vuole prescindere per la programmazione (tant'è che per un periodo si annuncia la decisione di coinvolgerlo ad anni alterni e già dover dichiarare questo intento comprende la priorità conferita al tenore), finché il suo nome non arriva a figurare con il titolo di Direttore artistico. Il Rof, dopo aver riportato all'attenzione mondiale l'opera rossiniana, ha anche creato un tipo di fenomeno unico in questo repertorio, paragonabile oggi al peso di figure come quella di Jonas Kaufmann (guarda caso ospite all'inaugurazione dell'11 agosto) o Cecilia Bartoli. E come le sessanta candeline anagrafiche della primadonna sono celebrati nella “sua” Salisburgo, così Pesaro dedica una serata a Flórez per i trent'anni dal suo esordio, come già era avvenuto per il ventennale. Nel 2016 fu un galà con una ricca schiera di colleghi, quest'anno un concerto con orchestra (quella del Comunale di Bologna) e coro (quello del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno) tutti suoi, in un momento chiave che sa anche di passaggio di testimone. Trent'anni sono passati da quel debutto e trent'anni è anche l'età media degli interpreti dell'Occasione fa il ladro (ri)vista con gioia in mattinata: fa un certo effetto applaudire fino a spellarsi le mani chi fra direttore e cantanti nel 1996 magari non era nato o muoveva i primi passettini e poche ore dopo trovarsi a ricordare quando, nello stesso Auditorium Scavolini, vedemmo entrare in scena un ragazzetto magrolino, tutto impennacchiato, a impressionarci nell'inveire “Alma rea, perché t'involi” contro il povero Bruno Praticò.

Chiaramente, chi in questi anni ha ascoltato Flórez tante e tante volte oggi riconosce ciò che è cambiato insieme a ciò che rimane il suo inaffondabile marchio di fabbrica. Ama e ha sempre amato gli acuti presi di slancio, posizione saldissima, rispetto a quelli legati e smorzati. La dizione è sempre estremamente chiara in italiano e in francese, la linea di canto tendenzialmente composta e misurata, oggi con qualche presa di fiato forse più percettibile rispetto a un tempo, ma senza tradire una personalità che ha fatto del riserbo, più che della ricerca dinamica e coloristica, la cifra del suo stile. Quando deve esplodere, è nell'acuto, che è sempre lì, centrato, anche là dove i centri paiano, invece, meno squillanti.

Il programma è costruito assai bene, evita le divagazioni che ci avevano lasciati assai perplessi all'Arena di Verona (Luisa Miller, La bohème, Turandot dalle rive dell'Adige non hanno lambito quelle del Foglia), concentrandosi su Rossini (La pietra del paragone, La cenerentola, Guillaume Tell) per virare poi verso lidi parigini. "Ô souverain, ô juge, ô père" da Le Cid di Massenet, “Salut demeure chaste et pure” dal Faust di Gounod. la ballata di Kleinzach da Les Contes d'Hofmann di Offenbach e l'immancabile “Ah, mes amis” dalla Fille du régiment. . Tutte pagine che confermano l'organizzazione inaffondabile della corazzata-Flórez, sempre fedele a sé stessa, per quanto l'impressione netta resti quella che il tempo non ne abbia fatto un tenore lirico, che la casa della sua voce sia sempre fra Rossini e Donizetti, con le arie simbolo di trent'anni di carriera. È fisiologico che a cinquantatré anni la voce non abbia più l'elasticità dei ventitré, però il tempo porta anche un diverso tipo di sicurezza e l'audacia del 1996 nel 2026 si è trasformata in un meccanismo perfettamente collaudato. Lo si nota, per esempio, là dove il repertorio solleciterebbe una rotondità d'emissione e una varietà musicale cui Flórez risponde con la sua peculiare, inconfondibile stilizzazione, evidente anche quando fa emergere l'anima del tenore più nazional popolare con tre bis che più tradizionali non si può: Mattinata di Leoncavallo, L'alba separa dalla luce l'ombra di Tosti e “La donna è mobile”. Tre morceau favori per il tenore divo entrato nell'immaginario collettivo che già dicono molto sulle proporzioni di un fenomeno nato nella riscoperta di un'opera che più di nicchia non si può (non ce ne vogliano i colleghi rossinomani, Matilde resta passione per una cerchia eletta e non per grandi folle).

Al pubblico entusiasta questa volta non offre il florilegio di canzoni in lingua spagnola che, fra i titoli più celebri, ci aveva fatto conoscere anche qualche perla rara su questi lidi.

In sostituzione del previsto Diego Matheuz (per inciso, negli ultimi undici mesi, il direttore più insultato in Italia da chi pontificava di bacchette senza saper distinguere un violino da un timpano), ritroviamo il direttore della Scala di seta, Ivan Lopez-Reynoso. Si conferma musicista pieno di slancio, ma pure non altrettanto efficace nel sollecitare la buca a suonar piano e a cercare più sfumature che esuberanza, sia nelle arie per favorire la voce, sia nelle pagine che vedono protagonista la sola Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, come la sinfonia della Cenerentola, i ballabili del Viaggio a Reims, le ouverture di Orphée aux Enfers, davvero roboante, e della Fille du régiment.

È molto bello vedere l'auditorium Scavolini così affollato, bello sentirlo esplodere in autentici boati. Intanto la memoria va con un pizzico di nostalgia alle estati di gioventù e alle scoperte del Rof 1996, ma anche con nuovo fervore al futuro che il Rof 2026 ci ha saputo profilare, raccontando che mentre Flórez cantava nella sua ascesa, nascevano e crescevano i grandi rossiniani di oggi e domani.

Pesaro, concerto Monaco/Foresi, 17/08/2026

Pesaro, Il viaggio a Reims, 16/08/2026

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Verona, Galà Juan Diego Flórez, 23/07/2023

Pesaro, Florez 20, 19/08/2016


 

 

 
 
 

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