L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

In sempiterna saecula

di Roberta Pedrotti

Lo Stabat Mater chiude un'edizione del Rossini Opera Festival che ha dato molto su cui riflettere per il futuro.

Pesaro, concerto Sâmpetrean/Zappa, 20/08/2026

Pesaro, concerto Flórez30, 18/08/2026

Pesaro, concerto Monaco/Foresi, 17/08/2026

Pesaro, Il viaggio a Reims, 16/08/2026

Pesaro, Rossinimania, 15/08/2026

Pesaro, concerto Mancini/Toia/D'Elia, 14/08/2026

Pesaro, La scala di seta, 13/08/2026

Pesaro, L'occasione fa il ladro, 12/08/2026

Pesaro, Le siège de Corinthe, 11/08/2026

PESARO 23 agosto 2026 - E alla fine siamo giunti all'ultima serata di Rof. Un festival speciale, di resistenza, che - in un risultato artistico nel complesso assai lusinghiero, fra i migliori degli ultimi anni - ci lascia idee più che marce trionfali e indica alcuni punti chiave su cui concentrarsi per il futuro. È un festival che ha segnato un aumento di presenze rispetto al 2025 e una notevole attenzione mediatica internazionale, sebbene la presenza straniera non si sia ancora ripresa dopo il crollo determinato da pandemia e conflitti. C'è anche da dire che non si biasima chi, venendo dall'altro capo del mondo, quest'anno si sia fatto due conti in tasca e abbia pensato di non intraprendere il viaggio per una sola nuova produzione e due riprese di farse amatissime ma ben note. Una logica più che comprensibile, sebbene i fatti abbiano dato ragione a chi ha confermato la fiducia al Festival e abbia seguito il filo dell'incontro fra il primo Rossini in miniatura e l'ultimo monumentale, fra due gioielli registici storici, di stili e tempi diversi ma di principi simillimi, e un novità, fra tanti artisti delle nuove generazioni, molti dei quali potranno essere forza e cardine delle prossime estati a Pesaro. E poi c'è il capitale umano del Rof, quel pubblico che – ormai rara avis – sembra proprio venire a teatro per dare attenzione al palcoscenico e non alle chiacchiere con in vicini, la manipolazione di bottiglie di plastica, gli origami di carta croccante da caramella; quelle maschere gentilissime, sorridenti, ma anche attente e ferme; quei tecnici messi giustamente in evidenza da tre spettacoli che prevedevano cambi a vista. È con le maestranze, e non con i vip, che si brinda nella Sala della Repubblica dopo la conferenza stampa di chiusura e Gianfranco Mariotti, che lanciò il Progetto Efesto per la formazione dei mestieri teatrali, di certo ne sarebbe stato felice.

Da qui, dunque, si riparta, per una nuova fase del Festival prossimo al traguardo del mezzo secolo: idee, Rossini, Rossini, Rossini, merito e comunità, resistendo a dispetto di chi vive con fastidio la cultura e l'arte, ché, se non sono ridotte alla passarella sul red carpet, fanno pensare e rendono più difficile la politica dello slogan e dell'odio.

Siamo giunti all'ultima serata, lo Stabat Mater nell'Auditorium Scavolini proiettato in diretta in Piazza del Popolo, perché il Festival è sì una comunità (internazionale) a sé con una sua koiné, ma è anche patrimonio di tutti, della piazza, del curioso occasionale, di chi non nutre nessun interesse ma ne riceve comunque i benefici, anche se magari non se ne accorge. È il patrimonio del lavoro di Crescendo per Rossini, della collaborazione con scuole e università, per giovani, migranti, persone con disabilità, ospiti di Residenze sanitarie assistite e della Casa circondariale di Pesaro. Politica in senso alto, insomma, non quella di parte troppo spesso esibita fra pelosi interessi e vetrine (e in effetti certe assenze istituzionali si sono notate, per quella che sarebbe la più importante manifestazione musicale della Regione "dei cento teatri").

In sala, per fortuna, parla solo la musica, senza intoppi nonostante due contrattempi e mezzo. Il previsto debutto del direttore Domingo Hindoyan sfuma e si converte nell'esordio di Ramón Tebar: sostituzione felice, perché il maestro valenciano ha tecnica sicura, gesto assai chiaro, si rivela la bacchetta meglio sintonizzata con l'Orchestra del Comunale di Bologna, che suona assai bene ma in quasi quattro anni di esilio nel capannone del Comunale Nouveau ha dovuto abituarsi a lottare con un'acustica ostica, nell'equilibrare il rapporto con il palco. La sua lettura mette in evidenza le tinte scure, la pasta drammatica di un capolavoro sacro certo ben presente anche al Verdi del Requiem, pur senza tradire il rigore delle architetture interne. Peccato, però, che si sia scelto ancora una volta di affidare il quartetto a cappella “Quando corpus morietur” al coro e non ai solisti. Probabilmente si è temuto per l'efficacia nello spazio ampio dello Scavolini, pensiero legittimo, che, tuttavia, smussa il contrasto dirompente fra l'estremo raccoglimento delle sole quattro voci e l'esplosione dell'Amen finale, pagina tanto più impressionante se si pensa che una ventina d'anni prima, per la fuga finale della Messa di Gloria, si era avvalso della collaborazione del collega Pietro Raimondi, riconoscendone reverente la maggior dottrina.

Secondo imprevisto, il grave problema familiare che ha impedito a Dmitry Korchak di partecipare al concerto. Non possiamo non esprimere tutta la solidarietà al tenore in un momento difficile e doloroso. Fortuna ha comunque voluto che, dopo la fine delle recite dell'Occasione fa il ladro, fosse ancora disponibile Dave Monaco, uno degli eroi di questo Rof. Tutti aspettano il famigerato Re bemolle, che lega con nonchalance e brillantezza, ma tutti devono notare che, acuti o non acuti, Monaco canta benissimo ogni frase, musicista e interprete di rango che auspichiamo di riferimento nei cast pesaresi per i prossimi anni.

Validissimo è, peraltro, tutto il quartetto vocale, sebbene la voce rigogliosa di Vasilisa Berzhanskaya tenda nei numeri d'assieme a soverchiare i colleghi. Si tratta di un fenomeno, lo sappiamo bene, intona l'Inflammatus con vocalità radiosa e perentoria, sa addolcire nel duetto “Qui est homo”, eppure sembra faticare a contenersi nell'equilibrio complessivo. Una nobile morbidezza e un ispirato rigore caratterizzano la prova del mezzosoprano Anna Doris Capitelli, mentre il mezzo intoppo cui si accennava prima riguarda l'indisposizione da cui era reduce il basso Adrian Sâmpetrean, in cui era comprensibile una certa prudenza, ma che ha anche ribadito la sua intelligenza ed eleganza di interprete.

Il coro del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno ha confermato il momento di crescita notato nel buon esito del Siège de Corinthe, sebbene talora la scrittura dello Stabat Mater, specie nel finale, si muova ai limiti delle sue possibilità in termini di compattezza nelle sezioni e nitore contrappuntistico.

Al termine gli artisti sono giustamente festeggiati con applausi prolungati: sembra quasi che non si voglia più lasciare la sala, che si voglia allontanare sempre di più la fine di questo Festival. Tornando all'aria aperta in Viale dei Partigiani, l'insieme di ricordi di queste ultime due settimane, le soddisfazioni, i confronti e i bilanci si mescola al fermento per un nuovo inizio, uno slancio verso i cinquant'anni che faccia tesoro di tutte le esperienze e porti ancora al futuro per un Rof che non ha bisogno di clamori o di divi, ha bisogno di artisti, di persone, di idee. Può far bene a tutti, soprattutto oggi e perfino a chi non ne ascolta una nota.

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