L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Guerra e pace secondo Britten

di Alberto Ponti

L’inaugurazione della rassegna MITO Settembre Musica 2026 è l’occasione per ascoltare dal vivo uno dei massimi capolavori sinfonico-corali del Novecento

TORINO, 7 settembre 2026 - È sempre difficile dare una definizione oggettiva che metta tutti d’accordo sulla ‘grandezza’ in campo artistico. Se volgiamo lo sguardo ai compositori nati nel Novecento, non possiamo tuttavia riconoscere che per elencare autori del calibro e della statura di Benjamin Britten le dita di una sola mano forse non bastano ma quelle di due mani sono troppe.

C’è di più: prendete il proverbiale ‘uomo della strada’, un personaggio magari semplice ma non stupido, senza pregiudizi, che non abbia compiuto lo studio di uno strumento o della teoria musicale ma sia aperto a nuove esperienze. Vi garantisco che, per fortuna, ne esistono ancora molti. Mettetelo in una sala da concerto e fategli ascoltare una qualsiasi delle parti del War Requiem di Britten, che ha inaugurato l’edizione 2026 di MITO. Quest’uomo riconoscerà che si trova di fronte all’opera di un genio.

Prima di focalizzare il nostro sguardo sulla serata torinese di lunedì 7 settembre, concedetemi una piccola provocazione. Britten muore nel 1976, un anno dopo Šostakovič, sei anni dopo Stravinskij. La musica occidentale non finisce certo con loro. Gli ultimi decenni hanno espresso nomi di altissimo rilievo, alcuni ancora viventi, ma sono convinto che nessuno di essi, se si eccettua qualche opera isolata e felice, sia riuscito a dare alla luce una produzione che, per quanto cospicua, lungo l’intero arco del proprio sviluppo, dai lavori giovanili a quelli della piena maturità, abbia saputo emozionare e ‘parlare’ al grande pubblico allo stesso modo della produzione dei tre autori sopra citati.

Se, nel campo della musica cosiddetta ‘classica’ in senso assai lato, il filo diretto con il cuore di chi ascolta in maniera spontanea, senza possedere una preparazione specifica, ha subito, con minime eccezioni, una brusca interruzione cinquanta anni fa, a favore di un dialogo spesso mantenuto solo con gli addetti ai lavori e con un manipolo di appassionati ‘duri e puri’, quale può essere il futuro di questa forma d’arte, intesa come espressione del contemporaneo? Il progressivo distacco delle élite intellettuali dalla capacità di coinvolgere le grandi masse, oggettivo problema non solo in campo musicale, di raggiungere il sentimento di quello che un tempo veniva chiamato popolo (e che oggi riconosco sia assai più complesso definire) non porterà a lungo andare all’isolamento in una sorta di turris eburnea in compagnia di un’arte magari raffinata ma destinata a essere condivisa esclusivamente all’interno di congreghe di iniziati?

Opera molto ambiziosa, eseguita in prima mondiale nel 1962 in occasione della consacrazione della nuova Cattedrale di Coventry ricostruita dopo i devastanti bombardamenti tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, il War Requiem op. 66 prevede uno schieramento di forze non meno che colossale, tanto che il pur vasto palco dell’auditorium Toscanini quasi faticava a contenerli: una corposa orchestra sinfonica, un coro misto, soprano, tenore e baritono solisti, gli ultimi due accompagnati da un’ulteriore piccola orchestra di archi e fiati con una nutrita sezione di percussioni. In aggiunta, un coro di ragazzi e un piccolo organo erano sistemati su un lato della balconata.

L’intreccio immaginato dal compositore tra i molteplici episodi della partitura, basata sulla fusione tra il testo latino tradizionale della Missa pro defunctis e alcune poesie di Wilfred Owen intonate dalle voci soliste maschili, rivela suggestioni che derivano all’autore dalla conoscenza dei grandi capolavori del genere, da Mozart e Cherubini fino a Berlioz e Verdi, con un risultato del tutto personale capace di creare atmosfere dove convivono fianco a fianco, e spesso addirittura sovrapposte, sensazioni in apparenza inconciliabili: tensione strisciante e pace interiore, inquietudine ed estasi, ombra diabolica e luce celestiale.

La maestria tecnica messa in campo da Britten è impressionante. Esemplare, per non fare che un esempio fra i tanti possibili, è l’Offertorium con l’alternanza fra scrittura contrappuntistica ed amplissime aperture di pura melodia che passano tra le sezioni vocali e strumentali con una naturalezza e una chiarezza sorprendenti, che ne rendono tra l’altro imprescindibile, per meglio coglierne il dispiegamento spaziale, l’ascolto dal vivo.

Se condurre in porto la navigazione senza affanni e cedimenti è impresa ardua, la bacchetta di Simone Young si dimostra non solo all’altezza, ma si configura, per tale repertorio, una delle scelte migliori possibili. La direttrice australiana, dal 2022 alla testa della Sydney Symphony, balzata pochi mesi agli onori delle cronache italiane per una splendida performance dell’intero Ring di Wagner alla Scala, sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale omaggia il numeroso pubblico dell’auditorium Toscanini di una performance vibrante, intensa, perfettamente a fuoco nelle dinamiche, mai sfiorando l’eccesso nei passaggi di maggior enfasi ma allo stesso tempo infondendo il giusto rilievo ai temi principali, come nel Requiem aeternam in cui il peso imponente del coro si sovrappone con esattezza matematica al sinuoso accompagnamento degli archi senza mai interromperne il continuum emotivo.

Il gesto della Young è privo di fronzoli e quasi mai elegante a vedersi, ma ha il pregio di possedere una capacità comunicativa immediata, di puntare all’essenziale con sicurezza infallibile, tanto che pure dalla platea si riesce a cogliere in tempo reale la nascita, l’espansione e la contrazione del suono attraverso i vari timbri dell’orchestra, dai più distillati assoli alle stratificazioni più articolate.

L’intesa tra direttrice e cantanti è un’ulteriore punto di forza: accanto al soprano Elena Guseva, alla quale Britten riserva numerosi passi latini della messa, il tenore Nicky Spence (interprete del ruolo che alla première del 1962 fu ricoperto da Peter Pears, amato compagno del compositore) e il baritono Bo Skovhus hanno risvegliato, nell’intonare le poesie di Owen, scomparso nel 1918 sul fronte occidentale, quell’autentico senso di compassione nei confronti delle vittime di ogni guerra che oggi appare tristemente attuale.

Il successo dell’esecuzione, premiata da lunghi applausi, è anche merito della joint venture tra le istituzioni musicali subalpine che l’hanno resa possibile: accanto all’OSN Rai, che sta scaldando i motori per la propria imminente stagione concertistica, conferma la sua reputazione di eccellenza, in un pezzo di estremo impegno, il Coro del Teatro Regio, diretto da Gea Garatti Ansini e affiancato per l’occasione anche dalle voci bianche del medesimo teatro.

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