Tamburi nella pioggia
Un concerto dedicato per intero alle percussioni apre scenari e prospettive inedite fra trascrizioni di grandi autori del passato e pagine della caotica contemporaneità
TORINO 10 settembre 2026 - Il fascino e la bellezza di una rassegna come MITO Settembre Musica non risiede solamente negli appuntamenti con i nomi più noti dello star system nei luoghi dove si è fatta in tutti i sensi la storia della musica (dal Teatro alla Scala in giù…) ma anche nella scoperta di un repertorio meno frequentato in posti solitamente fuori del giro dal concertismo classico.
Accade così che alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, in una bella, calda e accogliente sala a ridosso del Palasport Olimpico mentre fuori infuria una pioggia battente, si presenti la percussionista Adélaïde Ferriére con una performance assai originale per impaginato e organico. Il talento di questa trentenne non si discute e sarebbe inutile entrare nel merito delle capacità tecniche, se non per lodare un nome che, nel proprio campo, è molto noto a livello internazionale. Basti dire che la Ferrière tiene banco per quasi un’ora e mezza, dando prova, oltre che di un indubbio virtuosismo, di una notevole concentrazione e resistenza fisica, destreggiandosi tra marimba, tamburi di varie forme e dimensioni, maracas, woodblock, campanelli, carillon e tanto altro.
La prima parte della serata è dedicata alla marimba con trascrizioni da Jean-Philippe Rameau (Allemande dalla Suite in la e L’Indifférente e L’Égyptienne dalla Suite in sol per cembalo) e da Johann Sebastian Bach (Concerto in la minore per organo BWV 593, a sua volta rielaborazione di un concerto vivaldiano), oltre che da un breve pezzo firmato dalla stessa esecutrice. Fatta l’abitudine alla secchezza del suono, assai distante da quello dell’organico per i quali i brani furono concepiti, si apre all’ascolto un universo affascinante, con la solista che pare quasi danzare nella penombra mentre, tenendo due bacchette per mano, ora si piega e ora si ritrae sullo strumento, dominata e dominatrice dello stesso. La musica aiuta, nel senso che sia Rameau sia ancor di più Bach possiedono una capacità di scrittura talmente assoluta da rendere universale qualsiasi supporto sul quale vengono interpretati. Tra due secoli esisteranno nuovi strumenti che oggi non possiamo immaginare ma su di essi Bach suonerà sempre attuale.
Nella seconda parte Adélaïde Ferriére si rende protagonista di un autentico show, iniziando con una breve composizione aleatoria di John Cage (Composed Improvisation) per tamburo rullante circondato da una serie di oggetti di consumo (sveglia, carillon, piccoli campanelli) le cui modalità di utilizzo sono decise in modo casuale prima dell’esecuzione. Il brano successivo One Study, One Summary per marimba, junk percussion (vale a dire percussioni ottenute da scarti di recupero) e audio digitale è invece un’opera di John Psathas, neozelandese classe 1966, in confronto al quale Cage, ascoltato poco prima, si erge improvvisamente alla statura di un Bach o di un Mozart. Abbastanza lunga, pretestuosa e, in fin dei conti, molto noiosa e insignificante, più vicina a una performance di arte contemporanea che a un prodotto musicale, la partitura si avvale della strepitosa bravura dell’interprete, che rivela nel portare a termine il pezzo vere e proprie doti acrobatiche e di coordinamento, ripetute con intensità se possibile ancora maggiore nel più breve Temazcal del messicano Javier Álvarez (1956-2023) per marimba e traccia elettroacustica.
Chiusura affidata a Rebonds di Iannis Xenakis, intenso diluvio materico e suoni, irto di suggestioni stravinskiane e varesiane, che pone l’autore nella scia del Novecento nobile.
Successo davvero caloroso e bis, ottenuto a furor di popolo, con Libertango di Astor Piazzolla.
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