L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’isola dei sogni

di Matteo Lebiu

La produzione di Don Quichotte di Jules Massenet al Teatro Sociale di Como inaugura il nuovo anno con un titolo raro nei cartelloni italiani. Ne emerge uno spettacolo capace di restituire la dimensione malinconica e crepuscolare dell’ultima opera del compositore francese, stimolando una riflessione attuale sul rapporto tra illusione, memoria e realtà.

COMO, 16 gennaio 2026 - Inaugura il nuovo anno al Teatro Sociale di Como la comédie-héroïqueDon Quichotte di Jules Massenet, la cui presenza nel cartellone del circuito OperaLombardia è sicuramente da apprezzare, viste le difficoltà che questo autore incontra nell’entrare stabilmente nelle stagioni operistiche dei teatri italiani.

Scritta nel 1910 da un Massenet ormai sessantanovenne, Don Quichotte può essere considerata il testamento musicale del compositore francese: un’opera nella quale si ritrovano tutti gli elementi che hanno caratterizzato uno stile maturato in oltre cinquant’anni di attività. Più che una trasposizione in musica del romanzo di Cervantes, l’opera si ispira alle avventure del Chevalier de la Longue-Figure per esaltarne i tratti più crepuscolari, concentrandosi sulla follia, sull’idealismo e sulla sensualità. La cantabilità che pervade l’intero lavoro riflette l’anima del protagonista, minata dallo scontro con la cruda realtà, uno scontro che provoca più di uno “strappo nel cielo di carta”. In questo senso si può individuare un certo parallelismo con la vita dello stesso Massenet: nel 1910 Debussy e Ravel erano già compositori affermati, e il fermento per i nuovi linguaggi musicali era assolutamente palpabile. Eppure, Massenet rimane saldamente ancorato a uno stile ancora pienamente ottocentesco, immobile di fronte ai mutamenti del mondo musicale.

La regia di Kristian Frédric legge l’opera di Massenet come gli ultimi giorni di un anziano signore, “ex intellettuale, colto, sensibile”, come si apprende dalle note di sala, ricoverato in una casa di riposo a causa dell’Alzheimer. I volti degli infermieri si trasformano così nei personaggi del romanzo che ha affascinato l’anziano fin dalla tenera età: un’ultima, emozionante avventura prima di concludere la vita terrena. L’idea drammaturgica di ambientare l’opera in una RSA, coadiuvata dalle scene di Mariléne Bastien, dai costumi di Margherita Platé e dalle luci e dai video, rispettivamente, di Rick Martin e Antoine Velot, non è certo una novità, ma risulta perfettamente calzante e coerente con la trama, costituendo un’efficace occasione di riflessione per il pubblico. È facile riconoscere nei deliri immaginari di questo Don Quichotte esperienze di vita reale, magari legate al ricordo di un proprio caro affetto dalla stessa patologia. Ancora più disarmante è vedere rappresentati in palcoscenico gli atteggiamenti degli infermieri costretti ad assecondare le fantasie degli ospiti della RSA. Proprio in virtù della coerenza e della chiarezza del piano drammaturgico, risulta invece difficile condividere la scelta di introdurre ciascun atto con una breve riflessione letta da una psicologa, costringendo talvolta la parte musicale ad adattarsi a questa “precauzione esplicativa”: emblematica, in tal senso, la proposta del secondo interludio anche all’inizio dell’opera, a mo’ di ouverture, che esaurisce l’impatto della prima scena, la quale avrebbe potuto immergere il pubblico nella vicenda fin dalle prime note.

Il maestro Jacopo Brusa, alla guida dell’orchestra I Pomeriggi Musicali e del coro OperaLombardia preparato dal M° Diego Maccagnola, offre una lettura pienamente convincente dell’opera di Massenet, esaltando la ricchezza e la mobilità del tessuto orchestrale concepito dal compositore. Ne risulta un’esecuzione quasi cinematografica, capace tanto di grandi affreschi musicali quanto di momenti di profonda introspezione. Fin dall’inizio entusiasma l’esuberante scena inaugurale, che richiama immediatamente alla memoria Carmen e quella Spagna esotica tanto idealizzata dai compositori francesi di fine Ottocento. Da segnalare, infine, l’ottima conduzione del secondo interludio prima del V atto (questa volta collocato al posto giusto).

Nicola Ulivieri, nel ruolo dell’haute chevalier, offre al pubblico un protagonista improntato alla dolcezza e alla malinconia, calandosi perfettamente nei panni dell’anziano malato grazie a emblematici cambi d’espressione che restituiscono con forza il senso della caduta delle illusioni. Da menzionare in particolare la Sérénade à Dulcinée del I atto, "Quand apparaissent les étoiles", così come la preghiera "Seigneur, reçois mon âme" del III atto. Convincente anche la Dulcinée di Chiara Tirotta, qui l’infermiera di cui Don Quichotte si innamora perdutamente e per la quale compie la sua ultima avventura. Encomiabile il duetto con il protagonista nel IV atto, "Oui, je souffre votre tristesse".

Giorgio Caodoro dà prova di grande talento nel ruolo di Sancho, che in questo allestimento diventa l’infermiere che si prende cura del cavaliere errante, assecondandolo in tutte le sue fantasiose imprese. Della sua interpretazione colpisce soprattutto lo scavo interiore del personaggio, che trova il suo coronamento nel finale del IV atto: "Riez, allez, riez du pauvre idéologue" non è soltanto il disperato tentativo di risollevare il protagonista dopo il crollo dell’illusione amorosa per la bella Dulcinée, ma anche un rimprovero alla folla che lo deride e, al tempo stesso, un monito rivolto al pubblico, coinvolto efficacemente attraverso l’accensione di alcune luci in sala. Un momento di grande intensità, senza dubbio il più alto della serata.

Nel complesso, questo Don Quichotte si impone come un allestimento solido e ben pensato, capace di restituire con efficacia la dimensione intimista e malinconica dell’ultima opera di Massenet. Pur con qualche scelta registica discutibile, la coerenza del progetto drammaturgico, unita a una direzione musicale ispirata e a un cast vocalmente e teatralmente convincente (nel quale ricordiamo anche Raffaele Feo, Roberto Covatta, Marta Leung ed Erica Zulikha Benato nei panni degli spasimanti di Dulcinée; Alessandro Carrera e Marco Tomasoni in quelli dei due valletti), consente allo spettacolo di raggiungere un forte impatto emotivo. Ne emerge un Don Quichotte che parla con sorprendente chiarezza alla sensibilità contemporanea, invitando il pubblico a riflettere sul valore dell’illusione, sulla fragilità della memoria e sulla dignità della sconfitta. Un inizio d’anno che non solo rende giustizia a un capolavoro raramente frequentato, ma ribadisce anche l’importanza di continuare a esplorare, con coraggio e intelligenza, pagine meno consuete del repertorio operistico.

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