L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cenerentola alla Reggia

di Antonino Trotta

La Cenerentola in scena al Teatro Regio di Torino può far affidamento su un versante musicale di eccezionale bravura: Vasilisa Berzhanskaya, Carlo Lepore, Roberto de Candia, Nico Darmanin e Maharram Huseynov compongono il gustosissimo ensemble che, sotto l’attenta guida di Antonino Fogliani, conduce il capolavoro di Rossini al successo.

Torino, 22 gennaio 2026 – La Cenerentola nasce da una storia che tutti crediamo di conoscere a memoria eppure, fin dalle prime battute, qualcosa si sposta: la favola perde i suoi bagliori notturni, rinuncia agli incantesimi e alle apparizioni provvidenziali, e sceglie di abitare un mondo più concreto, più esposto, decisamente umano. È un universo regolato non dal miracolo, ma da una fiducia tutta illuminista nella ragione, nel tempo dell’attesa, nell’educazione progressiva dello sguardo. Niente fate, niente interventi dall’alto; al loro posto, il lento emergere della virtù, chiamata a farsi riconoscere senza scorciatoie. È questa, d’altro canto, una scelta che si riflette anche nei dettagli simbolici: la celebre scarpetta di cristallo lascia spazio a un bracciale, oggetto meno sensuale e meno accidentale, più astratto e più duraturo. Non qualcosa che misura un corpo, ma un segno che chiede di essere ricordato e riconosciuto. Il lieto fine non dipende più da una prova fisica o da un colpo di fortuna, ma da una memoria morale, dalla capacità di riconoscere ciò che ha valore anche quando resta sepolto da quintali di cenere. In questa dimensione razionalizzata, il male non assume tinte tragiche o oscure, ma si manifesta come grottesco, vanità, rumore di fondo di una commedia sociale che si consuma da sola. E il finale, coerentemente, rinuncia alla vendetta per approdare al perdono, spostando il centro dell’opera dalla punizione al riconoscimento.

Ripristinare tutti questi elementi, così come avviene nello spettacolo firmato da Manu Lalli che accompagna il ritorno del capolavoro rossiniano sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino, significa dunque riportare La Cenerentola entro l’alveo della favola, restituendole zucche e fatine – tante fatine! –, insistendo su quell’universo di meraviglia che Rossini e Ferretti avevano consapevolmente lasciato ai margini, o addirittura escluso. Una scelta che, nel privilegiare l’incanto visivo e l’immediatezza dell’immaginario fiabesco, finisce però per lasciare inesplorata proprio quella rete di cunicoli morali e razionali su cui l’opera fonda la propria modernità, arrestando il racconto a un livello più superficiale, illustrativo, dove il prodigio torna a occupare lo spazio che gli era stato scientemente negato. Per carità, la messinscena, nata per uno spazio aperto e riadattata al chiuso, con costumi di Gianna Poli, scenografie di Roberta Lazzeri – in omaggio alla città ospite, sullo sfondo si può ammirare la Galleria Grande della Reggia di Venaria – e ben illuminata dalle luci di Vladi Spigarolo, scioglie la fiaba con linguaggio tendenzialmente garbato e poetico, pur ricorrendo spesso a quei topoi propri delle realizzazioni marcatamente commerciali delle commedie di Rossini. Si fa largo uso di movimenti meccanici per i personaggi, di caratterizzazioni insistite, di gag reiterate che finiscono per appoggiarsi più all’automatismo del genere che a una reale necessità drammaturgica ma, tutto sommato, e al netto del lieve fastidio che la sfilata in platea delle fatine può aver suscitato in alcuni spettatori – nello scrivente, va ammesso, in modo tutt’altro che trascurabile: piazzatesi proprio davanti durante il rondò finale, ha seriamente rimpianto di non aver allungato una gamba e risolto la questione con uno sgambetto –, lo spettacolo non è una catastrofe. Procede con mestiere, si lascia seguire senza traumi e accompagna il pubblico fino in fondo senza inciampi clamorosi, preferendo la rassicurazione dell’illustrazione alla complessità del pensiero, scegliendo di raccontare una Cenerentola più addomesticata che problematica, più decorativa che interrogativa.

Altrove, fortunatamente, la complessità dell’opera trova piena cittadinanza e sul versante musicale lo spettacolo cambia decisamente levatura. A cominciare dall’eccellente concertazione di Antonino Fogliani, al debutto nel golfo sabaudo e alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino, in gran spolvero, capace di restituire con nitidezza il mordente teatrale di Rossini. Fogliani governa la scrittura rossiniana con gesto saldo e lucidissimo senso delle proporzioni, garantendo assoluto controllo della partitura anche là dove la buca scatta per naturale fervore narrativo: accelerazioni che non sfociano mai nello scompenso, ma servono piuttosto a oliare con intelligenza quei meccanismi di precisione su cui l’opera si regge. I concertati, le strette, i grandi pezzi d’assieme trovano così una tensione interna sempre sorvegliata, in cui l’energia non degenera mai in frenesia e il moto perpetuo rossiniano conserva chiarezza, elasticità e funzione drammaturgica. Verve e pathos, ebrezza e poesia, slanci e apnee si alternano così con estrema consapevolezza, componendo un arco espressivo ampio e mobile, in cui il respiro teatrale non viene mai sacrificato sull’altare della pura e macchinosa brillantezza, restituendo al Cigno di Pesaro quella leggerezza pensante in cui il piacere del suono non è mai disgiunto dalla necessità del racconto, anzi, si pone al pieno servizio del senso, del gusto, del gesto scenico e della parola cantata.

Quest’ultima, poi, trova in taluni cantanti la sua più alta valorizzazione. È il caso di Carlo Lepore, Don Magnifico di nome e di fatto, artefice di una prova che si impone per eccezionale autorevolezza vocale e altissima statura d’interprete, entrambe frutto della conoscenza autentica e della costante pratica col linguaggio rossiniano. Lepore cesella il ruolo con un controllo esemplare della parola e del ritmo, facendo della dizione chiarissima, dell’accento sempre pertinente e del fraseggio impeccabile gli strumenti di una caratterizzazione iconica, capace di fissare il personaggio nella memoria dello spettatore senza mai scivolare nella caricatura, e di restituirgli quella densità teatrale che lo rende davvero centrale nell’economia dell’opera. Non è da meno Roberto de Candia, Dandini sfaccettatissimo e arguto, che fa della duttilità vocale e della raffinatezza attoriale i punti di forza di una lettura da manuale. De Candia attraversa il gioco del travestimento con intelligenza sorridente e senso infallibile del tempo teatrale, restituendo un servo spiritoso senza compiacimenti, elegante senza freddezze, perfettamente calibrato sulle esigenze del testo, capace di tenere insieme brio e precisione, ironia e misura, inserendosi con naturalezza nel disegno musicale e scenico senza mai forzare l’effetto né smarrire la finezza della scrittura. Al fianco di queste due istituzioni del teatro rossiniano, non sfigura l’attesissima Angelina di Vasilisa Berzhanskaya, cantante anfibia dalla vocalità piena e rigogliosa, facile in acuto e squisitamente ambrata nei centri, che affronta il ruolo con sicurezza tecnica e controllo del mezzo, restituendo un profilo vocale solido e piuttosto omogeneo. È vero, la sua eroina non concede troppo al languore e al sentimento, né dà fuoco alle polveri quanto il dettato ara il terreno per il virtuosismo più sfrenato, privilegiando sempre una linea di canto sorvegliata e aristocratica. Una scelta che, se da un lato smussa gli estremi e rinuncia a qualche vertigine pirotecnica, dall’altro garantisce compattezza, affidabilità e una presenza scenico-vocale indubbiamente di classe. Nico Darmanin è un Don Ramiro fresco e rassicurante, forse non graziato da uno smalto particolarmente suadente, ma rinfrancato da una contezza tecnica e di stile inappuntabili: sguizza in acuto e squilla senza colpo ferire, sgrana le agilità con elettrizzante vigoria, e modella il canto con quelle dinamiche che ribadiscono l’estrazione nobile del personaggio. Maharram Huseynov, infine, porta in dono ad Alidoro una voce timbrata e ben rifinita, sorretta da un’emissione robusta e da un’ottima versatilità nel canto di bravura, scolpita in un fraseggio limpido e distinto, assolutamente in accordo con la caratura etica e morale del sapientissimo precettore. Albina Tonkikh e Martina Myskohlid rispettivamente Clorinda e Tisbe, completano correttamente la gustosissima locandina. Buona la prova del coro maschile, istruito dal maestro Piero Monti.

Accoglienza festosa. E meritata.

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