L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Così vicina e così lontana

di Marco Simoni

Carmen debutta al Teatro Verdi di Pisa registrando il tutto esaurito. Bene le voci femminili principali in un contesto visivamente gradevole.

PISA, 23 gennaio 2026 – Il sold out non stupisce più di tanto, dato che la più nota opera di Bizet è stabilmente presente nell’elenco delle più eseguite sui palcoscenici di tutto il mondo. È tuttavia sempre interessante assistere a nuove letture di un titolo del genere, così amato dal pubblico forse perché, come scriveva acutamente Alberto Savinio, “Il segreto della Carmen è forse in questo suo essere così vicina a noi e assieme tanto lontana, così sincera e schietta e assieme così obliqua e densa di fato”.

Per le recite pisane il regista Filippo Tonon presenta un impianto registico sostanzialmente tradizionale, spostando però l’ambientazione tra fine Ottocento e primo Novecento. La scenografia, sempre di Tonon, mostra una visione d’insieme solidamente architettonica, con una particolare attenzione ai giochi di luce (curati da Fiammetta Baldiserri) e agli abbinamenti cromatici. Sono presenti alcuni elementi che ricordano l’ambiente industriale, e che aiutano la collocazione temporale: tubi, carrucole, ganci da carroponte e soprattutto un grande vagone minerario a centro scena, nel terzo atto. Sui colori dello sfondo, in cui prevalgono le tonalità del legno, si stagliano nitidamente i costumi, firmati da Carla Galleri e dallo stesso regista, che giocano su un efficace contrasto cromatico, in cui si spiccano decisamente il rosso delle danzatrici spagnole, il bianco delle sigaraie e dei fanciulli, il grigio dei militari.

Risultano particolarmente convincenti le scene di massa, in cui una gestione curata dei movimenti sul palco, che evita ogni simmetria, sono improntate ad un realismo di gusto retrò, senza però mai scadere nel manierismo, e soprattutto molto aderenti alla caratterizzazione drammatica. In questo contesto scenico risultano assai efficaci i numeri d’insieme, che coinvolgono di volta in volta soldati, sigaraie, fanciulle, contrabbandieri.

Laura Verrecchia, nei panni di Carmen, incarna appieno il personaggio: certamente sensuale, senza però diventare eccessivamente provocante, calca la scena forte di una chiara vocalità di stampo belcantistico, padroneggiando l’intensità drammatica della parte, che emerge soprattutto nell’ultimo duetto con don José.

Davvero notevole è la prova di Valentina Mastrangelo, che interpreta in modo impeccabile il personaggio di Micaela, senza mai essere sopra le righe, ma raggiungendo il vertice nella toccante aria “Je dis que rien ne m'épouvante” del terzo atto, in cui la sua voce si piega in una particolare dolcezza.

Leonardo Caimi, che presta la voce a Don Josè, appare in principio un po' incerto, ma progressivamente acquista sicurezza, raggiungendo il culmine nell’ultimo atto, dove la gelosa possessività ha un rapido climax fino ad esplodere nell’esito scellerato. Devid Cecconi rende con canto saldo e gestualità ben controllata il ruolo di Escamillo. Antonino Giacobbe (Dancaire), Saverio Pugliese (Remendado), Andrea Comelli (Zuniga). Luca Bruno (Moralès), Laura Esposito (Frasquita) e Leyla Martinucci (Mercédès) completavano il cast con il Lillas Pastia di Luigi Ragoni.

L’Orchestra da Camera Fiorentina, diretta da Beatrice Venezi, dopo un inizio un po’ sottotono, si assesta in rapporto al palcoscenico insieme al Coro Arché, preparato da Marco Bargagna, e alle Voci bianche “Bonamici”, istruite da Angelica Ditaranto.

Applausi del pubblico che, per riprendere le parole entusiastiche di Nietzsche, ha assistito ancora una volta alla rappresentazione dell’amore “ritradotto nella natura! […] l’amore come fatum, come fatalità, cinico, innocente, crudele – e appunto in ciò natura!”.

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