L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dramma in musica

di Roberta Pedrotti

Torna finalmente a Bologna Idomeneo, re di Creta, che inaugura la stagione operistica 2026 con la concertazione viva e idiomatica di Roberto Abbado e un cast ricco di soddisfazioni. Meno convincente la visione teatrale d'ambizioni metafisiche firmata da Mariano Bauduin.

BOLOGNA, 24 gennaio 2026 - Splendono ai baveri e ai petti di molti spettatori bolognesi, per questa inaugurazione di stagione operistica del Comunale, le spille dorate in solidarietà ai musicisti della Fenice, altri fremono in attesa di accaparrarsene una. Poi le luci si abbassano e Roberto Abbado leva la bacchetta.

È Idomeneo, re di Creta ad aprire un 2026 che si distacca dell'eterno ritorno dell'eguale che attanaglia troppi cartelloni (e par uno degli obiettivi dell'attuale politica ministeriale): capolavori, sì, ma non sempre gli stessi, e se di Mozart a Bologna si è appena prodotta una trilogia dapontiana, più che mai gradito è il ritorno del monumentale capolavoro serio che segna la svolta verso la piena maturità del genio di Salisburgo. E, anzi, si trasalisce realizzando che la precedente produzione felsinea (2010, firmata Mariotti Livermore) era stata anche la prima assoluta all'ombra delle Due Torri. Curiosa coincidenza vuole che due opere chiave del tardo Settecento, due emblemi dell'evoluzione del dramma in musica in temperie neoclassica e protoromantica compaiano dopo assenze spropositate negli stessi giorni a pochi chilometri di distanza: Orfeo ed Euridice di Gluck a Parma, Idomeneo a Bologna. Speriamo sia il segno di una maggiore e diffusa attenzione futura a questo repertorio.

Abbado alza la bacchetta, dunque, e subito, anche nell'acustica del Comunale Nouveau, si ha chiara la cura del maestro milanese per l'idioma serio mozartiano. Torna alla mente quello spettacolo capitale che fu La clemenza di Tito concertata da Abbado a Torino con la regia di Graham Vick (e nel cast Remigio, Filianoti, Bacelli...): sentiamo quella stessa pulizia, il controllo del vibrato, le arcate nette, taglienti dove necessario, la chiarezza architettonica, la tensione calibrata con nobiltà, gli accompagnamenti che seguono il canto, l'affetto, l'azione lasciando emergere tutta la ricchezza di pensiero strumentale di questo Mozart quasi venticinquenne. Sentiamo anche, con gran gioia, la realizzazione dei recitativi con cembalo (Nicoletta Mezzini) e violoncello (Enrico Corli) al continuo, come è giusto e troppo spesso si dimentica per fare economia. Qualche taglio (“No, la morte non pavento” di Idamante e “Torna la pace” furono comunque già operati senza troppi rimpianti dall'autore stesso) non inficia una resa musicale complessiva d'alto profilo, che da un cast in gran parte d'estrazione ottocentesca sa trarre soprattutto i vantaggi di una impostazione scuola italiana capace di piegarsi a diverse esigenze di stile.

È chiaro che da un tenore come Antonio Poli non si possa pretendere il virtuosismo trascendentale di un Blake o di uno Spyres (Mozart stesso, difatti, predispose pure una versione alternativa di “Fuor del mar” ardua sì, ma non sovrumana), ma sentire questa parte affrontata senza cercar sconti da una voce ampia, omogenea e luminosa, un canto che non fa perdere una parola del testo di Varesco è pregio non da poco, specie per un tenore che si mette in gioco svestendo per una volta la corazza di Pollione o il mantello di Ernani. La tradizione in questo senso è ricca e non dimentichiamo proprio a Bologna il precedente di Francesco Meli come re di Creta. Una prima, con tutti i suoi onori e oneri, più che positiva e, anzi, ci si augura che non resti fra i casi isolati e consolidi la frequentazione della parte e del repertorio. Anche inoltrandosi sempre più in Verdi e Puccini, Mariangela Sicilia non ha mai reciso il legame con il Settecento, Handel compreso: tutto quel che di lei si ammira da tempo in termini di qualità d'emissione e di finezza musicale e interpretativa trova in Ilia terreno fertile per dipingere un personaggio liliale, sì, ma che dalle sventure ha saputo trarre anche forza, passione e volontà senza mai uscire dai cardini di una stilizzata nobiltà. Le fa da contraltare Salome Jicia (georgiana di nascita, ma italiana di formazione, almeno dai tempi dell'Accademia rossiniana con Zedda), che con un timbro meno levigato rende bene i tratti nevrotici di Elettra soprattutto nelle prime due arie e nel terzetto, mentre il temperamento in “D'Oreste, d'Ajace” prende il sopravvento e fa perdere di nitore le diaboliche serie di scale e picchiettati. Mezzosoprano acuto di colore chiaro e vibrato ai minimi termini nell'emissione baroccheggiante, Francesca Di Sauro veste i panni di Idamante e completa il quartetto principale fronteggiando le personalità ingombranti del tormentato sovrano, della principessa prigioniera che anela alla pace e di quella gelosa che si accende furente. Non vanno, tuttavia, trascurate le due arie di Arbace, benché l'apporto drammatico del personaggio sia assai limitato, e Leonardo Cortellazzi le affronta con slancio e competenza. Bene anche il Gran sacerdote Xin Zhang, la voce dell'oracolo di Luca Park, le cretesi di Chiara Salentino e Matilde Lazzaroni, i troiani di Tommaso Morelli e Massimiliano Brusco. Il coro preparato da Gea Garatti Ansini è messo ben in luce da Mozart e risponde all'appello ribadendo la sua qualità.

Resta da dire della nuova produzione firmata da Mariano Bauduin per la regia, Dario Gessati per le scene e Marianna Carbone per i costumi, le luci di Daniele Naldi a sottolineare un clima cupo e claustrofobico e le coreografie di Miki Matsuse van Hoecke che nelle danze finali ci regalano almeno una ben intellegibile allegra rivisitazione della storia cretese dagli amori di Pasifae alle nozze di Arianna e Dioniso.

Una produzione che si annuncia metafisica, ma che finisce per sovraccaricare il filo del discorso in un affastellarsi di simboli, controscene, accessori e sottolineature ad accompagnare un'azione per il resto tradizionalmente lineare. Abbiamo da un lato elementi d'antico artigianato teatrale che ricorda la formazione di Bauduin sotto l'egida del compianto Roberto De Simone (praticabili naturalistici, ombre cinesi, onde realizzate con tessuti in movimento), dall'altro proiezioni iperrealistiche e la presenza di una specie di teca o acquario infranto (la mente corre all'acquario immaginato da Livermore per lo spettacolo, pure non bellissimo, del 2010) e una vasca su cui compaiono i primi versi dell'Iliade in greco. La cifra eclettica non sempre compensa il sacrificio estetico con un vantaggio simbolico; lo iato iconografico non si risolve in un'armonia costruttiva e l'eccesso di spezie e ingredienti rischia di rendere il piatto indigesto o quantomeno un po' pesante. Less is more.

Anche al netto di queste riserve, e ricordando che la perfezione non è di questo mondo ma ciò non ci esime a guardare sempre al meglio e non al “c'è di peggio”, un'inaugurazione riuscita, che riporta a Bologna un titolo fondamentale con esiti musicali di rilievo e un pungolo a riflettere sempre sull'essenza teatrale di questo repertorio in generale e di Idomeneo, re di Creta in particolare.

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Roma, Idomeneo re di Creta, 16/11/2019

Milano, Idomeneo, 04/06/2019


 

 

 
 
 

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