L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Schiudi, inferno

di Antonino Trotta

A Novara Macbeth inaugura con successo la stagione 2026 del Teatro Coccia: sugli scudi la concertazione di Jordi Bernàcer, vero motore della serata. Gradevole la messinscena di Daniele Piscopo, buono il cast in cui spiccano le prove di Gustavo Castillo e Ivan Magrì.

Novara, 24 gennaio 2026 – Nel Macbeth di Verdi, e specialmente nella versione aggiornata per il Theatre Lyrique di Parigi, l’orchestra assume per la prima volta un ruolo pienamente drammaturgico, non come semplice ampliamento dell’accompagnamento, ma luogo primario di costruzione del senso teatrale. Dopo una serie di opere in cui la forza tragica si concentra ancora prevalentemente sulla linea vocale e sulla sua schiettezza, Verdi affida qui al suono strumentale una funzione nuova, quella di definire lo spazio dinamico dell’azione e di renderne percepibile la progressiva involuzione. La scrittura si fa volutamente aspra, scura, antiretorica: timbri gravi, impasti densi, figure ossessive, ritmi graffianti costruiscono un clima sonoro continuo, che attraversa l’opera al di là della sua struttura a numeri chiusi. Il male non viene semplicemente descritto o illustrato dalla parola cantata, ma si insinua nella materia sonora, precede l’azione, la commenta dall’interno e talvolta la contraddice. Emblematica, in questo senso, è ad esempio la resa del soprannaturale: le streghe non appartengono a un altrove seducente o fantastico, ma a un universo sonoro secco, frammentario, quasi grottesco, che l’orchestra e il coro incarnano con ferinità inquietante. Allo stesso modo, il dramma di Macbeth non si consuma soltanto nei grandi snodi vocali, ma prende forma nella tensione orchestrale che accompagna e scava sotto il canto, rendendo udibile la sua frattura interiore. In Macbeth, insomma, l’orchestra non è più la pista su cui decolla la voce ma agisce, pensa, prepara. È il vero motore tragico dell’opera, e il punto di partenza imprescindibile di ogni lettura che si rispetti.

E a Novara, dove un sorprendente Macbeth – versione 1865, ballabili tagliati –inaugura la stagione 2026 del Teatro Coccia, è proprio la qualità della concertazione a farsi chiave di volta dell’intero spettacolo, mettendo in moto l’intera macchina teatrale e guidandola spedita lungo un percorso teso e inesorabile, in cui l’azione sembra nascere dal suono e procedere senza crolli fino all’epilogo. Alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana, mai ascoltata così ispirata e tesa, Jordi Bernàcer modella il flusso orchestrale in un disegno atmosferico e implacabile, facendo della buca il cuore pulsante dell’intera narrazione. La concertazione sorprende per la ricchezza cangiante dei colori e per la tavolozza dinamica mobilissima, sempre piegata alle esigenze del momento drammatico, sempre pronta a mutare colore, peso e respiro. Il testo è sostenuto con una pertinenza quasi fisica e anche immaginando cancellata ogni parola dal libretto, la potenza del dramma resterebbe intatta, sostenuta com’è da un suono che racconta con incredibile pathos, incalza senza mai concedere tregua, ferisce scavando nell’ombra più remota della partitura. La frenesia, l’enfasi, l’impellenza di ogni passaggio emergono con evidenza dal sostrato musicale che invade il golfo mistico, tanto mordace è il fraseggio impresso alla fossa, tanto serrata e plastica la trama ritmica che Bernàcer mantiene senza cedimenti lungo l’intero arco dell’opera. È in questa continuità febbrile, mai allentata, che la scrittura trova la sua necessità più profonda, portando la scena sulle proprie spalle, trascinandola in avanti con un’urgenza costante, fino a consumarla interamente nel suo esito finale.

La messinscena firmata da Daniele Piscopo, di fatto, finisce inevitabilmente per muoversi in posizione subordinata rispetto alla regia musicale, seguendo più che determinando il flusso degli eventi. È una regia, quella di Piscopo — che firma anche scenografie e costumi — che si muove, con onestà, nel solco della tradizione, privilegiando una narrazione lineare e didascalica, attenta alla leggibilità dell’azione e alla chiarezza dei rapporti scenici, pur senza rinunciare a qualche intuizione puntuale capace di dare maggiore spessore e personalità ai personaggi. Tale ci è parsa, ad esempio, l’idea di ricondurre la spietatezza della Lady a una maternità negata dal fato, suggerita con discrezione da controscene e proiezioni, volte a insinuare una fragilità sotterranea, ma mai sviluppata fino a farne un vero cardine della lettura; la caratterizzazione dei ruoli resta così complessivamente piuttosto superficiale. Ciò non toglie che lo spettacolo sappia comunque trovare una sua efficacia visiva, anche grazie alle proiezioni di Ivan Pastrovicchio, capaci di costruire in più di un momento immagini suggestive e di grande impatto, che fanno da sfondo all’azione con coerenza e misura.

Ben assortita la seconda compagnia di canto. Al debutto nel ruolo del titolo, Gustavo Castillo, baritono già apprezzato su questo stesso palcoscenico, dà vita a un protagonista dalla voce potente e statuaria, porta con eleganza e ottimo controllo dello strumento. È un Macbeth, il suo, molto piacione: privilegiando una linea di canto solida, sinuosa e autorevole, Castillo restituisce con estrema efficacia la dimensione regale e guerriera del generale dell’esercito di re Duncano, pur lasciando talvolta in disparte le sue più sottili ambiguità psicologiche. Ne risulta un protagonista vocalmente saldo e scenicamente presente – pur cantando sempre in proscenio –, di sicura e fascinosa presa, più incline all’affermazione del potere che all’esplorazione delle sue ombre interiori. Più problematica la Lady di Maria Cristina Bellantuono, chiamata a cantare tre recite in tre giorni consecutivi per indisposizione di Monica Zanettin nel primo cast: la scrittura drammatica spesso costringe il soprano a forzare l’emissione là dove la partitura si infuoca – nel passaggio la voce suona anche un po' schiacciata – e la sua Lady, pur puntuale in ogni pagina, non eccelle per carisma ma merita l’onore delle armi per la professionalità e la tenuta dimostrate. Fa gran bella figura il Macduff di Ivan Magrì, che con franchezza di mezzi e d’espressione, squillo e baldanza affronta la parte con slancio generoso, trovando nell’aria del quarto atto un momento di canto schietto e partecipe. Più sottotono il Banco di Shi Zong, basso dalla buona vocalità ma interprete ancora poco incisivo. Completano correttamente il cast Elena Malakhovskaya (Dama di Lady Macbeth), Xiaosen Su (Malcolm), Marco Baldino (attore, re Duncano), Omar Cepparolli (Medico), Piero Santi (Domestico/Araldo), Luigi Varriale (Sicario), con le tre Apparizioni affidate a Roberto Messina, Erika Fornero e Agnese Jurkovska. Molto valida la prova del coro San Gregorio Magno, istruito dal maestro Mauro Trombetta.

Accoglienza calorosa e ottima affluenza, con un pubblico partecipe e generoso negli applausi che ha salutato con convinzione l’esito complessivo della serata inaugurale.

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