Poca favilla gran fiamma seconda
di Matteo Lebiu
Prima esecuzione assoluta per Marina, prima opera di Umberto Giordano, all’81ª stagione dei Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme. Il lavoro giovanile, già intriso di tensione verista e slanci melodici, è tornato alla luce dopo oltre un secolo. Applausi calorosi per la notevole riscoperta e per l’ottimo cast, sotto la guida di Vincenzo Milletarì.
MILANO, 14 febbraio 2026 - Sono poche le stagioni che possono vantare in cartellone la prima esecuzione assoluta di un’opera di un grande compositore del passato. Tra queste spicca l’81ª stagione concertistica dei Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme, che ha proposto in forma di concerto Marina, melodramma in un atto di Umberto Giordano su libretto di Enrico Golisciani.
La genesi dell’opera risale al 1888, quando Giordano, appena ventenne e allievo di composizione del maestro Paolo Serrao al Conservatorio di Napoli, partecipò al celebre concorso indetto dall’editore Sonzogno, che vide il trionfo di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Sebbene Marina non salì sul podio, il lavoro fruttò al giovane compositore un contratto con l’importante casa editrice. Dopo 140 anni di oblio, la partitura autografa, custodita dal 1986 presso la Koch Collection della Beinecke Library di Yale, è stata oggetto di studio per la preparazione dell’edizione critica a cura di Andreas Gies, permettendo così di restituire al pubblico questa significativa prova del talento giovanile del compositore pugliese.
Marina si inserisce pienamente nell’estetica verista, a partire dal soggetto che mette in scena una tranche de vie violenta, cruda e appassionata, in cui la morte dei protagonisti sopraggiunge nell’arco di appena sessanta minuti di musica. Durante la guerra tra Serbia e Montenegro, la montenegrina Marina soccorre l’ufficiale serbo Giorgio Lascari, ferito e disarmato, finendo per innamorarsene. La scoperta di questo amore le costa l’accusa di tradimento da parte del fratello Daniele, capo dei montenegrini, e del promesso sposo Lambro, mentre Giorgio viene fatto prigioniero in attesa dell’esecuzione. Marina decide allora di far fuggire l’amato dopo avergli dichiarato il proprio sentimento; ma durante la fuga Giorgio viene ucciso dal colpo di fucile di Lambro che, compreso l’inganno, uccide in preda alla gelosia anche la promessa sposa.
La direzione di Vincenzo Milletarì, conterraneo di Giordano, ha restituito un suono appassionato e stilisticamente ben inquadrato, guidando orchestra, coro e solisti con grande precisione. Anche nei momenti di maggiore lirismo non perde mai il controllo, mantenendo una salda pulsazione ritmica e offrendo una lettura fresca e scorrevole. Dopo l’esaltante coro iniziale — rappresentazione quasi onomatopeica della guerra serbo-montenegrina — e la canzone patriottica intonata da Lambro nella scena III della prima parte, colpisce la dolcezza del breve intermezzo orchestrale, costruito su temi di reminiscenza “turbati” dal motto rapido della guerra negli archi scuri. Il coro della Fondazione Teatro Petruzzelli, preparato da Marco Medved, convince pienamente per il suono scolpito e la precisione degli interventi.
Protagonista indiscussa è stata Eleonora Buratto nel ruolo del titolo che, affrontando con sicurezza la scrittura impervia, riesce a delineare una Marina contemporaneamente forte e fragile. La partitura stessa suggerisce questo dualismo: gli accenti gravi, impiegati per evocare la tragedia familiare (il padre ucciso dai serbi in battaglia), si trasformano in un lirismo incondizionato quando la giovane si abbandona all’amore. Grande prova anche per il tenore italo-britannico Freddie De Tommaso nel ruolo di Giorgio Lascari, capace di regalare al pubblico milanese accenti intensamente commossi e di smorzare l’acuto nella scena I della seconda parte fino a un impalpabile pianissimo. Non mancano pagine che già lasciano presagire le celebri melodie dell’opera destinata a consacrare definitivamente Giordano nel pantheon dei grandi operisti italiani, Andrea Chénier. In particolare, la conclusione della prima parte richiama l’atmosfera del Finale di quest’ultima, così come il meraviglioso duetto d’amore — corrispettivo drammaturgico del duetto verdiano di Un ballo in maschera — sembra quasi anticipare, nella parte di Giorgio, «Un dì all’azzurro spazio». Ottimi anche il Lambro di Mihai Damian e il Daniele di Nicholas Mogg, veri antagonisti dell’opera, che con il suggestivo grido finale (di mascagnana memoria) «O suora! O suora mia!» chiudono tragicamente la vicenda.
L’accoglienza del pubblico è stata calorosissima e consacra il successo di questa riscoperta davvero notevole, ribadendo l’importanza della ricerca musicologica anche in repertori diversi dall’Early Music. Chissà che Marina non possa portare una ventata di novità anche nei grandi teatri d’opera, affiancando Cavalleria e Pagliacci e inaugurando un nuovo trittico verista.
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