L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un altro della famiglia

di Francesco Lora

Al Teatro La Fenice, la nuova produzione di Simon Boccanegra di Verdi regge il confronto con quella, impressionante, di dodici anni fa: sono ritornati Simone Piazzola e Francesco Meli, si accolgono Francesca Dotto, Alex Esposito e Simone Alberghini, si lodano la concertazione di Renato Palumbo e la regìa di Luca Micheletti.

VENEZIA, 1° febbraio 2026 – Il precedente allestimento di Simon Boccanegra al Teatro La Fenice, per l’inaugurazione della stagione 2014/15, era da lucciconi agli occhi e nodo alla gola dalla prima all’ultima nota: cantavano Maria Agresta, Francesco Meli, Giacomo Prestia e soprattutto, come protagonista, un Simone Piazzola giovanissimo, ignotissimo e degno di fare sensazione; il miracolo non si ripeté quando Myung-Whun Chung riaprì la stessa partitura a Milano, né quando Andrea De Rosa riprese la stessa regìa a Genova. È dunque spinoso fare i conti con quei ricordi, ora che a Venezia è stata data una nuova produzione del capolavoro di Verdi, per otto folte recite dal 23 gennaio al 14 febbraio. Ma il timone era tenuto da mani salde. Nessuna compiaciuta estetizzazione, bensì calibrato impulso di vibrante passo teatrale, da parte dell’esperto concertatore: la tentazione potrebbe essere rafforzata da un testo che è capolavoro di strumentazione, ma Renato Palumbo sa quando e quanto convenga sciogliere le briglie all’Orchestra e al Coro del Teatro La Fenice, le ignominiose vicissitudini lavorative dei quali – già fuori tempo massimo si attenderebbero almeno tre dimissioni, da parte di soggetti inadeguati e non certo di vigili maestranze – sembrano andare di pari passo con l’aumentata evidenza di splendore massivo, timbrico e tecnico. La locandina reca poi non uno, ma ben tre baritoni di grido: quelli che si avvicendano nella parte del titolo – unica eccezione in una compagnia unica – più un terzo plausibile quale Simone e però impegnato come regista. Luca Micheletti non ha infatti bisogno di soccorso tramite le scene di Leila Fteita e i costumi di Anna Biagiotti: il suo lavoro con attori e masse palesa mestiere disinibito, analisi sottile e capacità d’immagini indelebili, come quando Simone sussulta smarrito nell’incontrare per la prima volta lo sguardo di Amelia Grimaldi, facendo in un lampo comprendere l’illusione di aver riconosciuto l’amata perduta molti anni prima, o come quando nel tumulto del Finale I «Lorenzin l’usuriere», cercando riparo, muore pugnalato proprio su quel trono che in origine era destinato a lui.

Luca Salsi, il massimo Boccanegra del presente, ha svettato nella prima metà delle recite, mentre la seconda è toccata al ritrovato Piazzola. Non è un mistero che la carriera di quest’ultimo abbia patito tristi scossoni, ed è motivo di gioia constatare nuovamente in lui mezzi robusti e risonanti; non si lasci dunque egli distrarre da ansie e paure, pur difficili da nascondere nel preciso giorno del ritorno sulla scena veneziana, e riprenda fiducioso il proprio cammino artistico: la voce ha fatto bizze ma non se n’è mai andata, né c’è ragione di dubitare dell’efficacia gestuale. Un cronico velo di stanchezza grava invece sul canto di Francesca Dotto, quale lo si conosceva, più smaltato, in tante – per esempio – recite veneziane, una decina d’anni fa, della Traviata. Quanta signorile intelligenza di fraseggio, però, si apprezza nell’Amelia di lei; e quanta soddisfazione si prova nel reincontrare, come Gabriele Adorno, un Meli a sua volta reduce da un ‘periodo no’, e qui per contro squillante, comunicativo e disinvolto come non lo si ascoltava da tempo. Chi scrive è invece annoiato di ricevere da Alex Esposito, artista di vaglia da lui sempre goduto con simpatia, l’ennesimo personaggio che cambia sì nome di opera in opera – Alfonso d’Este, Assur, Enrico VIII, Filippo II, Lindorf/Coppélius/Miracle/Dapertutto, Méphistophélès, Pagano… – ma di fatto rimane sempre un medesimo, istrionico, iperrealistico pazzo, schiumante di rabbia e violentemente gesticolante, alla maniera dei ghignanti arcicattivi nel mondo, senza sfumature psicologiche, dei cartoni animati; figurarsi che qui l’esuberante uniformazione va a toccare – banalizzandolo con sovreccitata neghittosità – il carattere orgoglioso, protettivo, tormentato di Jacopo Fiesco, culmine di frastaglio. Guai a dimenticarsi di un quarto baritono, Simone Alberghini, che nei panni di Paolo Albiani – insospettabile, dunque temibile: così si mettono a punto i perfidi – è un lusso non minore di quello del dovizioso Alberto Comes nei panni di Pietro. E insomma: la famiglia di questo Simon Boccanegra s’è capito essere la stessa di quell’impressionante fratello maggiore sortito nel 2014.

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