L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La conclusione in un salvaschermo

di Francesco Lora

Si completa con scarsa motivazione il Ring des Nibelungen di Wagner al Teatro alla Scala, con direzione di Alexander Soddy e Simone Young, regìa di David McVicar e soprattutto – qui sta il meglio – con le voci di Camilla Nylund, Nina Stemme e i loro principali colleghi. Nel frattempo, più sedi italiane sono toccate dalla tournée wagneriana di Teodor Currentzis e Musicaeterna, complementare soprattutto nel problema interpretativo di fondo.

MILANO, 8 febbraio 2026 – In una vita da melomane è cosa triste quando, muovendosi per un nuovo allestimento e per giunta al Teatro alla Scala, svanisce già in anticipo la fiducia nell’esito. La storia è penosa: il vantato primo teatro del mondo annuncia un fiammante Ring des Nibelungen spalmato su tre stagioni, dotandosi nientemeno che della direzione di Christian Thielemann e della regìa di David McVicar, e pubblicando compagnie di canto ove si coglie la benvenuta intenzione di alleggerire e approfondire; ma il principe dei concertatori wagneriani coglie poi al balzo un isolato problema di salute per cancellare due anni di contratti con Milano, uno tra i più geniali registi d’opera di ogni tempo sceglie di non fare alcunché salvo attuare oleograficamente le didascalie, la logica di scrittura dei cantanti perde infine per strada l’originale ragione di essere, osare e distinguersi, in un leggibile lavoro di quadra; sicché, quando si arriva alle cinque recite di Götterdämmerung – dal I al 17 febbraio – nonché a un mese da due cicli completi del Ring, ormai non ci si crede più e nemmeno ci si sbaglia. Si badi: nessun incidente durante le recite, bensì piuttosto la demotivazione nel dover condurre a termine, scomparto dopo scomparto e anno dopo anno, un progetto nel quale si riassumono in ordine gigante i trionfalistici errori della sovrintendenza e direzione artistica di Dominique Meyer, invero troppo esigua per la Scala.

Un cronico sintomo di malattia permane già nell’assurda spartizione del podio abbandonato tra due differenti maestri, non di titolo in titolo ma proprio di recita in recita, i quali maestri sono stati convocati anzitutto per la loro passata collaborazione con Thielemann, della cui maestà costituiscono una dignitosa versione diminuita, e per i loro cordiali rapporti vicendevoli, essendo già stato lui, Alexander Soddy, assistente di lei, Simone Young. Il problema è autoevidente: si passa – per così dire – dalle chiare volontà di un’autorialità interpretativa alla blanda redazione di una curatela a quattro mani, insomma l’evento atteso per lustri decade a disbrigo di ordinaria attività, come in un grande teatro di repertorio nell’area germanica. Le prime tre recite di Götterdämmerung sono state affidate a Soddy, e qui si riferisce dell’ultima tra esse. Formidabile l’Orchestra della Scala: con quel suo materiale italiano quant’altri mai, tutto morbido legato d’archi toccato da fiati ossequiosi benché prestanti, conferisce alla partitura di Wagner la più singolare – eppur legittima – delle livree; e non meno formidabile il relativo Coro: in una tale visione, con quella somma timbrica e quella salute volumetrica impensabili fuori da Milano e dall’Italia, esibisce una patente eclatante e temibile. Il punto è tuttavia che Soddy – una sola eccezione nella Marcia funebre, col personale gesto di tamburi rollantissimi – sembra più cavalcare l’onda delle maestranze che non guidarla, regolarla, impostarla; la sua bacchetta sta più al remo del navigante che al tridente di Nettuno, con tutto che questa Götterdämmerung rechi una maggior pulizia di lettura – cosa diversa da un maggior genio di analisi – rispetto ai precedenti Rheingold, Walküre e Siegfried. Si parla di lui per un prossimo Ring al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, e forse varrebbe la pena di scrutare se più in là non baleni un più carismatico campione – magari un italiano, da Daniele Gatti a Michele Mariotti a Michele Spotti – per un tanto progetto.

Circa l’allestimento scenico, con scene di McVicar stesso e Hannah Postlethwaite, costumi di Emma Kingsbury, luci di David Finn e video di S. Katy Tucker, s’è già accennato in generale. Wagner inscrive la propria critica sociale in un apparato didascalico realizzato nella musica ma spesso impraticabile con la scenotecnica della seconda metà dell’Ottocento; oggi i mezzi di attuare la visionarietà dell’autore ci sono eccome, innanzitutto attraverso il cinema, e questa consapevolezza vigeva già al Comunale di Bologna, nel 1988-92, attraverso il Ring allestito da Pier’Alli. Bene: alla Scala, quasi quarant’anni dopo, si cade nell’incredibile sorte di un McVicar che finge di non accorgersi della critica sociale e attua la didascalia pedissequamente (ossia senza una profonda ricaduta drammaturgica) a patto che essa non richieda un particolare sforzo (la mano alzata di Siegfried morto nel sottrargli l’anello). Il numeroso pubblico occasionale, dunque, continua a ridacchiare di quei mimi su trampoli che pretenderebbero, in penuria di risorse, di simboleggiare i cavalli delle valchirie, mentre il critico viziatello, al cospetto del rogo di Brünnhilde, rimpiange l’autentico incendio di Robert Carsen all’Opera di Colonia o alla Fenice di Venezia, qui sostituito da fiammiciattole proiettate nello stile e nella tecnica di un salvaschermo.

La stessa monumentale scena conclusiva gode nondimeno delle energie fin lì magistralmente dosate da Camilla Nylund, la quale, pur nella difficile acustica della Scala e con un direttore poco attento ai calibri, non forza i propri mezzi lirici, mostra attenta efficacia d’accento e conclude con smalto intatto. Alla sua alleviata Brünnhilde corrisponde il Siegfried addirittura evanescente, ma non implausibile e anzi stuzzicante – ne esce più un adolescente impulsivo e ad alto margine di sbagli che non l’impavido eroe della tradizione – di Klaus Florian Vogt. Günther Groissböck piacerà assai a chi ami uno Hagen cameratescamente rozzo e di fibra, senza interrogarsi se così possa davvero essere venuto su il figlio del contorto Alberich (che qui lascia esile traccia nell’interpretazione di Johannes Martin Kränzle, subentrato all’Ólafur Sigurdarson di prologo e seconda giornata). Efficienti senza troppa personalità Russell Braun, come Gunther, e Olga Bezsmertna, come Gutrune. A gettare ombra su tutti è il cameo – tale, nel suo caso – di Nina Stemme, ieri Brünnhilde d’oro e oggi Waltraute sostanziosa, risonante, incisiva, testimone di un mercato superiore del canto wagneriano. Ordinario il trio delle figlie del Reno, con la Woglinde di Lea-Ann Dunbar, la Wellgunde di Svetlina Stoyanova e la Flosshilde di Virginie Verrez; lussuoso quello delle Norne, costituito da Christa Mayer, Szilvia Vörös e ancora la Beszmertna. Perplessità ultima nel constatare come questo Ring della Scala si sia fatto bagnare il naso – anche in materia teatrale – persino da quello recente e concertistico del Comunale di Bologna, assai più povero nel livello di mercato artistico ma assai più ricco nell’entusiasmo esecutivo nonché assai più chiaro nell’obiettivo esegetico.

Nel frattempo, l’Italia è stata toccata in più sedi dalla tournée di Teodor Currentzis e Musicaeterna, con al séguito un programma incentrato su Der Ring ohne Worte, vale a dire la suite sinfonica elaborata quarant’anni fa da Lorin Maazel, onde concentrare il Ring nello spazio di un CD e insieme trarre lauti diritti d’autore. Il 12 febbraio nel Teatro Comunale di Modena, come altrove, l’uditorio avrebbe dovuto armarsi di un esercizio: ascoltare a occhi chiusi; il direttore e l’orchestra hanno infatti apparecchiato un’affettatissima coreografia – lui in abito con maniche strappate e danzante nel mezzo di un’orchestra che fluttua – destinata agli occhi e a convincere pure di ciò che non si è sentito. Vale a dire: diverse belle idee musicali ma quasi tutte estreme e calligrafiche nel momento stesso ove simulino la spontaneità, e una personalità direttoriale debordante – il reciproco di Soddy – senza che ciò significhi la promessa rivoluzione. Dov’è finito il giusto mezzo?

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