Non c'è pace per Violetta
Un turbinìo di nomi, a causa di un'insidiosa influenza, scombina le carte nella ripresa della Traviata firmata da Alessandro Talevi per il Comunale di Bologna e diretta ora da Leonardo Sini. Abbiamo ascoltato Maria Mudryak, Davide Tuscano e Claudio Sgura.
BOLOGNA, 25 febbraio 2026 - Non può dirsi esattamente fortunata questa Traviata frutto dell'esilio temporaneo del Teatro Comunale da Piazza Verdi alla zona Fiera. Nel 2022, all'EuropAuditorium, la nuova produzione firmata da Alessandro Talevi era stata programmata in quattro recite strette in quattro giorni consecutivi: saltata la prima per sciopero, non ci fu possibile recuperare (ne sortì comunque parte di un editoriale che qui ricordiamo Jesi, Bologna, Roma, Musica senza, 15-16-18/12/2022). Torna ora – e finalmente ci accingiamo a seguirla – nell'ultima stagione al Comunale Nouveau, la sala verdina dal palcoscenico come una striscia sottile che pochi rimpiangeranno ritornando al Bibiena. Il cast promette bene: in prima compagnia, con la vincitrice di Operalia 2017 Adela Zaharia, compaiono prima il tenore Liparit Avetisyan e il baritono Nicola Alaimo, i cui nomi vengono poi sostituiti – cambio ad alto livello – da quelli di Francesco Meli e Claudio Sgura. Senonché, alla vigilia del debutto Zaharia e Meli si ammalano, come Alfredo arriva in soccorso Matteo Desole, mentre Maria Mudryak (che nei panni di Violetta era già prevista a sostituire l'annunciata Julia Muzychenko nella compagnia alternativa) subentra alla prima e poi passa il testimone a Ekaterina Bakanova. Dinnanzi a questo girotondo, però, dormiamo sonni relativamente tranquilli, perché di fronte ad artisti di carriera conclamata aveva già avuto la meglio il desiderio di seguire i giovani emergenti dell'altro cast: oltre a Muzychenko, che si ricordava appena ventiduenne fra i vincitori del concorso Voci Verdiane 2017 proprio per la parte di Violetta, la locandina riportava il tenore Davide Tuscano, ascoltato per il Festival Verdi come Riccardo in Un ballo in maschera e Cassio in Otello, e Lodovico Filippo Ravizza,in quello stesso Ballo, oltre che già Germont al Teatro del Maggio e Ford a Dresda.
Questa malefica influenza non vuole lasciarci in pace e, varcata la soglia convinti di trovarsi a una recita finalmente in scena come previsto, arriva l'annuncio: oggi Germont sarà Claudio Sgura. Nessuna voce, invece, fa il nome di Mudryak e, poiché i materiali a stampa non si sono potuti aggiornare, chi si sia lasciato sfuggire le variazioni sul sito web rischia di non sapere chi abbia effettivamente cantato Violetta: una disattenzione purtroppo non nuova ed evitabile.
Delicata voce lirico leggera, il soprano kazako si iscrive in una consolidata tradizione che privilegia il lirismo e la fragilità sullo slancio tragico e la passione febbrile. Le si contrappone il Germont inflessibile di Sgura. Le pagine più significative della sua carriera sono state scritte in altre parti – su tutte Jack Rance – ma esperienza, definizione del personaggio e sicurezza sono sempre garantite.
Unico fra gli interpreti principali previsto dall'inizio per questa recita, Davide Tuscano conferma l'interesse destato in altre occasioni: la voce è sempre molto bella, emessa senza forzature o artifizi, cura di un suono duttile e ben girato sul passaggio. In scena, poi, è un Alfredo ideale, con quell'aria di candido ragazzone pieno di passione ma del tutto impreparato di fronte alla vita, alla gestione dei sentimenti e delle difficoltà. Questi sono elementi che contribuiscono a rendere sempre attuale La traviata. Fa un po' sorridere la critica che si incontra talvolta verso ambientazioni contemporanee secondo cui i ragazzi di oggi non si farebbero condizionare dai genitori, come se i calcoli di convenienza nelle relazioni e nella sfera pubblica, se le speculazioni sulla vita privata non fossero all'ordine del giorno. Ma soprattutto si trascura il fatto che l'opera non è realtà, trascende la realtà e parla di noi, dei nostri sentimenti, dei nostri rapporti al di là della stretta verosimiglianza dei fatti: la forza, la fragilità, i conflitti, l'immaturità, la ricerca della felicità dei personaggi della Traviata sono sempre attuali e in ogni tempo l'opera può mostrare un suo vivo volto. Per questo lo spettacolo di Talevi (anche scenografo, costumi di Stefania Scaraggi, luci di Daniele Naldi, coreografie di Anna Maria Bruzzese e video di Marco Grassivaro) funziona pur senza incidersi particolarmente nella memoria. L'azione non esce dai binari tradizionali – d'altronde la scrittura verdiana è così minuziosa da apparire talvolta coercitiva anche nei movimenti – e il contesto visivo non manca di richiamare illustri esempi (primo fra tutti il Carsen veneziano) cercando di evidenziare il carattere voyeur della società nei confronti di Violetta. Non il lavoro più interessante del regista (ma cambiare cast di continuo non aiuta...), ma l'opera ha spalle larghe e questa Traviata riserva almeno il guizzo inventivo della scena di zingarelle e mattadori trasformata in una mini rappresentazione pantomimica di Carmen. Scelta tanto più gustosa perché Benedetta Mazzetto è una Flora dai mezzi così rigogliosi e ben gestiti che non è difficile augurarsi di sentirla presto nei panni della gitana di Bizet. Al suo fianco, la voce di basso di Yuri Guerra non parrà forse l'ideale per la parte baritonale del Marchese, tuttavia l'istrionica e divertita caratterizzazione genderless contribuisce a rendere la coppia aperta degli amici di Violetta una sorta di firma distintiva di questa produzione. Questo soprattutto perché in giusto contrasto con il Barone di Giulio Iermini, debitamente impettito. Il Grenvil di Luca Park, poi, è un bonaccione imponente, il Gastone di Oronzo D'Urso un complice sincero. Bene anche l'Annina di Silvia Spessot, il Giuseppe di Francesco Amodio, il Domestico di Andrea Paolucci e il Commissionario di Gianluca Monti, così come il coro preparato da Gea Garatti Ansini.
Sul podio debutta a Bologna Leonardo Sini, nome già noto in varie importanti istituzioni internazionali, la cui consuetudine con i ritmi di lavoro dei teatri di repertorio senz'altro ha aiutato a gestire il girotondo dei cast. Nel margine di manovra concesso dalla situazione, si concentra su alcune scelte agogiche piuttosto marcate (si pensi al tempo dilatato di “Un dì, felice, eterea” e alla volontà evidente di incalzare altrove), più che su profondità e cesello di fraseggio e colori. In una recita senza particolari brividi musicali, non è risultata molto chiara, poi, è la scelta dei tagli: cadono le riprese delle cabalette e la seconda strofa di “Ah! Fors'è lui” nei primi due atti, mentre il terzo procede integrale (compresi transizione e ripresa di “Gran Dio! Morir sì giovine”) per poi tornare al taglio incomprensibile delle battute che accompagnano la morte di Violetta: tradizione inveterata e di cui tuttavia non si vede il senso, tanto più che la parte orchestrale non muta. Quanto aveva ragione Alberto Sordi a voler a tutti i costi quell'“È spenta!” in Mi permette, babbo!
L'accoglienza del pubblico è buona, senza particolari fiammate, in una recita fra routine e jump in.
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