L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Eleganza e claustrofobia

di Marco Simoni

Per cast, regia, concertazione, The Turn of the Screw di Britten al Teatro Verdi di Pisa è un vero gioiello, purtroppo non premiato dall'affluenza di pubblico.

PISA, 27 febbraio 2026 - Benjamin Britten scelse, per The turn of the screw, di affrontare il libretto di Myfanwy Piper sviluppando la musica all’interno di una rigida struttura formale, costituita da un tema e quindici variazioni, una scelta apparentemente lontana dal teatro d’opera. La regia di Davide Livermore, ripresa da Giancarlo Judica Cordiglia, rispetta appieno la coerenza drammaturgica di Britten, costringendo lo svolgimento dell’intera vicenda – comprese le scene che si svolgerebbero all’aperto - in un interno tappezzato di carta da parati grigia, che costituisce la gabbia elegante e opprimente entro cui si dipana l’inquietante storia.

La successione delle variazioni è rispettata da un sipario interno, nero, che sale e scende a scandire il susseguirsi delle scene, curate da Manuel Zuriaga e riprese da Eleonora Peronetti, che di fatto realizza un unico ambiente minimalista, dove il colore dominante è, appunto, il grigio, su cui spicca, come unico elemento colorato, una poltrona gialla. L’evidente attenzione alla geometria delle scene sembra materializzare visivamente quanto scriveva Giorgio Manganelli: “La variazione adopera uno schema, una geometria, e questa geometria la ricompone continuamente in modo totalmente irriconoscibile e riconoscibile. È lei e non è lei. È continuamente cambiata ma mantiene lo stesso schema”.

Tra i pochi oggetti presenti in scena, a delineare un ambiente altoborghese, si nota un vecchio televisore, dal cui schermo disturbato sembra provenire la voce dello stesso Davide Livermore, che ricopre il ruolo del Prologo attraverso un voiceover opportunamente filtrato con un effetto low-fi. L’unico ambiente presente sul palco serve ad offrire allo spettatore una solida unità visiva, che diventa a tratti piuttosto claustrofobica, ad esempio quando i personaggi recitano in una nicchia interna alla parete centrale, o quando è la stessa parete a spostarsi in avanti, restringendo così lo spazio vitale. I costumi, anch’essi molto eleganti, di Mariana Fracasso, collocano la storia attorno all’anno di composizione dell’opera, piuttosto che nell’epoca dell’originale letterario di Henry James.

La parete centrale sembra rappresentare, del resto, anche il sottile divisorio tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. È proprio da lì, infatti, che appaiono gli spettri ad agire, con il loro influsso sinistro, sulle vicende umane. In un contesto del genere appaiono determinanti le luci di Aldo Mantovani che se da un lato giocano, sul mondo dei vivi, con frequenti cambi di puntamento e i conseguenti mutamenti delle ombre dei personaggi, dall’altro visualizzano le apparizioni, oltre la parete, dei personaggi di Quint e di Miss Jessel, conferendo loro un’aura misteriosa ed inquietante.

La vera cesura della storia, rappresentata dal verso di Yates “The ceremony of innocence is drowned”, pronunciato tre volte da Quint e da Miss Jessel all’inizio del secondo atto, viene utilizzato come chiave di volta che fa precipitare le vicende verso il tragico finale. Se nel primo atto sembra dominare ancora la realtà fisica, nel secondo atto è la realtà preternaturale degli spettri a prendere il sopravvento. Gli spiriti varcano la soglia divisoria (Miss Jessel dall’inizio del secondo atto, Quint solo sul finale) e sul palco vengono alterati i punti di vista: la luce della lampada superiore che, dall’alto, diviene laterale come la poltrona che, ancorata alla parete destra, sfida la forza di gravità. In altri momenti invece la poltrona e il mobile con il televisore sono agganciati in alto sopra il palco, offrendo la prospettiva da una vista dall’alto.

Presenta un sapore onirico la scena in cui un letto sospeso gradualmente si abbassa fino a terra: quel letto, il varco tra il sogno e la realtà, diventa il luogo-simbolo tangibile della lotta tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti maligni, che si svolge principalmente nell’interiorità dell’animo dei due fanciulli.

Chiara Maria Fiorani e Pierre Lenoir danno piena credibilità ai personaggi dei due bambini sia sul piano di un ottimo controllo delle voci, che emergono efficacemente soprattutto nelle filastrocche e nei giochi di parole, sia dal punto di vista attoriale mostrando, attraverso un’efficace gestualità, il sottile crinale tra l’innocenza infantile e la presenza incombente del Male.

Notevole la prova di Karen Gardeazabal, che sostiene il ruolo chiave dell’istitutrice, sottolineando efficacemente gli aspetti psicologici di tormento e di dubbio intrinseci nella drammaturgia di Britten. Colpisce in particolare la profonda intesa che riesce a mantenere, da una parte con Amy Payne, Miss Grose, dall’altra con Marianna Mappa, nei panni di Miss Jessel, che fin dall’inizio si manifesta come un’oscura figura del passato che incombe sul presente. Gardeazabal, Payne e Mappa risultano pienamente convincenti non solo per la performance vocale, ma anche per la resa scenica, basata su una struttura delicatissima di rapporti e di equilibri emotivi tanto fragili quanto fondamentali per lo svolgersi della vicenda.

Valentino Buzza, nella parte di Peter Quint, è quasi sempre oltre la parete, e “buca” il confine solo sul finale. Il suo gioco vocale è particolarmente efficace nel sottolineare i virtuosisimi demoniaci dello spettro.

L’ensemble Orchestra La Corelli, diretto da Francesco Cilluffo sottolinea, da un lato, la suddivisione timbrica tra la realtà terrena e la realtà paranormale, così come pensata da Britten, dall’altra non perde mai la dimensione intimistica intrinseca a questo lavoro.

Un plauso al Teatro Verdi di Pisa per aver portato in scena un vero gioiello, tanto importante quanto poco frequentato. Resta solo un po’ di amaro in bocca per il teatro riempito solo a metà dal pubblico.

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