L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Di Michele in Michele

di Francesco Lora

Trionfo per Ermione di Rossini all’Opéra di Marsiglia, con un’instancabile concertazione e una memorabile direzione di Michele Spotti (complementare a quella, di Michele Mariotti, al ROF di due anni fa). La compagnia di canto è sempre intelligente e talvolta ideale, come nel caso di Enea Scala, Teresa Iervolino e Matteo Macchioni, seguìti da Karine Deshayes e Levy Segkapane.

MARSIGLIA, 22 febbraio 2026 – Altro che Il barbiere di Siviglia. Per gli incalliti melomani che popolano le estati di Pesaro e Bad Wildbad, le opere di precetto, quando si parla di Rossini, sono piuttosto quelle di una comicità più smaliziata e visionaria, come La Cenerentola, o quelle di un carattere più tenero e sontuoso, come La gazza ladra, o infine quelle, dall’inaudito spessore tragico e dalla spudorata mobilità formale, composte per il San Carlo di Napoli: guai a perdersi una Donna del lago, un Maometto II o una Zelmira, e soprattutto guai a perdersi la più genialmente forsennata, la più storditamente incompresa, insomma il diamante nero in quella nidiata di titoli partenopei e nel catalogo rossiniano tutto, vale a dire Ermione. L’hanno data all’Opéra di Marsiglia il 22 e 24 febbraio, in forma di concerto, ed è stata la riprova di come una tale partitura, esplosiva d’impeto teatrale, rischi quasi di ricevere come un inutile intralcio il concorso di un regista. Né saranno casuali due premesse. La prima è che della piazza marsigliese si parla pochino, compressa com’è tra i cartelloni francesi di Lione, Tolosa e – con schiacciante evidenza – di Parigi capitale delle capitali: eppure questa istituzione, mentre promette un ordinario servizio municipale di divertimento ed edificazione per il residente, offre un programma vario, ricco, attento, coraggioso, mediante artisti scelti con un’oculatezza perduta da chi si affidi a mercati più luccicanti e comodi. La seconda premessa è il naturale séguito della prima: a Marsiglia l’attuale direttore musicale è Michele Spotti, ossia il più perspicace, costruttivo, raccordante, rivelatorio maestro concertatore sorto in Italia nel quindicennio successivo a Michele Mariotti (solo che in Italia, lo stesso giorno nel quale egli è annunciato nuovo direttore alla Deutsche Oper di Berlino, il Teatro La Fenice fa bella figura annunciando Beatrice Venezi). Ventitreenne precocissimo, Spotti aveva fatto in tempo ad assistere Alberto Zedda l’ultima volta che questi, nel 2016, pochi mesi prima di morire, aveva diretto Ermione. Ne raccoglie ora il testimone, per una via personalissima nonché complementare a quella – anch’essa superba, ma assai differente – di Mariotti al ROF del 2024. Il Michele del ’79, infatti, vien da dire col senno di poi e aprendosi un degno confronto, applicava alla partitura, dall’esterno, atmosfere notturne e caliginose, fraseggi ricercati e perversi, come attraendola sotto l’ombra di Salome di Strauss. Il Michele del ’93, invece, muove Ermione tutta dall’interno, non solo attuando ciò che è scritto – lo faceva anche Mariotti – ma anche persuadendo che il suo lavoro d’interprete abbia valore oggettivo e sia parte integrante e sottintesa del testo: non c’è frase che instancabilmente non porti con sé una direzione dinamica, una mutazione agogica, una restituzione timbrica; il passo drammatico è tanto più trascinante, veemente, inesorabile quanto più la forza impressa si mantenga in verità composta, equilibrata, classica. Tutto ciò per merito di studio e non per esibizione di virtuosismo: l’orchestra e il coro marsigliesi possono essere infatti, per un direttore che lo meriti, fidi compagni di viaggio, non già macchine da guerra sulle quali saltare baldanzosi. Al concludersi dell’esecuzione, ci si scopre stremati: un’opera così diretta non concede ozio alla mente. Al cospetto di scritture vocali ai limiti del possibile umano, la compagnia di canto è sempre intelligente e talvolta ideale. Lampante e positiva in Karine Deshayes è la caparbietà d’includere nel proprio repertorio, per una volta, per due recite, il gigantesco ruolo eponimo: come per altri ruoli da lei cantati e in origine concepiti per Isabella Colbràn, Giuditta Pasta o Maria Malibràn, ella lo fa però da prudente mezzosoprano alla francese, omogenea sul registro centrale, e non – come occorrerebbe – da insolente primadonna all’italiana, la quale trascorra da un registro all’altro anche a costo di manifeste, ostentate, a loro modo spettacolose disomogeneità di gamma, là ove la realistica espressività è frenata dall’incerto possesso della prosodia italiana (o anche solo della corretta pronuncia: i correlati articolo, nome e aggettivo, in bocca alla nostra, discordano spesso nel numero e nel genere). Più brillante e simpatico, come il Tonio della Fille du régiment, che non vertiginoso e fatale, come invece si sognerebbe, si attesta Levy Segkapane come Oreste. Poi, però, è il turno di un terzetto di madrelingua da capogiro. Enea Scala, quale Pirro, è la sovreccitante resurrezione della follia virtuosistica alla maniera statunitense di quarant’anni fa, quella di Chris Merritt e Rockwell Blake: fiume di voce per risonanza, squillo e generosità, estensione spinta all’infinito nelle variazioni, attorialità condotta con divertito e inquietante cinismo. Una concomitante lezione di stile ed esiti viene da Andromaca: se la Deshayes cavalca l’onda dell’immedesimazione rabbiosa, consegnando però un personaggio piuttosto matronale e monocorde, Teresa Iervolino sceglie la via della nota immacolata e del porgere coturnato, mai sacrificabili al birignao, con l’effetto, tutt’altro che paradossale, di dar luogo a un’enciclopedia di comunicativi colori vocali e di palpitanti affetti scenici. Manca l’ultimo promesso del terzetto, ed è Matteo Macchioni, un Pilade che rischia d’invertire, all’ascolto, per spavalda lucentezza tenorile, il proprio ruolo di pertichino rispetto a Oreste. Di modesta caratura il comprimariato, con indulgenza verso Mathilde Ortscheidt e Carl Ghazarossian, quali Cefisa e Attalo di professionale dignità, e con aggravante a proposito di Marina Fita Monfort e Louis Morvan, la cui secca Cleone e il cui orchesco Fenicio devono vedersela con “numeri” musicali di superiori esposizione e responsabilità. Punti deboli presto dimenticati di fronte al complessivo trionfo finale.

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