L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il bey del quartiere

di Antonino Trotta

L’italiana in Algeri andata in scena al Teatro Municipale di Piacenza convince per la brillante concertazione di Alessandro Cadario e la divertente messinscena di Fabio Cherstich: nella compagnia tanti specialisti del mestiere che rinforzano il successo di una produzione pienamente riuscita.

Piacenza, 1 marzo 2026 – Più che ad Algeri, questa bella italiana in giro per il virtuoso circuito emiliano – e non solo, lo spettacolo è coprodotto con OperaLombardia e Fondazione Haydn di Trento e Bolzano – sembra ambientata in qualche paesino sperduto nel sud dello stivale: una villetta ancora in costruzione, di quelle che si sistemano man mano che si mette da parte qualche soldo, dove però, in barba a ciò che direbbe l’ASL, si abita già; un padrone di casa un po' cafone, che passa dalla tuta in triacetato alla vestaglia di velluto con la disarmante sicumera di chi ha trasformato in attico un sottotetto non abitabile e perciò si convince di essere il bey del quartiere. Attorno, sole e leggerezza: quella spensierata aria di vacanza permanente che fa sembrare ogni intrigo poco più di un capriccio estivo e che si accorda sorprendentemente bene con la frizzante macchina comica rossiniana, fatta di equivoci, smargiassate e improvvisi slanci di seduzione. Del resto, il teatro di Rossini vive proprio dello scarto tra verosimile e assurdo: ingranaggi drammaturgici perfettamente oliati che, mentre simulano una logica impeccabile, si avvitano progressivamente nell’inverosimile, con identità scambiate, gerarchie capovolte e personaggi che passano in un attimo dall’autorità più solenne alla più buffa delle umiliazioni. In un simile universo dichiaratamente artificiale, dove la realtà è sempre filtrata dalla lente deformante della musica e del ritmo teatrale, l’esotismo dell’ambientazione originaria pesa in fondo assai poco. È piuttosto il pretesto per liberare la fantasia, come osserva Roberta Pedrotti nel saggio di sala, uno strumento per raccontare un mondo alla rovescia: perché andare a cercarlo altrove, quando possiamo riconoscerlo così facilmente anche a casa nostra?

Così, con simpatia, estro e misura, Fabio Cherstich firma la regia di uno spettacolo – la scenografia è di Nicolas Bovey, i costumi di Arthur Arbesser, le luci di Alessandro Pasqualini – in cui la dimensione grottesca della vicenda è trattata con tocco leggero e mai caricaturale. Gli espedienti comici, le gag, croce e quasi mai delizia del genere, sono disseminati con intelligenza lungo l’azione, non cercano mai l’effetto facile o la risata fragorosa, ma si integrano con naturalezza in un racconto dal tono lievemente surreale, quasi stralunato, perfettamente in sintonia con l’assurdo elegante del teatro rossiniano. In questo tessuto scenico si inserisce con brillante efficacia anche il mimo Julien Lambert, presenza agile e spiritosa che accompagna il racconto con una serie di interventi acrobatici, aggiungendo ulteriore brio alla narrazione senza mai disturbarne il fluire. Ne nasce uno spettacolo che diverte senza forzature né volgarità, lasciando che siano soprattutto la musica e le dinamiche del testo a guidare il sorriso dello spettatore.

Ugualmente riuscita è la concertazione di Alessandro Cadario che, alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, dirige Rossini con contezza di stile e amabile flessuosità, assecondando con naturalezza il respiro e la verve della magnifica partitura. Il gesto resta sempre vigile ma mai rigido, pronto a far quadrare conti e voci, capace di sostenere con precisione gli ingranaggi dell’azione e di accompagnare con spiccata sensibilità il fraseggio dei cantanti, mentre l’orchestra restituisce con brillantezza la vivacità ritmica e la trasparenza della scrittura rossiniana, dando pieno risalto ai quadri d’insieme e ai crescendo che scandiscono il movimento della commedia.

La locandina riporta i nomi di autentici specialisti del repertorio, promettendo e poi assicurando una prova canora degna di un ROF. Giorgio Caoduro è un Mustafà aitante, spavaldo quanto basta, che unisce alla presenza scenica una vocalità salda e ben proiettata, piegata con gusto alle inflessioni ora tronfie ora irresistibilmente ridicole del personaggio: sgrana con impeccabile accuratezza le agilità, seduce col suo timbro brunito e virile, restituisce con piena autorevolezza quell’autorità gonfia e un po’ fasulla che Rossini costruisce per poi smontare con peculiare ironia. Su Marco Filippo Romano, Taddeo, v’è poco da dire: in questi ruoli, oggi, non ha rivali e alla prova dell’ennesimo palcoscenico conferma come quella del buffo sia un’arte fatta di tecnica vocale inappuntabile e ferrea disciplina scenica, da amministrare con un’intelligenza che favorisce la sottrazione alla somma e col buon gusto che rifugge ogni deriva macchiettistica. Indisposto, Ruzil Gatin cede i panni di Lindoro ad Antonino Siragusa, rossiniano di vaglia, che sguazza nell’impervia tessitura tenorile con la proprietà di mezzi e la consumata padronanza che tutti ammiriamo: canta tutte le note, anzi, ne fa pure di più; lega e sfuma, squilla e svetta, sfoderando acuti luminosi e affrontando con assoluta noncuranza una scrittura che per molti resta invece un pericolosissimo campo minato. Tra gli uomini, poi, si fa ben notare l’Haly di Giuseppe De Luca, interessante nel colore, ben a fuoco nell’emissione, lodevole per il legato che ingentilisce l’aria di sorbetto. Lei, Isabella, è Laura Verrecchia, artista già in altre, ben più cupe, occasioni apprezzata per le splendide qualità vocali – il timbro contraltile è rotondo e bello, la voce corre lungo lo spartito senza fratture, la coloratura è facile e plastica, l’accento accattivante e mobile – e attoriali che qui mette al servizio di un’eroina frizzante e risoluta, disegnandone con gusto il profilo seduttivo e dominando con sicurezza un ruolo in cui si alternano diversi registri, dalla malizia civettuola alla determinazione quasi eroica – il rondò starebbe benissimo anche in bocca a un Arsace – che si accende nel finale. Corretta la Zulma di Barbara Skora, un po' fissa l’Elvira di Gloria Tronel. Discreta la prova del Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, non proprio immacolato in certi pertichini, istruito dal maestro Martimo Faggiani.

Pomeriggio magnifico, calorosamente applaudito da un Municipale di Piacenza gremito, festante e soddisfatto.

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