Occidente e Giappone fra vita e morte
di Daniele Valersi
L'opera da camera di David Lang affronta il tema del suicidio fra sensibilità nipponica e occidentale e approda a Trento in una riuscita produzione dell'Orchestra Haydn.
TRENTO, 11 marzo 2026 - Ha avuto un esito più che soddisfacente la prima rappresentazione europea di Note to a friend, opera da camera dello statunitense David Lang, autore di musica e libretto, andata in scena a Trento al Teatro Sanbàpolis per la stagione d’opera della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Quando si basa su di un testo di un certo spessore intellettuale e nel contempo attrattivo per le problematiche che suscita, l’opera ha ottime probabilità di successo e così è avvenuto per il lavoro di Lang, che accettando la commissione della Japan Society e di Bunka Kaikan Tokyo si assumeva il compito di mettere in comunicazione la cultura occidentale e quella giapponese, pur nella consapevolezza di conoscere ben poco di quest’ultima. Lang rielabora il Memorandum per un vecchio amico di Ryūnosuke Akutagawa, scritto poco prima che il suo autore si togliesse la vita; Lang tratta il tema del suicidio con la consapevolezza che l’atto estremo, inteso come autentico tabù dagli occidentali, è percepito e valutato in modo differente nella società giapponese. Nel consolidarsi di un abito mentale diffuso, la religione ha giocato un ruolo determinante sia nell’Occidente che in estremo Oriente: per il cristianesimo (in tutte le sue confessioni) il suicidio è violazione della sacralità della vita e pertanto condannato senza appello; ne deriva che, per le convenzioni sociali, la definizione di “tabù” è quanto mai appropriata: oltre a essere anche rubricato come reato (per l’ordinamento giuridico italiano, ad esempio), è un argomento imbarazzante, che si preferisce evitare oppure che non si affronta in modo razionale. In Giappone sia lo shintoismo sia il buddismo non condannano il suicidio; per lo shintoismo può essere anche un atto di eroismo, per il buddismo la morte è solo il passaggio da una forma a un’altra. Con ciò, Lang percepisce che c’è un carattere interessante dietro questo messaggio di un suicida e cerca di capire che cosa questi possa pensare e sentire, non dal punto di vista di un giapponese ma da quello della sua propria comprensione. Il libretto si presenta, in forma analoga al flusso di coscienza (senza punteggiatura e con legami sintattici attenutati), come un’indagine introspettiva; il regista Fabio Cherstich, cogliendo lo spunto, introduce in scena la figura dell’investigatore, ruolo muto e niente affatto dinamico, dato che opera a tavolino e gli elementi che riordina (richiami per la memoria) sono visibili sullo schermo. Uno schema da racconto giallo atipico, senza soluzione, al quale è funzionale una scenografia lineare ed essenziale (dello stesso Cherstich, che ha curato anche i costumi), che senza alcuna citazione esplicita richiama la sobrietà e l’estrema razionalità di un interno giapponese; le luci di Veronica Varesi Monti e le proiezioni video Francesco Sileo ne sono valido complemento.
Nelle sue acute osservazioni sul teatro musicale, Luigi Dallapiccola nota come la fiducia nel potere della musica viene meno in modo proporzionale all’invasività della regia, al punto che certe opere non vengono più ascoltate ma soprattutto vedute, scadendo progressivamente di livello fino a diventare semplice divertimento (“come se per questo non bastasse il cinematografo”, soggiunge). Per Note to a friend è doveroso riconoscere il merito di una regia equilibrata, che lascia alla musica il massimo rilievo; la vocalità solida di Theo Bleckmann (lo stesso interprete della prima newyorchese del 2023), di timbrica calda ed elegante e l’ammirevole maestria strumentale del Quartetto Prometeo, formazione che sa trasmettere tutte le potenzialità e il portato emozionale delle pagine che interpreta (Mirei Yamada, Aldo Campagnari violini, Danusha Waskiewicz viola, Francesco Dillon violoncello), davano lustro a una partitura interessante, all’altezza della fama del suo autore, che ha all’attivo un Premio Pulitzer (per The little match girl passion), un Grammy e un David di Donatello (per Youth – La giovinezza di Paolo Sorrentino, miglior musicista e miglior canzone originale). Nei nove movimenti lo stile minimalista convive costantemente con un’espressività di tipo melodico; episodi di parossismo ritmico sono collegati a climax emotivi, due gli episodi puramente strumentali. I capitoli del monodramma segnano le riflessioni del protagonista e le morti della madre, della sorella e del padre, che preludono alla sua propria, in un flusso di pensiero e di ricordi dove passato e presente si compenetrano. Una narrazione intellettualmente stimolante, impeccabile per l’aspetto musicale e ottimizzata dalla presenza scenica intensa e magnetica del protagonista, che ha sensibilmente coinvolto il pubblico.
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