Fra le ombre di Mascagni
Un Daniel Oren particolarmente ispirato concerta una riuscita e interessante ripresa di Cavalleria rusticana in dittico con la proiezione del film Rapsodia satanica di Oxilia (1917), di cui sempre Mascagni realizzò la colonna sonora.
BOLOGNA, 21 marzo 2026 - Alla sua terza apparizione bolognese, la prima sul palcoscenico allungato del Comunale Nouveau, la Cavalleria rusticana secondo Emma Dante poteva ben presentarsi come un ritorno di routine, rassicurante e senza sorprese. Invece, rieccola fresca come nuova, e piace come la prima volta, o anche di più. Va da sé che tutta l’anima mediterranea e sicula che permea il teatro di Dante qui giochi in casa, che il mondo di Verga trovi ideale rispondenza in quel brulicare di ombre curiose, nella ritualità sacra, in quel moto perpetuo di palpitanti corpi in nero fra le luci sapienti di Cristian Zucaro, in quell'accendersi fiammeggiante di arcobaleni di ventagli, fra le scale e i balconi da cui si parla, ci si spia, ci si ama e ci si odia. E quel che una prima volta poteva sembrare sopra le righe - il carretto siciliano con le cavalle umane come ballerine di rivista - oggi ci appare sempre più in linea con il carattere esuberante della sortita di Alfio, cui non disdice un pizzico di ironia, tanto più se in contrasto con momenti, viceversa, di tragica essenzialità. Sempre efficaci le scene di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le coreografie di Manuela Lo Sicco, con i quali non si può non lodare il lavoro di Federico Gagliardi, che nel riprendere la regia non si limita al disegno complessivo, ma rinnova un vero e proprio lavoro di recitazione su ogni attore, cantante o non cantante.
La forza dello spettacolo si misura anche nel suo aderire, mostrando diverse sfumature, alla lettura di Daniel Oren, direttore affatto differente dal Mariotti che concertò (splendidamente) l’opera nel 2017. Differente e qui particolarmente ispirato, colto in una di quelle serate che ci ricordano come l’estroverso, passionale testimone della tradizione sia anche un fior di musicista capace di plasmare il suono con singolari suggestioni. Questa Cavalleria rusticana palpita di una tragicità intima, freme nel non detto, nel controllo, in sfumature perfino sorprendenti, come quando la sezione centrale della sortita di Alfio, “M’aspetta a casa Lola”, s’incupisce, rallentando lievemente, come in un presagio minaccioso. Nessun effettaccio, nessuna abitudine verista in senso deteriore, peraltro e anche la “Mala Pasqua” è tutta cantata, ben più incisiva del solito grido, anche perché giustamente Dante non ne fa lo sfogo di un’Erinni, ma la reazione alla violenza fisica di Turiddu, che aveva gettato a terra e sferrato un calcio a Santuzza.
L'Orchestra risponde benissimo e se anche l’acustica della sala non rende piena giustizia alle varietà dinamiche si apprezza una rotondità di suono capace di sfumare in intensità e colore. Bene assai, con un “Inneggiamo” particolarmente coeso e ispirato, anche il coro istruito da Giovanni Farina nell’interregno che separa la partenza di Gea Garatti Ansini per il Regio di Torino e l’arrivo a Bologna dall’estate di Claudio Marino Moretti (buon lavoro a entrambi!).
Non ce ne vogliano i colleghi nelle parti principali se la palma della serata va a Elena Zilio, un miracolo fatto donna, incarnazione totale di Mamma Lucia, che anche senza muovere un muscolo sa dirci tutto del personaggio, della sua umanità, della sua tragica compostezza. Magnetica, immediata e profonda, preferisce non sapere quanto in realtà conosce, pratica e concreta quanto sensibile e saggia, emblema e fulcro morale di una comunità. L’istante di dolore lancinante e solitario subito inglobato nella sacra rappresentazione è sigillo doloroso del dramma e non può lasciare indifferenti.
Un dolore pudico e trattenuto caratterizza la Santuzza di Saioa Hernandez, tanto da dare inizialmente l’impressione di un ritegno eccessivo: non che si bramassero esternazioni scomposte, ma in frasi come “Priva dell'onor mio rimango, Lola e Turiddu s’amano, io piango” si sarebbe immaginato facilmente un maggior trasporto. Poi si arriva quella Mala Pasqua così umana e ferita, si arriva soprattutto al duetto con Compar Alfio e alla confessione così finemente legata “Turiddu m’ha tolto l’onore e vostra moglie lui rapiva a me”: questa è una Santuzza fiera, che nonostante tutto tiene alla sua dignità, fatica ad aprirsi con Mamma Lucia, che rispetta e vede come la suocera che non potrà mai onestamente avere, teme di darle un dolore, mentre cede nella confessione al marito della rivale, come lei tradito, insieme carnefice del suo amore e suo vendicatore. Una lettura per nulla banale, che rende una volta tanto anche la parte al registro sopranile, così da trovare, pur con una vocalità robusta di colore drammatico, quel baricentro più alto e quei lampi luminosi che si confanno alla fanciulla sedotta e abbandonata.
In gran forma, Roberto Aronica offre un Turiddu ben calibrato, vigoroso, sì, spavaldo, sì, ma senza quegli eccessi che lo rendono un latin lover da cartolina: è semmai un fratello del giovane ‘Ntoni dei Malavoglia, un giovanotto diviso fra doveri e tentazioni, compreso nel suo ruolo nella comunità, orgoglioso, ma anche vittima dei propri desideri e sentimenti contraddittori.
Roman Burdenko ha voce solida, accento assertivo e dizione chiara: tutti ottimi ingredienti per Compar Alfio; un vibrato un tantino eccessivo caratterizza, invece, la Lola di Nino Chikovani. Né vanno dimenticati la voce di Fanny Eszter Fogel, tutti gli attori e i figuranti, che completano un quadro di un Mascagni in cui l’indubbia vena passionale e sanguigna alligna nel profondo, senza cedere alla maniera e all’esteriorità e pulsando viceversa nella forma, fermentando nell’oscurità delle pulsioni represse da doveri e convenzioni.
Un Mascagni che ha la sua faccia della medaglia in quello attento alla novità - il cinema - e ad atmosfere estetizzanti di stampo dannuziano. L’abbinata fra il primo capolavoro (che nella sua sintesi pare già una sceneggiatura con montaggio perfetto) e il film Rapsodia satanica di Nino Oxilia, per il quale scrisse la colonna sonora, non è certo inedita, ma nemmeno cessa d’essere efficace. La proiezione, in apertura di serata, è accompagnata dall’orchestra diretta da Carmine Pinto: date le peculiarità tecniche di ciascuno genere, è idea saggia separare le bacchette (ricordiamo ancora, in un dittico simile, la débacle operistica di uno dei migliori e più rinomati specialisti di musica da film). Un organico estesissimo risponde bene alle esigenze non semplici della partitura in buon rapporto con la pellicola. Questa mantiene il suo interesse anche in virtù del rapporto con l’estetica melodrammatica, sia nei tempi dell’espressione e nel rapporto con le parole (le didascalie sono vere e proprie “parole sceniche” sviluppate nel lirismo averbale della mimica), sia nei vari topoi dipanati nel soggetto, da quello faustiano all’immagine in stile Butterfly della protagonista (la somma diva Lyda Borelli, nei panni di Alba d’Oltrevita) che si fa portare i fiori del giardino da spandere sul pavimento prima di passare la notte in attesa (vana) dell’amato. Gli occhi bistrati di Borelli, la sua sinuosa gestualità liberty (la Salomè di Beardsley è il riferimento più immediato), il trucco teatrale sovraccarico di Mefisto, i paesaggi idilliaci e i ricercati giochi di specchi sono le cifre stilistiche di un documento vivo e prezioso del proprio tempo e non solo nella storia del cinema.
Peccato che una coppia forse insolita ma certo ben assortita e soprattutto ben realizzata abbia trovato alla prima un pubblico, per quanto soddisfatto, non da tutto esaurito.
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