L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Visioni dal nuovo mondo 

di Alberto Ponti

Per Rai NuovaMusica Robert Treviño dirige il suo secondo concerto consecutivo con l'Orchestra Sinfonica Nazionale, affiancando un recentissimo John Adams all'ormai storicizzata Terza Sinfonia di Aaron Copland

Dopo il concerto  della scorsa settimana dedicato per intero a Brahms, Robert Treviño, nella sua trasferta torinese, è chiamato a salire sul podio anche per il secondo appuntamento della rassegna Rai NuovaMusica con un programma dove Aaron Copland, 'classico' della musica statunitense del Novecento, convive a fianco di John Adams, tra i più noti compositori contemporanei. 

Proprio con Frenzy: a short symphony di Adams, illustre esponente della ramificata corrente minimalista, si apre la serata. Meno radicale di Steve Reich ed aperto a suggestioni relative al vissuto personale e alla società dei nostri giorni, Adams ho sviluppato negli anni uno stile del tutto personale ed immediatamente riconoscibile, con un'evoluzione che dal sinfonismo trascinante e di facile presa sul pubblico di brani divenuti celebri come The Chairman Dances, Short Ride in Fast Machine o Lollapalooza è approdata a risultati più meditati e in un certo modo sublimati. Intendiamoci, la scrittura brillante e spesso virtuosistica e l'impegno richiesto agli esecutori rimangono elevati ma l'atmosfera che si respira è differente, con inaspettate aperture liriche e un pathos altamente drammatico. Esemplare in tal senso è proprio Frenzy (2023), dedicato a Sir Simon Rattle e in prima esecuzione italiana, dove il titolo è un termine che in inglese significa in senso letterale 'frenesia' ma è spesso usato per indicarne le derive patologiche verso forme di pazzia ed esaltazione. L'interpretazione di Treviño è vigorosa ed accurata in un pezzo in cui i tradizionali processi compositivi del minimalismo basati sulle continue variazioni di una minima cellula melodica (nel presente caso tratta dal recente lavoro teatrale Antony and Cleopatra dello stesso Adams) sono portati a un livello di raffinatezza e concentrazione estrema nei venti minuti scarsi in cui si articola l'opera, che della sinfonia in senso storico non conserva nulla ma riesce a far convivere un linguaggio di forte impatto emotivo sull'ascoltatore con un'elaborazione tematica assai colta e di indubbia maestria. E questo è forse il significato e la ragion d'essere più profonda di una musica assolutamente figlia del nostro tempo ma che non ha spezzato la volontà di dialogo e di confronto, a livello di comprensibilità di linguaggio, con il grande pubblico, evitando di rifugiarsi in un esercizio intellettuale autoreferenziale e fine a se stesso come invece purtroppo accade a molti autori di oggi, rifugiatisi in una personale turris eburnea il cui accesso è consentito a pochi iniziati in un contesto quasi esoterico. Dare sia al semplice appassionato sia al professionista esperto ragioni di interesse e di godimento estetico: la musica non potrà mai fare a meno di una semplice verità già affermata da Mozart.

Il gesto di Treviño rivela un'innata familiarità con il repertorio minimalista, conserva un controllo ammirevole su dinamiche, timbri e fraseggi, valorizza ogni particolare della complessa e generosa partitura e trasmette scioltezza e fluidità di esecuzione anche ad un'orchestra che, sia pur di alto livello, è certamente meno avvezza delle compagini a stelle e strisce a frequentare pagine di tal genere. 

Attenta e precisa è la lettura, dopo l'intervallo, della Sinfonia n. 3 (1944-46) di Aaron Copland, opera di ampie dimensioni e di vasta ambizione. Articolata nei consueti quattro movimenti, è senza dubbio tra gli esiti più noti, celebrati e interessanti del suo autore ponendosi, visto il periodo in cui nacque, se non proprio come una sinfonia di guerra al pari della Leningrado di Šostakovič, quantomeno come un lavoro destinato a far leva sull'unità e sull'orgoglio del popolo americano negli anni della rinascita postbellica, evidenti nella citazione, all'interno dell'ultimo tempo, della Fanfare for the Common Man, scritta da Copland nel 1943 nel periodo più buio del secondo conflitto mondiale. In essa confluiscono molti elementi della poetica del compositore, dal desiderio di mostrarsi aggiornato con gli sviluppi raggiunti dai colleghi europei e di mettere a frutto le conoscenze apprese a Parigi alla corte di Nadia Boulanger, alla volontà di affrontare la grande forma verso la quale gli americani avevano finora avuto un certo timore reverenziale senza tuttavia rinunciare a una cifra stilistica in qualche modo 'made in USA' con influssi provenienti anche dal mondo popolare, filtrati comunque attraverso una visione classica. Ne esce un ibrido di indubbio fascino, ma dove l'ansia della prestazione si concretizza in una scrittura intelligente e scaltra senza scalfire quasi mai la superficie levigata e perfetta di un prodotto di abile artigianato musicale. 

Treviño regala nondimeno alla platea una concertazione vibrante e appassionata, vivida di colori, intonando il respiro dell'orchestra agli squarci cantabili del movimento di apertura (Molto moderato), alle melopee ipnotiche e meditative dei fiati nell'Andantino quasi Allegretto, sferzando la bacchetta nell'Allegro molto contrappuntisticamente arguto che, in seconda posizione, ricopre il ruolo di Scherzo. Ma è nel finale, con il suo aperto richiamo all'epica del nuovo mondo, che il direttore contagia, ricambiato da applausi scroscianti, il pubblico dell'auditorium Toscanini con un'iniezione di forza vitale. A conti fatti è una delle migliori interpretazioni possibili per una pagina dall'ottimismo forse un po' ingenuo e ambiguo ma certamente, nelle intenzioni di Copland, sincero e condiviso. 

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