L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un freddo che m'agghiaccia

di Roberta Pedrotti

Soprattutto a causa di un allestimento sgargiante quanto povero di sensualità e gusto, delude la Manon Lescaut che chiude la stagione parmigiana. Applauditi e generosi protagonisti Anastasia Bartoli e Luciano Ganci.

PARMA, 22 marzo 2026 - Benvenute, sempre, le coproduzioni che moltiplicano le vite di una produzione e permettono a un pubblico più vasto di farne esperienza diretta. Benvenute, sì, anche al di là di ragioni pratiche ed economiche che sono spesso soggette anche ad altre variabili. Tuttavia, capita pure che la condivisione di uno spettacolo risulti un cappio e una zavorra, per quanto il marchio di un Festival monografico dedicato al compositore nelle sue terre e di un regista allievo ed erede dell’eterno arbiter elegantiae del teatro lirico dovrebbe, in teoria, rassicurare. Niente affatto. Già dal punto di vista musicale, questa Manon Lescaut varata a Torre del Lago nel 2024 (anno zeppo di “celebrazioni” pucciniane di cui si sarebbe fatto tanto volentieri a meno) parte con un vulnus non da poco nello spostamento dell’Intermezzo, che non precede più, ma segue il terzo atto. Massimo Pizzi Gasparon Contarini giustifica per giunta la sua scelta dichiarando alla stampa che dopo l’intervallo il pubblico non sarebbe abbastanza attento per ascoltare un pezzo così bello e che questo descriverebbe meglio il viaggio verso le Americhe rispetto ai rovelli di Des Grieux dopo l’arresto di Manon. Insomma, sembra che, dubitando delle capacità del pubblico, dia lezioni a Puccini, ignorando la posizione di cerniera sia drammaturgica sia musicale dell’Intermezzo, che fa da ponte tematico fra le enunciazioni del torrido duetto del secondo atto, gli spasimi e le speranze deluse che seguiranno. Difficile trovare parole migliori di quelle del compianto Michele Girardi nella sua ultima monografia pucciniana: “L’intermezzo ci introduce all’atmosfera desolata dell’atto terzo. La didascalia, apposta in calce sia al libretto sia alla partitura, funge da programma del brano, citando le parole con cui Des Grieux nel romanzo di Prévost ricorda al suo interlocutore l’iter della peripezia seguita all’arresto dell’amata. La musica traduce prontamente in suoni il suo disperato desiderio di ricongiungersi a lei.”

Certo, se il regista propone, è chi concerta che si assume la responsabilità di avallare una scelta musicale, e, trattandosi di una ripresa di uno spettacolo impossibile da rimodulare, si assolve sul podio parmigiano Francesco Ivan Ciampa, ricordando che altra bacchetta firmò la cosa sulle sponde lacustri, bacchetta di cui troppo si parla oggi rispetto a quanto le ragioni del merito suggerirebbero.

L'alterazione della struttura dell’opera non è, peraltro, che la punta di un iceberg in uno spettacolo tanto sgargiante quanto incoerente e, soprattutto, privo di qualsivoglia sensualità. Premura massima sembra essere mantenere sempre una stucchevole simmetria nella composizione: se una comparsa si pone sul lato destro, una vestita allo stesso modo dovrà andare al lato sinistro, poco importa se frattanto, per esempio, il dialogo fra Lescaut e la folla nel terzo atto sia bellamente ignorato, lasciando il baritono a parlare da solo in proscenio e il coro sul fondo a ripetere senza apparente motivo “È sempre così”. L’impressione è che l’essere costantemente sopra le righe abbia ambizioni di adesione realistica, di inventare un vero che invece si incrina di continuo (com’è che Manon perde tempo per prendere quei pochi gioielli che ha già in mano da un pezzo? Com'è che varca l’oceano e attraversa il deserto con le sue scarpine da ballo e senza una macchia sul vestito fucsia?) senza costruire, viceversa, un’alternativa coerente, un contesto grottesco o simbolico con un qualche significato. Semmai, di fronte alle proiezioni del porto di Le Havre o delle lande infuocate della Louisiana, la grafica e i colori sono tali da farci immaginare da un momento all’altro l’apparizione del temibile pirata Guybrush Threepwood o del capitano Kirk inseguito da un lucertolone.

L’Intermezzo, con il solo quantomai accidentato della viola, è anche la punta dell’iceberg di una resa musicale farraginosa da parte di un’orchestra, la Filarmonica di Parma, in evidente difficoltà con la scrittura sinfonica dell’opera che apre la stagione della maturità pucciniana. Ha un bel daffare, Ciampa, a fare quadrare i conti e sostenere i cantanti, mentre con un palcoscenico di gelido ledwall non stupisce che la passione si riduca a una fiammella che scalda appena appena.

E sì che la locandina poteva promettere ben altre scintille e vampate, con una delle primedonne più dotate, versatili e interessanti del momento, uno dei tenori di riferimento per questo repertorio, un baritono che par nato per la furfanteria guascona di Lescaut, un Geronte di classe, giovani che hanno già avuto modo di farsi notare per Edmondo e il musico, un caratterista esperto per il maestro di danza e il lampionaio, un coro di qualità come quello del Regio. Eppure, la miccia resta spesso inerte: Anastasia Bartoli canta assai bene, passa disinvolta dalla maniera arcadica di “L'ora, o Tirsi” alle esplosioni del finale, forte di mezzi doviziosi e ben controllati. Quel che ancora latita è il personaggio, forse non il più confacente al temperamento del soprano, forse non sollecitato dalla produzione (come darle torto?), forse ancora da maturare appieno. Fatto sta che la malizia adolescenziale, la sensualità fatale, lo schianto tragico, le ambiguità e le seduzioni sono costeggiate più che centrate. Ad ogni modo, non c’è dubbio che trovi in Luciano Ganci un partner ideale quanto a generosità per regalare al pubblico le maggiori soddisfazioni della serata. Non si risparmia nemmeno il tenore romano, infatti, e con articolazione sempre nitida, bel timbro e buon controllo attraversa la parte improba e frastagliata di Des Grieux dai momenti più brillanti e lirici del primo atto fino a precipitare drammatico. Non deludono le aspettative nemmeno i collaudati Alessandro Luongo (Lescaut) e Andrea Concetti (Geronte), capaci di per sé di costruire un personaggio con pochi tratti, così come confermano l’interesse già destato il solare Edmondo di Davide Tuscano e l’elegante Musico di Arlene Miatto Albeldas (con madrigaliste Alessandra Maniccia, Giulia Gabrielli, Giulia Zaniboni, Lorelay Solis, Ewa Maria Lusnia, Laura Rivolta, Maria Vittoria Primavera, Gloria Petrini). Saverio Pugliese si muove con risaputa disinvoltura nel suo doppio ruolo; completano il cast Eugenio Maria Degiacomi (oste e comandante) e Cesare Lana (sergente), nonché i danzatori del Balletto di Venezia con i solisti Diletta Filippetto e Davide Cancelliero impegnati nella disutile coreografia di Gheoghe Iancu, ripresa del Letizia Giuliani, sull’Intermezzo.

Superato l’impaccio della morte di Manon esattamente sulla linea del sipario, non proprio agevole a chiudersi, gli applausi hanno premiato soprattutto gli interpreti principali, dediti a sciogliere il ghiaccio di una produzione nata sotto maligna stella.

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