Ponchielli raddoppiato
Al Gran Teatre del Liceu, il capolavoro di Ponchielli davvero respira nella direzione di Daniel Oren e vede schierate due compagnie di canto capaci di dare vasto conto su chi oggi siano gli interpreti di riferimento per un titolo di alto impegno: tra loro, Saioa Hernández, Ekaterina Semenchuk, Varduhi Abrahamyan, Alexander Köpeczi, Violeta Urmana, Gabriele Viviani, Michael Fabiano e Martin Muehle.
BARCELLONA, 28 febbraio e 1o marzo 2026 – Dalla popolarità di orizzonte areniano al finire tra le rarità ricercate, e chissà che fortuna da poco ritrovata chiarisca la forbitezza di quest’opera: La Gioconda con libretto di Arrigo Boito e musica di Amilcare Ponchielli era di repertorio per gli attuali sessantenni, è divenuta inconsueta per gli attuali quarantenni ma risulta non più un mistero per gli attuali ventenni. In Italia le è stato dato un nuovo corso soprattutto grazie alle motivatissime recite del 2018 nel circuito emiliano di Piacenza, Modena e Reggio, con Daniele Callegari, Saioa Hernández, Francesco Meli e Anna Maria Chiuri: appena tenuto a bada il Covid-19, nel solo 2022 hanno risposto Milano, Verona, Como, Cremona, Brescia e Pavia; nel 2024, in suo nome, Antonio Pappano e l’Accademia nazionale di Santa Cecilia sono stati ospiti del Festival di Pasqua di Salisburgo, recando con sé Anna Netrebko, Jonas Kaufmann e Luca Salsi, e pochi giorni dopo anche il Teatro di San Carlo di Napoli ha avuto la sua Gioconda, diretta da Pinchas Steinberg e con le voci di Netrebko, Kaufmann e Ludovic Tézier. Si trattava, in quest’ultimo caso, di una coproduzione di allestimento scenico col Gran Teatre del Liceu di Barcellona, dove l’opera ha finalmente allineato la bellezza di undici recite dal 16 febbraio al 2 marzo. Non si ha molto da aggiungere su quanto già visto a Napoli, vale a dire la regìa di Romain Gilbert, le scene di Étienne Pluss, i costumi di Christian Lacroix, le luci di Valerio Tiberi e la coreografia di Vincent Chaillet: si tratta del più tradizionale tra gli allestimenti oggi immaginabili – a maggior ragione dopo la singolare esilità d’approccio di Davide Livermore, alla Scala, e le bambinate da Regietheater di Oliver Mears, alla Grosses Festspielhaus – ma insieme è una lettura che fuorvia e inganna oltre le confortanti, insospettabili apparenze di fondali e vestiario storici; le didascalie del favoloso drammone, infatti, non sono rispettate che in minima parte, rimpiazzate da uno svolgimento di volta in volta equivocante, sbrigativo o pretestuoso: l’atmosfera dell’opera grande da ultimo quarto dell’Ottocento, come matura e grossa risposta italiana al grand opéra francese, risponde all’appello, ma la logica drammaturgica latita. Il filologico e studioso rispetto dei segni musicali non è il forte nemmeno di Daniel Oren, il quale però rimane un concertatore con geniale istinto nel far davvero respirare le partiture: la sua intesa col capolavoro di Ponchielli si svela nella plasticità di passo, nel profluvio di colori, nella brumosità di tinta, nella solidale attenzione al mestiere del cantante e nella sorprendente esecuzione integrale, dove anche la stretta dell’atto II, di norma maltrattata da chi si appella orgoglioso alla tradizione e alle sue scelleratezze, rimane stupendamente intatta (compresi i più elettrizzanti colpi di cannone esplosi in teatro negli ultimi anni). Due le compagnie di canto, con la precisazione che al Liceu esse sono assortite in modo tale che non ve ne sia una prima e una seconda in senso gerarchico, alla maniera italiana, bensì in modo tale che esse risultino ugualmente qualificate, magari complementari tra loro e capaci di dare vasto conto su chi oggi siano gli interpreti di riferimento per un titolo di alto impegno. Alla protagonista della Hernández, con quella nota dolentemente maliosa nel timbro, quel temperamento entusiastico e infaticabile nonché quella compiaciuta opposizione di registri, corrisponde dunque la protagonista di Ekaterina Semenchuk, assai più omogeneo mezzosoprano intenzionato ad ampliare il repertorio in direzione sopranile, con materiale dovizioso e qualche comprensibile circospezione iniziale. Alla Laura Adorno di Ksenia Dudnikova, altro mezzosoprano cospicuo più nei mezzi vocali che nei modi analitici, corrisponde poi quella di Varduhi Abrahamyan, più piccante di timbro e più incisiva di idee, mentre all’Alvise Badoero di John Relyea, scabro, torvo e nero oltre le aspettative, corrisponde quello beffardo, vellutato e sensuale di Alexander Köpeczi. Attraverso la propria carriera, Violeta Urmana – ennesimo schietto mezzosoprano – curiosamente è partita dalla parte sopranile della Gioconda, ha saltato quella mediosopranile di Laura ed è pervenuta infine a quella contraltile della Cieca, sostenuta a Barcellona con solennità sacerdotale. Dura la lezione data attraverso la figura di Barnaba: Àngel Òdena dimostra di aver studiato capillarmente la parte, ma per limiti di idiomatismo linguistico ed esuberanza artistica finisce doppiato dal madrelingua Gabriele Viviani, più diretto nel porgere e più vivido di timbro. Scritture tutto sommato meno lussuose delle altre, ma tanto più interessanti nel loro compenetrarsi, per il ruolo tenorile di Enzo Grimaldo: estroverso, istintivo, romantico quello di Michael Fabiano, che si lascia perdonare qualche acuto tirato; classico, sospettoso, introverso quello di Martin Muehle, col merito di escludere tentazioni veriste. Ottime le stabili maestranze.
Leggi anche
Cagliari, La Gioconda, 16/02/2025
Napoli, La Gioconda, 17/04/2024
Napoli, La Gioconda, 10/04/2024
