Semierotica
Alla poco persuasiva declinazione dark di Semiramide, approdata al Teatro Massimo di Palermo dalla provincia francese, fanno da contraltare l’ottima concertazione di Christopher Franklin alla testa di un’orchestra ben preparata, il notevole Arsace di Chiara Amarù e il felice debutto di Vasilisa Berzhanskaya nei panni della Regina di Babilonia.
Palermo, 14 e 15 marzo 2026 - Non capitava di udire l’orchestra del Teatro Massimo concentrata e in ottima forma come in questa Semiramide almeno dalla Salome concertata da Gaetano D’Espinosa nella precedente stagione. Onore dunque al valore di Christopher Franklin che, sin dalla sinfonia d’apertura, si rivela bacchetta capace di ottenere grande precisione (al netto dei perfettibili interventi della banda in quinta), brillantezza di suono e sensibilità stilistica. Più che soffermarsi sulle pur ben calibrate scelte agogiche, sulla coerenza interna dei fraseggi, si preferisce sottolineare l’apprezzabile attenzione nella realizzazione dei lunghi recitativi accompagnati, alla costante ricerca di un’espressività semantica complessiva nella partitura che sul campo confuta le pur legittime e fondate tesi sulla neutralità del linguaggio rossiniano. Ne scaturisce una lettura che, al netto di qualche inevitabile taglio, intelligentemente praticato, non sacrifica la monumentalità del titolo all’altare della brillantezza dei tempi, ma guadagna in spessore tragico grazie ad un accurato lavoro sulle sonorità. Note positive giungono quindi da tutte le sezioni della compagine orchestrale, con un talvolta eccessivo compiacimento per le percussioni, mentre neanche in questa circostanza il coro preparato da Salvatore Punturo riesce a risalire la china, risultando in qualche modo omogeneo solamente nella sezione maschile.
I due cast in alternanza sono fortemente differenziati al punto da sembrare improntati a schizofrenici intendimenti delle vocalità relative alle diverse parti. Ecco che per un ruolo Colbran si opta alternativamente o per il mezzosoprano di preclara frequentazione rossiniana oppure per il soprano leggero di ascendenza barocco-belcantista, accostando alla prima un Arsace di caratura vocale abbastanza affine, e alla forbitezza del canto della seconda l’Arsace stilisticamente più improbabile che il mercato potesse offrire. Ne discende che l’unico comune denominatore delle due distribuzioni sia la scelta per Assur di voci con evidenti difficoltà nel registro acuto. Ma converrà trattare separate le due compagnie, a partire dalla prima, complessivamente rilevante, con punte di merito per le donne. Se Mirco Palazzi disimpegna con buona ampiezza ma qualche approssimazione nel canto d’agilità e risolvendo sbrigativamente la scena della follia di Assur, più forbito risulta l’Idreno di Maxim Mironov che centellina le sue due arie con grande perizia, nonostante il timbro poco abbia d’eroico. Entrambe al debutto nel titolo, Chiara Amarù e Vasilisa Berzhanskaya sono rispettivamente Arsace e Semiramide di assoluto rilievo. Alle prese con una scrittura eminentemente contraltile il mezzosoprano palermitano evita di forzare la mano e trova la chiave giusta per sostenere il cimento fino in fondo, forte di una magnifica realizzazione del canto d’agilità e con un lavoro di scavo sulla parola che forse mai prima d’ora s’era sentito in Arsace. Duetta – o meglio – fronteggia la bravura dell’altro mezzosoprano russo, applicato con felicità d’esiti alla vocalità di tipo Colbran, giacché Vasilisa Berzhanskaya di Semiramide possiede l’estensione, l’ampiezza e l’imperiosità che le si confanno. Si potrebbe quindi facilmente scommettere che questo debutto sarà foriero di numerose future mesopotamiche incursioni, giacché anche la presenza scenica fa il paio con la pertinenza della vocalità, specie in questo allestimento molto giocato sull’avvenenza della Regina di Babilonia. Non altrettanto può dirsi dell’altra Semiramide, impersonata da Maria Grazia Schiavo, che canta bene, anche assai bene, ma il cui peso specifico porta a Norina, non già alla scrittura tragica modellata da Rossini per la consorte. Alla sua forbitezza del canto si oppone l’Arsace veemente, esagitato, costantemente sopra le righe di Ginger Costa-Jackson: da dimenticare. C’è poi l’Idreno di Antonino Siragusa, che canta Rossini a suo modo, ma col timbro ancora intatto, sebbene con qualche muscolarità di troppo nell’ascesa all’acuto: ma non appena intona “Ah dov'è, dov'è il cimento”, risana le orecchie compromesse dalla sortita di Arsace e successivo duetto. Infine l’Assur di Nahuel Di Pierro guarda da vicino al modello di Michele Pertusi, che però ancor oggi lo sorpasserebbe in freschezza.
Ottimo è il comparto dei comprimari, a partire dall’incisiva Azema di Francesca Cucuzza, che si spera di riascoltare in altra parte di maggior impegno; seguono poi il preciso Oroe/Nino di Adriano Gramigni, nonché il sonoro ma un po’ morchioso Mitrane di Samuele Di Leo.
Lo spettacolo importato dall’Opéra de Rouen-Normandie è concepito da Pierre-Emmanuel Rousseau, firmatario anche di scene e costumi, come un oscuro intreccio fra ritualità e sessualità in un contemporaneo dichiaratamente ispirato a Eyes Wide Shut di Kubrick. Se la realizzazione dei costumi è abbastanza rifinita, non altrettanto può dirsi delle scene, con marmi neri assai poco verosimili e pannelli semoventi su palcoscenico orizzontale, anziché sul declivio all’italiana, col risultato di rendere buona parte dello spettacolo poco visibile da una platea piana, ch’è molto diversa dalle platee a gradoni tipiche dei teatri francesi. Anche dal punto di vista drammaturgico, però, questa Semiramide semi-erotica, in cui una misteriosa donna che danza nell’introduzione, si intrattiene in atteggiamenti omoerotici con la Regina di Babilonia durante “Bel raggio lusinghier” e finisce sacrificata durante il finale primo, alla fine catalizza ben poco gli effetti musicali e risulta alla fine un esercizio stilistico, peraltro non sempre ben realizzato, abbastanza a sé stante. Un po’ come l’idea di spargere altro sangue dopo la morte di Semiramide, allorquando Azema pugnala Arsace in un colpo di scena non previsto dal libretto, che poco o nulla aggiunge al finale dell’opera. Professionale il disegno luci di Gilles Gentner, seppur non esente da sbavature, e talvolta fastidiose le azioni mimiche curate da Carlo D’Abramo.
Alle due serate arride un dispari successo di pubblico, forse commisurato all’impari valore delle compagnie di canto. Se la recita serale del secondo cast è afflitta da un vero e proprio esodo al termine del lunghissimo primo atto, la domenicale pomeridiana con il primo cast si conclude con pubblico festante e condivisibili punte di ovazione per Amarù, Berzhanskaya e Franklin.
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