Sembra facile dire Norma
Dopo ben dodici anni di assenza, il capolavoro di Bellini torna a Cagliari, con grande successo e qualche distinguo.
Cagliari, 22 marzo 2026 - Sembra facile dire Norma. Sembra facile rimuovere il Grande Fantasma che aleggia, il ricordo indelebile di una interpretazione scolpita nella storia. Questo non ha impedito, ovviamente e giustamente, la persistenza del titolo nei teatri di tutto il mondo. Ma, lo si voglia o no, nell'intimo traspare sempre l'inevitabile confronto.
Sembra facile dire Norma. Così, ad ogni nuova produzione, ecco accadere sempre un elemento appartenente alla categoria “famolo strano”. Ora appare in scena un doppio nei panni di Giuditta Pasta, ora la lapidazione di Pollione nel finale, ora un velato rapporto omoerotico e relativa gelosia di Norma verso Adalgisa.
Sembra facile dire Norma. Poi, si finisce troppo spesso con l'ignorare le edizioni critiche, con ripetere qualche taglio di antica tradizione (come nell'edizione cagliaritana). Si finisce coll'affidare il ruolo di Adalgisa non ad un secondo soprano, ma ancora ad un mezzo.
Sembra facile dire Norma. Poi, ti accorgi che il pubblico applaude sempre e comunque, che la musica di Bellini la vince in ogni caso, che un capolavoro, maltrattalo, strapazzalo, ma sopravvive sempre e comunque.
Norma al Lirico di Cagliari torna dopo dodici anni. L'ultima nel 2014, e la sacerdotessa era in quel caso Iano Tamar alternata a Daniela Schillaci. Guardando indietro, nel 1988 era stata Katia Ricciarelli (sembra facile dire Norma). In questa produzione, di cui dirò più avanti, era stata preannunciata ad inizio di stagione Saioa Hernàndez (impegnata poi negli stessi giorni a Bologna). L'ha sostituita Marta Torbidoni, inizialmente prevista nel secondo cast. La Torbidoni ha una storia 'giovane' ma importante, con Norma: al Festival di Cartagena, nel luglio del 2021, aveva eseguito 'Casta Diva' ed il duetto 'Mira o Norma' (peraltro con un mezzosoprano cagliaritano, Cristina Melis). Nell'intero ruolo aveva debuttato al Macerata Opera Festival nell'estate 2024, e poi nel luglio 2025 l'esordio scaligero in sostituzione di Marina Rebeka indisposta.
Gran bella voce, quella della Torbidoni: densa, calda, avvolgente, potente. In un post su Facebook, il soprano ha comunicato che, appena arrivata a Cagliari, ha contratto una laringite che le ha impedito di cantare per due settimane. Nella recita (l'ultima) alla quale ho assistito, m'è sembrato di trovare una debole traccia solo nel registro acuto, sfiorato con grande sapienza tecnica ma sprovvisto di incisività. Ecco, quel che è mancato purtroppo è proprio l'incisività, in toto; un ruolo ben cantato, generosamente cantato. Ma latitante in carisma. Darei colpa, sebbene la parola appaia forse eccessiva, anche ad una regia che, ad esempio, ha 'ingabbiato', al suo ingresso in scena, il soprano in una struttura che evocava corna di cervide; e così, 'Casta Diva' veniva intonata immobile, dove più che alla statuaria canoviana. le due braccia rigide che si allargavano e si richiudevano quasi ricreavano il riscaldamento per il nuoto a farfalla. Né aiutava un rimando strehleriano (vedi alla voce: Il ratto dal serraglio) della cabaletta (e più oltre, del duetto con Adalgisa) a sipario chiuso, quasi ad isolarla come aria da concerto. La Torbidoni (come già m'è capitato di ascoltare dal vivo con altre cantanti italiane, dalla Stanisci alla Billeri, dalla Rezza alla Dessì) possiede, dicevo prima, un ottimo strumento ed una eccellente tecnica (vedi alla voce: Mariella Devia, ultima sua insegnante di canto). Ma l'interpretazione risulta tuttavia insufficienti nel recitativo d'entrata; la coloratura di forza nella cabaletta è ben gestita ma gli abbellimenti non sono significativi (chi li ha curati ?), e la sua Norma è femminile ma non sacrale, è più propensa alla rassegnazione che alla fierezza, anche se occorre riconoscere alla Torbidoni la giusta tinta, ad esempio, nel “oh non tremare”, dove prosegue, con saldo controllo, nei frequenti saldi vocali su due ottave, mentre meno efficace il suo declamato ad apertura del secondo atto.
L'altra figura femminile, accettandone il registro mezzosopranile, sorprende e colpisce: Raffaella Lupinacci (che Adalgisa ha interpretato alla Monnaie di Bruxelles e alla Maestranza di Siviglia) dall'autentico stile belcantista, un temperamento scenico di prim'ordine, un registro grave di plasmata bellezza ed uno acuto spavaldo e sicuro. Climax assoluto della sua interpretazione il cantabile 'Mira, o Norma'.
Inadeguato il Pollione di Francesco Demuro: dalla sua, una dizione di estrema chiarezza, una articolazione ed un fraseggio che rendono intellegibili ogni parola, un do acuto folgorante su “eran rapiti i sensi”. Ma il suo personaggio somiglia più al Conte di Almaviva che a un proconsole romano, con sovracuti finali che, se infiammano il pubblico, lasciano perplessi sulla capacità di interpretare un autentico Polline (mentre crediamo che il suo prossimo Arturo dei Puritani al Met, viceversa, sarà assolutamente adeguato ai suoi mezzi).
La statura interpretativa, il rigore, l'eleganza, lo stile, la classe di Michele Pertusi quale Oroveso è fuori discussione, così come la sua resa attoriale.
Ottimo il Flavio di Luigi Morassi; una voce importante, tecnicamente perfetta e di grande presenza scenica (la sua prestanza sminuiva, e di molto, la credibilità di Pollione); nonostante la brevità del ruolo, ottima anche la Clotilde di Federica Giansanti.
Renato Palumbo, ad onta di qualche scelta di tempi letargica, sa perfettamente cosa tirar fuori dalla sua Norma: ora una distesa cantabilità, ora una rovente temperatura emotiva, ora suggestioni lunari e misteriose. Gli risponde con estrema duttilità la smagliante orchestra del Lirico cagliaritano, con le prime parti sempre in grande smalto dall'oboe col suo inciso nella scena e terzetto finale del primo atto (Andrea Saccarola) al violoncello che intona la melodia ad apertura del secondo atto (Robert Witt), all'ariosa melodia nell'introduzione del primo atto affidata a flauto e clarinetto (Stefania Bandino, Pasquale Iriu), agli ottoni tutti. Non è da meno il coro, preparato da Giovanni Andreoli, che sa trovare un ventaglio di dinamiche davvero esemplare (certi pianissimi sono davvero prova di alto virtuosismo).
Sullo spettacolo, coprodotto con OperaLombardia (Brescia, Como, Cremona e Pavia) e il Teatro Verdi di Pisa mi rimane un gran dubbio: Elena Barbalich, regista, ha certamente lavorato seriamente, e a lungo, sul suo progetto. Ma è certa che l'elemento centrale di tutta l'opera, ispirato allo Oiw, raggiunga nella sua valenza di origine celtica il pubblico? Che il rimando alle Sheela-na-Gig (sculture medievali rappresentanti donne nude che mostrano una vulva ingigantita) sia decifrabile dal pubblico e non arrivi solo un dubbioso fascio di luce ? Che quella processione con un cranio di cervide sia riconducibile al dio celtico Cernunnos, "Dio Cornuto", signore della natura selvaggia, degli animali, della fertilità e della rinascita ? E persino, che quelle striature di biacca sul volto delle coriste (bel rimando anche questo ad un cosmetico usato fin dai tempi dell'Antico Egitto) risultino visibili solo fino alla seconda fila di poltrone in platea ?
C'era qualche evocativo rimando ora alle silhouettes alla Strehler (nella scena iniziale, ad esempio), ora a fondali monocromatici e alle luci a certo minimalismo caro a Bob Wilson, ora, (nei costumi a firma di Tommaso Lagattolla, autore anche delle scene) a certo Regietheater (gli impermeabiloni neri lunghi fino ai piedi di Pollione e Flavio) o ancora si vedano i costumi per Adalgisa, così essenziali, grafici e spesso atemporali come quelli per l'Iphigénie en Tauride di Gluck, ancora di Bob Wilson. Il tutto, comunque, perfettamente illuminato da Fabio Barettin.
Si,sembra davvero facile dire: Norma.
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