Due dittici e due dive
Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Cavalleria rusticana di Mascagni, Pagliacci di Leoncavallo, A kékszakállú herceg vára di Bartók e La voix humaine di Poulenc sono coerentemente raccolti a coppie in due sfarzose e griffate imprese registiche, firmate da Robert Carsen e Claus Guth. È l’eccellente compagine orchestrale che dà forza alla direzione di Riccardo Frizza e a quella di Martin Rajna, mentre sul fronte vocale s’impongono Luciano Ganci e Martina Belli più che Brian Jagde e Corinne Winters, per non parlare di un’inesorabile Anna Caterina Antonacci, vicina di serata al concerto mozartiano di una trionfante Jessica Pratt.
FIRENZE, 3, 20 e 22 marzo 2026 – Due soli biglietti strappati che valgono però quattro titoli d’opera: la stagione al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha recentemente allineato una coppia di dittici, con da una parte quello classico costituito da Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo (quattro recite dal 22 febbraio al 3 marzo), e dall’altra uno inedito costituito da A kékszakállú herceg vára di Bartók e La voix humaine di Poulenc (tre recite dal 14 al 22 marzo; ecco l’illuminante traduzione del titolo illeggibile: Il castello del duca Barbablù). Si tratta innanzitutto di due sfarzose e griffate imprese registiche, accomunate dalla ricerca di una continuità interna a ciascun dittico. Il primo allestimento esiste dal 2019 e proviene dalla Nationale Opera di Amsterdam. In esso la lettura di Robert Carsen, le scene di Radu Boruzescu, i costumi di Annemarie Woods, le luci di Carsen stesso con Peter van Praet e la coreografia di Marco Berriel invertono l’ordine tradizionale e pongono Pagliacci prima di Cavalleria rusticana: il prologo degli uni diviene così anche quello dell’altra, e il metateatrale capolavoro di Leoncavallo finisce per attrarre in uno stesso gioco di teatro-nel-teatro anche quello di Mascagni, con evidente pretestuosità ma anche con ineffabile virtuosismo. Il colpo da maestro di Carsen cade quando, iniziando Cavalleria rusticana, il fermo-immagine sull’omicidio finale di Pagliacci si scioglie con divertite pacche sulle spalle: quelli che sembravano personaggi si rivelano interpreti, quello che sembrava reale si rivela finzione; Cavalleria rusticana può allora balzare da cronaca verista, ove si assiste alla concreta macellazione di un protagonista, a modello simbolico, ove la scomunicata Santuzza diviene – fondazione-lirica-nella-fondazione-lirica – l’artista del coro licenziata e nostalgica della sezione (il maestro del coro che in finta scena la allontana, va da sé, è Lorenzo Fratini, quello vero del MMF). Il secondo allestimento è invece nuovo. In Bartók, su un testo ove Kékszakállú apre una dopo l’altra le porte del proprio castello dietro le insistenze della novella sposa Judit, le scene di Monika Pormale sono a loro volta una prova di bravura nel comporsi via via dall’oscurità a ogni schiudersi di battente; sensazionale è il fuoco crepitante sul quale dal fondo corre a incardinarsi un camino di pietra, e da tenere a mente sono i bamboleschi vestitini rosa delle segregate tre prime mogli del Duca: li ha disegnati Anna Sofia Tuma e nella regìa di Claus Guth rinviano all’abito di Elle, la voce telefonante nella Voix humaine e il personaggio che qui, evolvendo dalla camera d’hotel al salone di Kékszakállú, tra il brancolante psicanalitico-psichiatrico e lo smaterializzarsi harrypotteriano, regola tramite un colpo di pistola i collettivi conti femministi col sanguinario castellano patriarca (Judit che chiude, insomma, il cerchio col relativo Oloferne). Ma c’è da parlare anche di musica. L’Orchestra del MMF – in unione col Coro, nel primo dittico – è la favolosa falange che rende tanto più sinfonicamente forbita la concertazione di Riccardo Frizza in Leoncavallo e in Mascagni (ma per ascoltare il geniale respiro della seconda partitura, benché a costo di licenza da molti segni scritti, conviene andare tre settimane dopo a Bologna, dove la direzione spetta a un Daniel Oren in grande spolvero). Per l’ungherese Bartók sale invece sul podio il connazionale Martin Rajna, specialista di quell’autore visionario – con formidabile apporto, a pennellate cariche, dell’orchestra fiorentina – ma un tantino meno a suo agio nel soffiare sulle delicate, francesi, ipocrite, sofferte nuances di Poulenc. Al viandante melomane interesserà sapere che Luciano Ganci, come mai calligrafico e comunicativissimo Turiddu, e Martina Belli, come non lussuosa ma impegnatissima Santuzza, hanno sciorinato invidiabile verde ai vicini Brian Jagde e Corinne Winters, un Canio e una Nedda scabri di smalto vocale, tesi nell’esibire volume e alieni all’idiomaticità italica (arrivederci, per lui, al prossimo Otello inaugurale del Teatro alla Scala, con qualche già fondata preoccupazione). I meriti della prima squadra si estendono al vigoroso Tonio di Roman Burdenko, che nella seconda è un depurato Alfio. Ottimi nella sintesi di canto, presenza e accento Lorenzo Martelli, come Peppe in Pagliacci, e Manuela Custer, come Lucia in Cavalleria rusticana, seguìti con professionalità lui dal Silvio di Hae Kang e lei dalla Lola di Janetka Hoşco. In A kékszakállú herceg vára, il protagonista ha la vocalità granulosa e la liederistica intelligenza di Florian Boesch, mentre l’impervia Judit può confidare nella solida tenuta di Christel Loetzsch. Di diva tra le due locandine, nondimeno, c’è solo Anna Caterina Antonacci, infinite volte mediatrice infinitesimale delle confidenze in Poulenc, qui interprete anche delle battute – spesso tagliate – a riguardo del cane, qui lasciata meno libera da Guth e qui sostenuta a sprazzi da Rajna, eppure sempre inesorabile nell’illustrare cosa nessun altro cantante sa fare, al pari di lei, con la parola o con un mezzo dito alzato: sempre più di frequente la sua agenda tace oggi il futuro, e sempre più l’astinenza deve allora farsi turbamento. Per costituire un dittico di dive, pur di segno tra loro così diverso, basta scorrere di soli due giorni il programma del Teatro, là ove, al 20 marzo e sempre nella Sala grande, la direzione di Christopher Franklin e l’Orchestra del MMF fanno corteggio a Jessica Pratt e a una monografia mozartiana nella quale ella prodiga, tutt’assieme, i dolenti rondò della Contessa d’Almaviva e di Donna Anna dalle Nozze di Figaro e da Don Giovanni, la tempestosa sortita di Fiordiligi da Così fan tutte, la grande aria in stile da concerto di Konstanze dalla Entführung aus dem Serail (con un taglio d’autore riaperto ma purtroppo l’altro no, come già alla Scala nel 2024) ed entrambe le arie della Regina della Notte dalla Zauberflöte (il che equivale a dire i più temibili quattro quinti della parte intera): simpatia, patetismo, morbidezza, virtuosismo e divertimento sono un’unica questione in tale soprano mandato dalla provvidenza, il quale come bis ricorre al Petit Mozart des Champs-Élysées, insomma a Offenbach nel giudizio di Rossini, e intonando «Les oiseaux dans la charmille» obbliga ognuno ad accaparrarsi un biglietto per Les contes d’Hoffmann del prossimo inverno; al Teatro del MMF (e delle meraviglie): inutile specificarlo.
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