L'uomo e il Graal
Sul verde declivio di Erl, la Pasqua è festeggiata con la ripresa dell'intelligente e toccante produzione di Parsifal firmata da Philipp M. Krenn in perfetta armonia con la concertazione di Asher Fisch e un cast di gran pregio.
ERL, 5 aprile 2026 - Pasqua, Parsifal, una collina verdissima che però non è quella di Bayreuth. Siamo circa trecento chilometri più a sud, a Erl, ma le proiezioni (a cura di Thomas Achitz) che accompagnano la regia di Philipp M. Krenn (ripresa da Sebastian Kranner e Anne Elisabeth Holste) sembrano subito suggerire un'associazione fra Montsalvat, il colle del Festpiele wagneriano e quello tirolese. Lo spazio teatrale è spazio sacro, di conoscenza, condivisione e crescita: vediamo Parsifal raggiungerlo, moltiplicare il volto sul sipario, incontrare Kundry fra platea e palco, vediamo lei aggirarsi angosciata fra parcheggio e locali tecnici, un ventre segreto, prima di apparire nel regno di Klingsor. Il teatro è il centro di tutto e sul suo palco si compongono strutture geometriche (un riferimento ai profili della Festspielhaus) completamente bianche intorno a una fonte ctonia e lustrale, che potrebbe richiamare la Blaue Quelle, la sorgente dalle acque di zaffiro e smeraldo distante solo poche decine di metri. Tutto, sul Montsalvat, è bianco, puro, asettico (scene di Heike Vollmer, costumi di Regine Standfuss): i cavalieri indossano vesti di diverse fogge, attraversano i secoli fra mantelli, calzameglie e felpe con cappuccio, ma tutto è inesorabilmente, completamente candido. La ribellione e la perversione di Klingsor è data da schizzi di vari colori, macchie rosse, blu e gialle che sporcano ma non cambiano realmente le cose. Chi porterà davvero la rivoluzione e il rinnovamento sarà il puro folle in jeans neri e felpa grigia, l'eroe atteso è il più inaspettato, non il nuovo iniziato abbracciato con speranza da Amfortas e subito respinto da una sprezzante, provocatoria Kundry.
Rivoluzione e rinnovamento: Parsifal ripristina il rito senza ripeterlo, ma ricreandolo. Non c'è miracolo visibile della guarigione di Amfortas, non c'è colomba, c'è la musica che emerge dalla buca, con l'orchestra che si eleva come nuovo, autentico Graal redentore e abbraccia l'intero teatro: la scena si apre, mostra il dietro le quinte, il coro (eccellente, diretto da Olga Yanum) percorre la platea e si mescola al pubblico in vesti quotidiane, con colori che non sono né il bianco sclerotizzato dei cavalieri né i tentativi velleitari della magia nera, ma sono quelli della vita reale. L'arte, la musica, il vero Graal cristallizzati in una torre d'avorio vengono liberati, non appartengono a un'élite sterilizzata ma possono essere patrimonio di tutti.
Dopo aver visto nel primo atto il calice sorgere dolorosamente, l'emergere del golfo mistico nel finale è un momento di gloria per la musica, per il potenziale scenotecnico della Festspielhaus, per l'orchestra e il suo direttore stabile Asher Fisch. Là dove il tempo si fa spazio, è la musica, la forma d'arte che più di ogni altra si modella nel tempo, a farsi teatro, a dar vita al bianco e al colore, alla geometria e alle acque nella dialettica continua fra i temi di fede, speranza e redenzione e di sofferenza, peccato, insidia. Luce e ombra corrispondono a quelle sulla scena (davvero bello il disegno di Stefan Schlagbauer) affiorando da una buca che dopo il Bach di solo due giorni prima, in formazione ovviamente ben più ampia, conferma nella versatilità la qualità di un suono sempre levigato, ben definito, duttile ed eloquente. Ne deriva una lettura priva di compiacimento, sincera nel suo reggere il filo del discorso e la sua tensione morale, le cui problematiche non sono tuttavia eluse. Anzi, il fluire franco e ben ragionato del fraseggio intorno alla parola, amorevolmente ampliata e sostenuta nella musica favorisce il testo più dell'esteriorità del rito. La sensibilità pietista che attraversava la Passione bachiana anche nella sua solennità teologica non è poi così distante e, anzi, costruisce un ideale dittico di Pasqua senza che sia necessariamente questione di fede, quanto piuttosto di umanità.
Il cast asseconda questa visione, a partire dai due veterani Falk Struckmann e René Pape. Il primo, subentrato all'indisposto James Platt inizialmente annunciato, è a un Titurel insolitamente attivo e presente, non solo una voce che incombe dal passato, ma un padre che si impone e incombe sul piagato Amfortas sottolineandone il disagio più che fisico di uomo schiacciato da aspettative e responsabilità. Micheal Nagy ne è interprete notevolissimo in virtù anche della duttilità lirica del timbro e dell'intelligenza musicale. Troneggia, per contro, il Gurnemanz tanto saggio quanto umano di Pape, sempre carismatico e suadente in un fraseggio nobile e analitico, come traspare anche dal naturale soppesare accenti e colori all'interno delle parole composte. Il Klingsor gagliardo e insidioso, alieno da eccessi e leziosaggini, di Audun Iversen completa il quadro delle voci gravi principali.
Poi – una volta ricordati i cavalieri Egor Zhuravskii e Sorin Coliban, gli scudieri Annina Wachter, Camilla Lehmeier, Kristofer Lundin e Josip Josip Švagelj, le fanciulle fiore Stefani Krasteva, Zoe Hippius e Lina Tsiklauri con Wachter, Lehmeier e Ani Kushyan, anche voce celeste – ci sono loro, Kundry e Parsifal, che come due facce della stessa medaglia si incontrano, si confrontano, crescono l'uno con l'altra. Ricarda Merbeth fa della doppiezza del suo personaggio un veicolo di sapienza che non si divide in modo manicheo e, anzi, mostra un'energia inusitata, perfino spregiudicata nelle vesti diurne di serva penitente del Graal, mentre la serpentina seduttrice notturna, succube di Klingsor, appare soprattutto fragile e materna insieme. Vedendo e ascoltando Jamez McCorkle nei panni del puro folle si stenta a credere che questo spettacolo sia nato, lo scorso anno, con Jonas Kaufmann e non con lui: non solo si trova a proprio agio nella parte sotto il mero profilo vocale, ma rende in pieno l'idea del ragazzo capitato per caso, fuori posto che man mano acquista consapevolezza, dà un senso a questa esperienza e se da un lato cambia sé stesso, dall'altro rivoluziona, come in una reazione alchemica, tutto il mondo.
A un Parsifal sacro perché umano non risponde il silenzio rituale, bensì, già alla fine dei primi due atti e al ripresentarsi sul podio di Fisch, di vere acclamazioni che al termine culminano in una vera e propria, commossa, ovazione.
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