Cogli la rosa
Approda per la prima volta nel cartellone del Costanzi Il trionfo del Tempo e del Disinganno, di Georg Friederich Händel, ridonando a Roma un capolavoro che ebbe proprio nella Città Eterna il suo battesimo. La direzione è affidata a Gianluca Capuano e la regia a Robert Carsen. Interpreti sono: Johanna Wallroth (Bellezza), Anna Bonitatibus (Piacere), Raffaele Pe (Disinganno) e Ed Lyon (Tempo).
ROMA, 12 aprile 2026 – Se si esclude la cantata Agrippina condotta a morire, la presenza di Georg Friederich Händel sul palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma, almeno fino a pochi anni fa, si concentra sul solo Giulio Cesare in Egitto, titolo giustamente celebre. Recentemente, però, la direzione artistica del Costanzi sta valorizzando maggiormente la musica händeliana, con esiti, ad essere sinceri, non sempre esaltanti, ma comunque indice di un’attenzione particolare per la musica del Sassone nel maggior teatro romano. La ripresa del Giulio Cesare in Egitto nel 2023 (la recensione) ha dato l’abbrivio per la successiva Alcina (la recensione) e per La resurrezione (la recensione), ambedue in scena nel 2025 – peraltro, La resurrezione segue di un anno la prima romana del Trionfo. Questa produzione del Trionfo del Tempo e del Disinganno, dunque, costituisce una prima assoluta per il Costanzi, ma tecnicamente non per Roma. Infatti, l’oratorio fu composto da un Händel poco più che ventenne durante un soggiorno romano, su libretto del cardinale Benedetto Pamphilj, il “vecchio pazzo”, come lo definirà successivamente Händel, per le attenzioni a suo dire eccessive che gli tributava; comunque, Händel era talmente legato a quest’opera, che ne farà successivamente tre versioni (di cui una in inglese), per un arco temporale che arriva ai cinquant’anni – ovvero, sostanzialmente, rimaneggerà l’oratorio fin quasi alla morte.
L’elemento di maggior interesse di questa produzione è senza dubbio l’allestimento a firma di Robert Carsen, già rodato al Festival di Salisburgo (2021), una regia che dà un’interpretazione, allo stesso tempo, contemporanea e coerente. Almeno all’inizio, Carsen immagina «questa storia in un beauty contest, dove la bellezza all’inizio vince. È un ritratto della nostra epoca, sui pericoli di Instagram, sul tutto e subito, sul diventare famosi in un secondo, sull’essere dipendenti dal sesso, dall’alcol, dal denaro» (intervista al regista acclusa nel programma di sala). Il pubblico assiste a tre giudici entrare sul palco e dare inizio, con tanto di video in luoghi iconici della capitale, a The World’s Next Top Model 2026 (la cui finale, appunto, si svolge a Roma). La vincitrice è Bellezza e i concorrenti, da quel momento, diventeranno ballerini e figuranti. Tutta la prima parte della regia, che corrisponde alla prima parte dell’oratorio/cantata, è un continuo cambio scenico: Bellezza, infatti, dopo la vittoria vive un turbinio di esperienze, tutte improntate all’hic et nunc. I tre giudici del talent altri non sono che le tre allegorie (come la protagonista, del resto) dell’oratorio: Piacere, Tempo e Disinganno. Bellezza passa da patinati studi televisivi a festini a base di sesso e droga, quando segue Piacere nel suo palazzo. I richiami simbolici alludono non solo allo scorrere inesorabile del tempo – compaiono proiezioni luminose con timer,che incorniciano il palco –, ma anche ad una vita effimera, richiamata dalla telecamera che segue passo passo Bellezza, sotto indicazione del Piacere. Proprio in questa prima parte, il ritmo della regia asseconda il carattere dei personaggi, inscenando un’altalena fra momenti glamour (anche molto divertenti quelli che hanno per protagonisti il corpo di ballo) e passaggi più pensosi, gli interventi di Tempo e Disinganno, cui Carsen conferisce una serafica postura, coerenti con arie dai ritmi lenti, dove si moltiplicano immagini richiamanti la morte – in tal senso, splendida la realizzazione dell’aria di Tempo «Urne voi», dove i ballerini si denudano e si adagiano, in un’atmosfera scura, come fossero su feretri. In contrasto, le scene nella reggia di Piacere sono all’insegna di una festa in un night club, dove Bellezza viene iniziata alla cocaina, concludendo la serata fra le braccia di un «leggiadro giovinetto» (come riporta il libretto del Pamphilj). Tutta la sequenza della reggia è un notevole virtuosismo di Carsen, soprattutto perché le atmosfere da strobosfera trascolorano alle penombre più riflessive che vedono protagonista il Disinganno. La seconda parte dell’opera cambia notevolmente registro: l’immagine del palazzo del Tempo e del Disinganno, infatti, è di fatti un enorme specchio che riflette la sala del Costanzi – «lo specchio è il simbolo usato dalla vanità, ma poi lo uso in un’altra maniera, seguendo il libretto, come riflesso della verità», come sottolinea il regista nella già citata intervista. La regia si fa più simbolica, delicata e due sono le scene che rimangono impresse: l’apertura, con tre comparse che rappresentano le tre età della vita, riflesse nell’enorme specchio, e, soprattutto, l’aria «Lascia la spina», dove Piacere compare, nella prima parte, proiettato sulla superfice dello specchio, apparendo come uno spettro evanescente – devo dire, uno dei più bei coup de théâtre cui mi sia stato dato di assistere. Per tirare le somme, Carsen ha il merito di trasformare un capolavoro händeliano in una critica all’edonismo scintillante, sfrenato, figlio delle società capitalistiche, che si traduce in una violenta pervasività dei media nella vita di tutti.
La direzione è affidata a Gianluca Capuano, che tenne a battesimo questa produzione anche nel 2021 a Salisburgo. Capuano, da specialista di musica barocca, è estremamente attento al lato filologico, eseguendo, peraltro, lui stesso la parte al clavicembalo. Il suono che ne emerge ha il giusto peso, la grammatura corretta per l’esecuzione di un’opera di Händel, mostrando, in tutto il loro splendore, le perle contenute in questa partitura: non parlo solo di lussureggianti melodie, quanto di effetti di una libertà impensabile solo qualche generazione dopo Händel, come «gli impressionanti scarti cadenzali, rinforzati dai contrasti dinamici e ritmici, nell’orrifica «Urne voi», la già citata aria di Tempo (le parole sono di C. Steffan, autrice di un dottissimo studio accluso al programma). Purtroppo, le voci non sono tutte, o perlomeno non sempre, all’altezza dell’impegno richiesto dalla fantasia händeliana. Il ruolo di Bellezza è affidato a Johanna Wallroth, effettivamente dotata di una bellezza non comune e di una presenza scenica magnetica; purtroppo, almeno nella prima parte, il suo timbro argentino, molto vibrato, mostra pochi armonici e scarso volume, non svettando molto sopra l’orchestra. La situazione, però, migliora sensibilmente nella seconda parte, dove inanella una serie di arie (fin da «Io sperai trovar nel vero»), nelle quali sfoggia legati, messe di voce e ornamentazioni, ma soprattutto ispessisce il volume, che appare più morbido e pieno nell’emissione. L’aria finale, «Tu del ciel ministro eletto», colpisce per l’intensità dell’interpretazione. Anche Anna Bonitatibus, nel ruolo di Piacere, cresce nella performance nel corso della serata; se, soprattutto nella prima parte, avremmo desiderato forse un volume più netto, non manca la brillantezza del fraseggio (come in «Una schiera di piaceri»); nella seconda, l’interprete regala una toccante resa della celeberrima «Lascia la spina», giocando sui volumi dell’emissione vocale e sulle cromature date dall’incontro della voce con l’orchestra. Ed Lyon, tenore dalla pasta vocale granulosa, dal timbro non particolarmente attraente, pure efficace nel ruolo di Tempo, migliora – anche lui – nel corso della serata, regalando momenti particolarmente apprezzati, come la sua singolarissima aria «Urne voi», citata già più volte, e il duetto con Disinganno («Il bel pianto dell’aurora»), affascinante per le sue atmosfere siderali. Il ruolo di Disinganno è sorretto da un Raffaele Pe certamente in serata, il cantante più applaudito per tutto il corso dell’opera; l’unico dei tre interpreti che, giova sottolineare, ha mantenuto il livello della formance costante per tutta la serata, meritandosi applausi a quasi ogni aria. Pe, talvolta indulgente in interpretazioni eccessivamente cariche di effetti, sceglie per il Trionfo (anche in ragione del personaggio interpretato) una linea di canto più austera, maggiormente attenta al fraseggio: da notare l’apprezzamento nelle sue due arie, la placida «Crede l’uomo» e «Più non cura», tutta legata e dalle sonorità più arcadiche. Appena Capuano posa la sua bacchetta, il pubblico mostra il suo autentico apprezzamento, testimoniando un sicuro successo.
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