Per una terra di latte e miele
Apre, accolta da grandi applausi, il cartellone del Maggio Musicale Fiorentino The Death of Klinghoffer di John Adams, opera che ancora ferisce nel suo richiamo all'attualità, ma soprattutto fa riflettere sull'idea stessa di verità e su catene infinite di dolori.
FIRENZE 19 aprile 2026 - Istant Opera, o quasi: The Death of Klinghoffer debutta a Bruxelles nel 1991, solo sei anni dopo il dirottamento dell’Achille Lauro. In Italia arriva dopo circa un decennio, a Ferrara e Modena, benché i fatti fossero strettamente legati alla nostra storia recente: l'omicidio di un cittadino statunitense da parte di militanti del Fronte per la Liberazione della Palestina (da non confondersi con l'OLP di Arafat) avviene sulla nave battente bandiera italiana e innesca la crisi diplomatica di Sigonella con gli USA, vicenda le cui conseguenze interne ed internazionali non sono ancora spente.
E, naturalmente, quando l’attualità era (e resta) così scottante, diventa inevitabile domandarsi da che parte si schierino gli autori. Al tempo del debutto e ancora per la ripresa al Met nel 2014, negli Stati Uniti l’opera fu accusata di antisemitismo e di “umanizzazione” dei sequestratori; oggi, viceversa, c’è stato chi l’ha tacciata di filosionismo e di una rappresentazione della causa palestinese solo in ottica terroristica. Già queste interpretazioni opposte la dicono lunga su un testo complesso, stratificato, mimetico, in cui ogni voce racconta la sua verità o la sua porzione di verità senza che se ne possa individuare una netta e assoluta. In tempi polarizzati e manichei come questi non è cosa da poco confrontarsi con punti di vista e contraddizioni umane. Pensiamo alla scena notturna di Mamoud, caratterizzata da una sorta di tenerezza nostalgica che porterebbe a empatizzare con lui più che con i suoi feroci compagni Molqui o Rambo, eppure una violenza interiorizzata da tempo traspare quando racconta che il suo primo giocattolo, all’età di cinque anni, era stato un vero fucile. Chi sono le vittime e chi i carnefici? Esiste una distinzione? Ce lo chiediamo anche quando serpeggia il cinismo di alcuni ostaggi, o Yazmir, appena ricordata come la più cortese dei sequestratori, esalta il martirio e la guerra “santa” nel suo monologo. Per inciso, ma nemmeno troppo, il personaggio in origine sarebbe Omar, mezzosoprano en travesti, ma è stato volto al femminile - con evidente beneplacito della librettista Alice Goodman, presente alla ribalta nelle uscite finali - in un’ulteriore messa in discussione di categorie consolidate: la leva nell’esercito israeliano riguarda anche le donne, la parità di genere non sembra il primo punto in agenda sul fronte palestinese, ma la guerra e la pace riguardano tutti. E, soprattutto, un'opera d'arte non è un documentario, non è un'inchiesta, ma invita a riflettere su una verità che sfugge, se la su vuol stringere in pugno, come sabbia fra le dita. Ciascuno, con la propria storia, vede e racconta la propria realtà.
L'unico dato incontrovertibile è una catena di dolori che generano altri dolori e che hanno origini lontane. C'è da una parte la storia (e tutte le responsabilità europee nel soffiare sui fuochi dei due fronti), dall'altra il mito, il simbolo, che nell'opera di Adams e Goodman prendono forma nei cori, nella narrazione della vicenda di Agar e dei fratellastri Israele e Ismaele, nei lamenti gemelli dei due popoli, nei canti di Oceano e Deserto, Giorno e Notte. Una dimensione tragica si accompagna alla rappresentazione dei fatti, ma anche a stranianti prolessi in cui ostaggi sopravvissuti rievocano gli eventi, in una costruzione drammaturgica congegnata con estrema finezza e ben soppesati parallelismi, dalla frase presaga dalla nonna svizzera con il nipotino (l'ostaggio più giovane, contrapposto all'infermo Klinghoffer) «I am afraid I thought “At least we're not Jews”» (Temo di aver pensato “Almeno noi non siamo ebrei”) al divagare pacato di Marilyn Klinghoffer sui propri acciacchi (peraltro, non trascurabili: già malata di tumore la vedova sopravviverà solo pochi mesi al sequestro) non sapendo che il marito è già stato assassinato.
Su questo testo, in questo testo Adams predispone una partitura (almeno) bifronte: sebbene la struttura sia pressoché parallela (prologo corale, due scene seguite ciascuna da un coro e, in coda al secondo atto, un epilogo chiuso dal lamento di Marilyn), la prima parte si presenta come un oratorio, con incedere solenne e meditativo, che si converte in azione più stringente nel prosieguo, da un lato correndo verso la catastrofe, dall'altro stemperandola nella spietata indifferenza dell'esistenza, fra le chiacchiere della moglie ignara, i proclami della guerrigliera, il racconto brillante della ballerina inglese. Un passo cronachistico si accompagna a un'astrazione lirica, nei cori come nell'Aria del corpo che cade, la voce del defunto Klinghoffer inghiottito dalle acque; parimenti il recitativo serrato fra antica monodia e moderno Sprechgesang può ammorbidirsi nel threnos o in cellule melodiche di vivacità pop (l'aria della ballerina), plasmando nel linguaggio minimalista il tempo di un'atmosfera stagnante e, pure, internamente mutevole.
La colgono assai bene i complessi del Maggio Musicale Fiorentino, che fanno ancora una volta sfoggio di eloquenza timbrica e profondissima musicalità. Il Coro preparato da Lorenzo Fratini è attore di primo piano e commuove in egual misura dei lamenti dei due popoli. L'orchestra non è da meno e dà forma alla stasi oratoriale, al senso quasi sacro di attesa e riflessione, così come ai sussulti del precipitare degli eventi, ben definiti dalla bacchetta di Lawrence Renes, devota alla causa di Adams e della musica contemporanea.
La devozione è condivisa con la regia di Luca Guadagnino, appassionato dell'opera di Adams e Goodman (che hanno firmato in tandem anche Nixon in China, forse il loro capolavoro). Sua è stata l'idea, discorrendo con il sovrintendente Fuortes di possibili progetti, di proporre questo titolo e l'esito finale, con prolungati e compatti applausi, ci dice che l'intuizione è stata felice. Lo spettacolo, tuttavia, ci ricorda pure che Guadagnino è prestato al teatro musicale da un altro medium e da un altro linguaggio: rispetto all'idiomaticità anche artigianale sfoggiata lo scorso anno da Daniele Menghini in Der Junge Lord di Henze, abbiamo qui un nome più noto al grande pubblico, ma meno significativo e ficcante. La vicenda è illustrata con grande accuratezza e diligenza (scene dello stesso Guadagnino, costumi di Marta Solari, luci di un maestro come Peter van Praet), tutto è chiaro e pulito, ma non scevro da qualche ingenuità, al pari di un cielo stellato che non si capisce se appaia così finto per caso o di proposito. Le coreografie di Ella Rotschild hanno, a tutta prima, una loro stilizzata suggestione, ma la linea fra rito e ripetitività è labile e il concitato passo a due che accompagna e segue il lancinante lamento di Marilyn Klinghoffer rischia di appesantirlo. Appaiono il ponte, alcuni locali della nave, una scultura di Berlinde De Bruyckere scomposta da figure nude come in una deposizione pietosa, ma in generale domina il vuoto, un vuoto tale da diventare talvolta ingombrante senza la mano e la capacità di dosare gli elementi e le estetiche, di creare un organismo sintetico coerente al pari di un Robert Carsen.
Nel cast spicca il Klinghoffer di Laurent Nauri, tanto fermo, ardente e dignitoso nel suo confronto con i sequestratori quanto adeguatamente poetico nella Gymnopédie di commiato. Nondimeno Marina Comparato ribadisce la sua classe nei panni, differenti quanto determinati, della nonna svizzera e della donna austriaca. Janetka Hosco è una pimpante ballerina inglese e Levent Bakirci un Mamoud di perturbante umanità. Ben caratterizzati anche gli altri terroristi, sebbene il Molqi di Roy Cornelius Smith mostri qualche segno di tensione vocale di troppo e Marvic Monreal non trovi sempre l'espansione che ci si aspetterebbe nella tirata fanatica di Yazmir/Omar. Joshua Bloom è un ruvido Rambo e Andreas Mattersberger il primo ufficiale; Daniel Okulitch è ben compreso nei panni di un capitano ligio al dovere, dapprima quasi annoiato del suo ruolo più di direttore d'albergo e poi sempre più coinvolto, forse al punto di solidarizzare con i sequestratori. Nella parte chiave, pur in una locandina corale come questa, di Marilyn Klinghoffer si opta per una veterana carismatica come Susan Bullock, che, al pari di tanti soprani drammatici prestati a questo tipo di parti contraltili, soffre un po' la tessitura e la forza dell'invettiva contro il Capitano e le sue burocratiche condoglianze, ma risulta poi assai commovente, vera artista qual è, nello sciogliersi del dolore. Ed è proprio il dolore il filo rosso che attraversa tutta l'opera di Adams e Goodman, un dolore molteplice, sfaccettato, unico, diverso e condiviso, un dolore universale che è tutto ciò che resta dell'odio e di mille verità.
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