L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Soave sia il vento

di Sergio Albertini

Nonostante il passaggio di testimone sul podio fra l'indisposto Federico Maria Sardelli e Alessandro De Marchi, la ripresa di Così fan tutte nella produzione firmata da Mario Martone convince, a Cagliari, per efficacia teatrale e finezza musicale.

CAGLIARI, 19 aprile 2026 - In principio, furono Francesco Canessa, Carlo Majer, Fortunato Ortombina, ai tempi rispettivamente sovrintendente, direttore artistico e segretario artistico del San Carlo di Napoli. Stagione 1998/1999. Propongono un debutto nella regia operistica a Mario Martone, un primo pannello della trilogia Mozart-Da Ponte. Nasce il Così fan tutte. Claudio Abbado affronta per la prima volta il titolo a Ferrara. È il febbraio del 2000 e l'allestimento scelto è quello di Martone. Qualche aggiustamento per adattarlo alla diversa conformazione del teatro, con due vere e proprie passerelle ai lati della fossa e quell'entrare in scena saltando il parapetto dei palchi di proscenio. Ci sono i mimi, e tra questi, Andrea Cigni, allora studente a Bologna. Ottobre e novembre 2024. Andrea Cigni è sovrintendente al Teatro Ponchielli di Cremona. Riprende lo spettacolo di Martone, Così fan tutte, e sceglie Federico Maria Sardelli come direttore; lo spettacolo coglie un meritato successo, ma motivi di salute, infine, sottraggono Sardelli dalle recite bresciane e comasche successive dell’opera, sostituito al volo dal maestro Pasqualetti, già impegnato per lo Chénier sempre di OperaLombardia,

Andrea Cigni oggi è sovrintendente (e direttore artistico) del Lirico di Cagliari e per la sua prima stagione inserisce il Così fan tutte di Martone, preannunziando la direzione di Federico Maria Sardelli. Ma a pochi giorni dalla prima, ancora una volta, motivi di salute costringono Sardelli a rinunciare al podio. In tutta fretta viene chiamato Alessandro De Marchi; quindi risulta difficile capire cosa possa essere rimasto dell’impostazione del direttore livornese e quanto invece si debba all’intervento del collega. Che, vale dirlo, ha diretto magnificamente. La sua lunga e apprezzata carriera nelle prassi storicamente documentate (lo ascoltai la prima volta dal vivo nel 2016, a Palermo, nella Passione di nostro signore Gesù Cristo di Jommelli, e ancora nel 2003 per l'Orlando finto pazzo di Vivaldi) ne segnano indubbiamente il rigore esecutivo; con un organico ridotto (ma non troppo, viste le dimensioni della sala del Lirico cagliaritano) composto da 8 primi, 6 secondi violini e altri undici archi, più legni, ottoni, arpa e percussioni riesce a restituire una filigrana sonora di estrema chiarezza in totale accordo con le voci. De Marchi dona perfettamente il tono eroico al terzetto 'Una bella serenata' e restituisce appieno il gusto pomposo della marcia che, tornando più volte nel corso dell'opera, richiama ironicamente l'ambiente “militar”; ma De Marchi sa trovare colori di commossa malinconia nel delicato 'Soave sia il vento' (bella prova degli strumentini concertanti e dei violini in sordina). L'orchestra risponde alla direzione con un nitore raro, come la sensualità del clarinetto (Ivana Mauri) ora nel duetto iniziale delle due dame ferraresi ora nelle due arie di Ferrando; bene l'oboe (Andrea Arcieri) in 'Crudel...hai vinto'; e ancora il fagotto (Nicola Fioravanti) nel concertato del finale primo che raddoppia la voce del tenore. La sezione dei fiati sembra davvero avere Mozart nel proprio respiro: di bella resa la serenata 'Secondate, aurette amiche', mentre gli archi tutti hanno una setosità cameristica che sa diventare anche frizzante come l'anticipo al terzetto maschile 'E voi ridete?'.

La complessa impalcatura dell'opera è stata risolta in tempi brevissimi (e immagino, con pochissime prove) da De Marchi con la giusta ricchezza di particolari, assecondato da un'orchestra sempre più sorprendente nella sua duttilità interpretativa, qui prossima a una 'filologia' che non nuoce alla salute teatrale di Così fan tutte. Tutto bene ? Quasi. M'è sembrato un po' tirato via il lavoro sui recitativi (affidato al solo cembalo, alquanto scolastico e privo di improvvisazioni, di Clorinda Perfetto, con parrucca bianca in stile Amadé) e del tutto assenti le variazioni nelle riprese.

La regia di Martone, sin dal suo esordio, è priva di quell'insostenibile narcisismo che permea da anni le prove di altri più giovani registi italiani (occorre fare i nomi ?); questo ha permesso a Raffaele Di Florio di riprendere regia (e scene) con risultati a dir poco eccellenti. Tutto è in funzione di una drammaturgia resa efficace e perfettamente percepibile in tutto il suo farsi, tra pathos ed azione. Di Florio ha perfettamente calibrato il gioco (crudele) dell'amore che Martone ha voluto risolvere con un finale aperto, dietro (e sotto) le lenzuola coi quattro amati/amanti, e i due letti (uno di legno, isolante; l'altro in ferro, conduttore) riuniti alfine assieme. Di Florio, riprendendo Martone, forse risparmia un po' sull'amarezza, e mi pare assente quel disincanto, reso in maniera irraggiungibile da Peter Sellars. Il Lirico non ha palchetti, barcacce, nessuna entrata dai lati; solo, arrivano dal fondo della sala, tra il pubblico, Ferrando e Guglielmo. Be', qualche anno prima di Martone ci aveva già pensato almeno Daniele Abbado: nel suo Così fan tutte, che vidi al Politeama Garibaldi di Palermo, c'era già Don Alfonso (anche lui con bastone) che scendeva in sala, tra le prime file.

Compagnia di canto giovane ed omogenea; niente pagelle, non le amo. Ma non si può tacere che il mattatore della serata sia stato Paolo Bordogna come Don Alfonso, non “crini già grigi” ma coetaneo dei suoi due amici. Eccellente linea di canto, cosa ben nota, vulcanico temperamento scenico, fraseggio vario e articolato.

Il Guglielmo di Mauro Borgioni una sorpresa: voce piena, solida, gran controllo del registro acuto, lunghi fiati, recitativi ben curati; deludente invece il Ferrando di Antonio Mandrillo, che, pur capace di ottimi piani, non restituisce alcuna sensualità alla sua prima aria, funestata da un timbro poco felice. La Fiordiligi di Ana Maria Labin indubbiamente ben cantata, ha un basso contenuto emotivo; è mancata attenzione ai due recitativi che precedono le sue difficili arie e, sebbene le abbia affrontate con sicurezza, gli ampi intervalli la trovavano debole nel registro grave. Despina meriterebbe una voce piena e intensa per non banalizzare il personaggio e caricarlo eccessivamente nei due travestimenti: Cristin Arsenova riesce ad essere spigliata scenicamente senza eccessi e vocalmente soddisfacente. Ottima la Dorabella di Mara Gaudenzi, vero mezzosoprano lirico, spigliata in 'È amore un ladroncello'. Impeccabili i brevi interventi del coro (24 elementi) preparati da Giovanni Andreoli.

Lo spettacolo si avvaleva della ripresa dei costumi di Vera Marzot da parte di Rossana Gea Cavallo, delle luci di Pasquale Mari riprese da Gianni Bertoli e delle scene di Sergio Tramonti riprese da Raffaele Di Florio (efficace lo sfondato col paesaggio marino assolato e il tendaggio in movimento col vascello).

Rimangono due perplessità: se una prende un brunettino e l'altra il biondino (come accade nel libretto e nelle recite di Ferrara), perché Ferrando e Guglielmo hanno due parrucconi nero corvino ? E fino a quando, nel teatro d'opera, assisteremo a brindisi con bicchieri assolutamente vuoti ?

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