Il tempo di Devereux
Troppo a lungo negletto a Bologna - questa è solo la sua quarta apparizione nella storia all'ombra delle Due Torri - Roberto Devereux finalmente ottiene il meritato successo con la direzione di Renato Palumbo e, sul palco, Karen Gardeazabal, Francesco Demuro, Raffaella Lupinacci e Vladimir Stoyanov.
Vale davvero la pena di leggere la rassegna stampa storica pubblicata nei programmi di sala del Comunale di Bologna. Delle due sole esecuzioni ottocentesche di Roberto Devereux (1838 e 1843) si testimoniano il gradimento di alcuni numeri ma una sostanziale freddezza nei confronti dell’opera nel suo complesso, guardata con perplessità dal cronista della prima (“la musica è bella ed elaboratissima dicono gli intelligenti… ma… ma in generale non gradì la prima sera ai più, che credettero trovarvi grande monotonia e in più molte reminiscenze” Raffaello Buriani) e maggior apprezzamento nella ripresa (“ebbe fredda accoglienza [...]: da che derivi ciò noi non sappiamo spiegarlo: soltanto diremo che è opera classica e sperimentata, e che in tutti i teatri, sia italiani che esteri, in cui ove è stata eseguita ha fatto ovunque un immenso piacere.” Gaetano Fiori). Sparì, di fatto, dalle scene bolognesi per quasi un secolo e mezzo, né andò molto meglio quando la si riportò al Comunale nel 1992: qui Rubens Tedeschi - non esattamente l’ultimo arrivato - demolisce Roberto Devereux con sufficienza, come mero “documento d’epoca” composto da un “Donizetti artigiano intermittente”. Righe, queste, che essendo a noi così vicine nel tempo lasciano davvero esterrefatti e ricordano come la critica stessa sia testimonianza di uno spirito del tempo. Oggi la prospettiva è affatto differente ed è ormai assodato enumerare il Devereux fra i massimi capolavori del Bergamasco. Anzi, sondato il linguaggio del Belcanto e rivista l’ottica teleologica verdicentrica - ed eliminata, si spera, tutta la diffidenza intellettuale verso il melodramma “all’italiana” - ogni nuovo ascolto conferma l’altissimo livello della drammaturgia musicale elaborata da Donizetti. Si pensi non solo al serratissimo nodo del secondo atto, che praticamente consta di flusso unico amplificato fino alla stretta, ma anche alle tre scene del terzo, che costituiscono altrettanti tasselli cronologicamente quasi sovrapposti di un unico epilogo visto da quattro prospettive. Si pensi allo sviluppo dei recitativi, mossi da squarci melodici che sfumano fino a disgregare i confini dei singoli numeri; si pensi alla frequente asimmetria melodica nei duetti o a quei temi caratterizzanti che poi Wagner eleverà a sistema poetico, ma già qui hanno un preciso ruolo drammaturgico (Sara riceve trepidante la lettera di Roberto sull’eco del loro duetto, che si spegne non appena apprende della condanna a morte dell’amato). L’importante è, naturalmente, sempre saper dar vita a questa materia e non affidarsi solo al carisma di una diva primadonna, che senz’altro è molto, ma non tutto.
Alla fine, difatti, dopo quasi due secoli di incontri sporadici e faticosi, Roberto Devereux ottiene il suo meritato successo a Bologna, non nella sala del Bibiena (siamo ancora trasferiti al Nouveau in Fiera), con qualche turbolenza nella locandina (la protagonista designata Roberta Mantegna si ammala alla vigilia della prima, eredita le sue recite l’Elisabetta del secondo cast, Karen Gardeazabal), ma con una bella partecipazione di pubblico che premia un ottimo gioco di squadra.
La squadra parte sempre dalla testa, direzioni teatrale e musicale, vale a dire da regia e bacchetta. Per la prima si opta per l’usato sicuro: lo spettacolo firmato da Alfonso Antoniozzi (ripresa di Luisa Baldinetti) e rinnovato per l’occasione con alcune proiezioni non dice nulla di particolarmente significativo, ma costruisce bene l’atmosfera claustrofobica di una reggia-gabbia dove non si è mai al riparo da sussurri e sguardi indiscreti (scene di Monica Manganelli, luci di Paolo Liaci). Soprattutto, sono i costumi di Gianluca Falaschi a costruire una drammaturgia, sopraffini nella ricerca del colore e del dettaglio in una fantasiosa e intelligente rielaborazione della storia.
Sul podio, Renato Palumbo riconferma la sua affinità a questo repertorio. Il colore è giustamente cupo, ma non plumbeo, la distensione di alcuni tempi - in barba a chi ragiona in termini secchi di metronomo - è pensata in funzione dell’articolazione della frase, del suo peso e del suo colore, non pregiudica e anzi valorizza la tensione e, ove necessario, l'implacabile solennità. Le cabalette sono ripetute, variate con ponderata discrezione e coscienza espressiva come parte necessaria del discorso; l’orchestra non si riduce a serva obbediente del palcoscenico e ottiene il giusto rilievo senza bisogno di fare a gara con le voci: insomma, tutto va come deve andare e anche qualcosa in più, perché si avverte un lavoro di concertazione attento al teatro, al dettaglio come alla sintesi generale.
Ne risulta senz’altro favorita la compagnia di canto, assai ben curata anche nelle parti cosiddette minori (ottimi il Cecil di Pierluigi D’Aloia e il Gualtiero di Nicolò Donini, ben più che comprimari, senza dimenticare il paggio Tommaso Norelli e il familiare di Nottingham di Giuseppe Nicodemo e l’efficacia del coro istruito da Giovanni Farina). Vladimir Stoyanov ha il DNA del baritono grand seigneur e lo ribadisce subito con “Forse in quel cor sensibile”, definendo subito un Nottingham nobile e ferito, in cui amicizia e malinconia si volgono con pari fierezza in volontà di vendetta. Pazienza se talvolta, in qualche frase più drammatica, la freschezza della voce appare intaccata dal tempo: è l’artista che conta, e qui ne abbiamo uno di razza. Non è da meno, peraltro, la Sara di Raffaella Lupinacci che conferma l’eccellente debutto bergamasco nella parte dando vita a una figura dolente e sensuale, sentimentale e determinata con canto saldo, ambrato e lucente.
Francesco Demuro dà di Roberto Devereux un’immagine senza ombre: bel tenore idealista devoto al proprio amore fino all’ultimo; la gelosia di Elisabetta e il tradimento nei confronti del suo migliore amico possono turbarlo ma non scuoterlo fino in fondo della sua integrità. Il timbro luminoso, la pronuncia limpida, gli acuti svettanti lo sostengono su questa strada e più di tormentati, ambigui chiaroscuri, cerca un’argentina franchezza, che si fa delicata nella sua aria e brilla, infine, nell’applauditissima cabaletta.
E poi, naturalmente, c’è lei, Elisabetta. Attesissima sempre e oggi ancor più stuzzicante perché si tratta del debutto nella parte, catapultata da solo due recite alla compagnia principale, di un soprano che si seguiva con attenzione già dai tempi del Don Giovanni maceratese in tempo di pandemia e dell’ultima ripresa Vick vivente della sua Bohème. Karen Gardeazabal sa cantare, lo sapevamo e ne abbiamo la conferma: la tessitura estrema non la inquieta e, anzi, viene gestita con colori intelligenti senza forzature; la coloratura è adeguata, ben controllata come l’emissione, sempre morbida e proiettata. Quando si prende una licenza espressiva allargando un po’ il suono non esce né dai binari del buon gusto né da quelli del buon canto. Soprattutto, Gardeazabal dimostra di aver coscienza dei propri mezzi e, ben sostenuta da Palumbo, disegna la sua Elisabetta, ne valorizza la femminilità, l’umanità, il dolore. La dignità regale sta anche nel non gonfiar le gote, ma nel soppesare l’accento, nel non cedere alla furia incontrollata, simulando semmai una calma irreale, masticando piuttosto la rabbia fra i denti o lasciando trasparire malcelata una supplicante fragilità. Un’ottima dimostrazione di come la chiave per opere e ruoli mitici, ritenuti magari insormontabili fra monumentali confronti, si possano espugnare con intelligenza, tecnica e gioco di squadra.
E poiché, finalmente Roberto Devereux ha avuto la sua rivincita a Bologna, in una stagione che (evviva!) non cede allo scontato e all’eterno ritorno dell’eguale, perché non rilanciare nelle prossime stagioni? Sulla base della stessa squadra, si potrebbe pensare a completare la trilogia Tudor e, perché no?, ad aggiungere anche Il castello di Kenilworth o qualche altro Bellini e Donizetti ingiustamente negletto, da Beatrice di Tenda a Fausta o Belisario. Il bel successo di questa sera conferma che si può fare.
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