L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tra intenzione e resa

di Antonino Trotta

La Carmen nata nel circuito OperaLombardia si sposta ora in quello emiliano con una locandina parzialmente rinnovata: l’elegante concertazione di Audrey Saint-Gil e un cast nel complesso ben amalgamato sostengono una lettura compatta e efficace, accolta con calorosi consensi al Municipale.

Piacenza, 19 aprile 2026 – Si torna a confrontarsi con Carmen, e inevitabilmente si torna anche a fare i conti con tutto ciò che quest’opera si porta dietro: un immaginario tenace, fatto di Spagna di maniera, di colori accesi e di sensualità ostentata, che continua a esercitare il proprio fascino ma che rischia, ogni volta, di ridurne la portata. Eppure, al di là di questa superficie così riconoscibile, il lavoro di Georges Bizet resta qualcosa di ben più scomodo e sfuggente: un dramma che affonda senza indulgenze nel rapporto tra libertà individuale e ordine sociale, tra desiderio e distruzione. Ripresa a distanza di tempo nel suo approdo emiliano, la produzione firmata da Stefano Vizioli – già vista e recensita al Fraschini di Pavia – sembra muoversi esattamente in questa direzione, cercando di liberarsi del pittoresco più prevedibile per restituire all’opera una dimensione più astratta e problematica. Ma è proprio nel passaggio dalla dichiarazione di intenti alla loro concreta traduzione scenica che emergono, e la recita a Piacenza conferma la prima impressione, le questioni più spigolose: perché se da un lato si apprezza, ancora una volta, la poesia con cui alcune scene sono raccontate, così come la bellezza delle scenografie di Emanuele Sinisi, che pure nell’essenzialità della loro foggia sanno evocare atmosfere ricche e talvolta potenti, dall’altro si resta disorientati da uno spettacolo in odor di musical che, in più di un momento, diventa ingombrante, finendo per spegnere proprio quell’eleganza che l’allestimento sembra invece promettere fin dall’apertura del sipario.

In questo quadro, anche il versante musicale sembra inserirsi con una coerenza di fondo, quasi a prolungare sul piano sonoro quella stessa ricerca di misura e di controllo su cui la messinscena sembra fondare le proprie premesse. La concertazione di Audrey Saint-Gil, alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”, si muove infatti in una direzione ben riconoscibile: una lettura elegante e rifinita, che privilegia il côté lirico e sentimentale della partitura, lavorando su tempi spesso distesi e su una tavolozza dinamica fatta di sfumature preziose e grande attenzione al dettaglio timbrico. Ne risulta un discorso musicale levigato, mai sopra le righe, che accompagna con sensibilità il respiro della scena. Anche nei momenti più drammatici, la direzione non perde mai il senso delle proporzioni né lascia venir meno il mordente teatrale; il contrasto resta tuttavia sempre filtrato, mai esasperato, in favore di una continuità espressiva sorvegliata che costituisce, in definitiva, la cifra più riconoscibile e coerente dell’intera lettura.

In questa linea interpretativa si inserisce con naturalezza anche la prova del cast, a partire dalla Carmen di Annalisa Stroppa, che sembra recepire pienamente le indicazioni della concertazione, portando in scena una lettura sfumata e attentissima alla parola, curata nell’accento e sempre sorvegliata sul piano espressivo. Certo, come già rilevato in una recita genovese, il peso vocale del mezzosoprano bresciano non è di quelli naturalmente debordanti, e tende talvolta a stemperarsi nei momenti di maggiore espansione; ma è proprio nella misura, nella qualità del fraseggio e nella finezza dell’intenzione che la sua interpretazione trova una credibilità complessiva difficilmente contestabile. Anche al Municipale il ruolo di Don José è affidato a Joseph Dahdah, che conferma un’impostazione interpretativa attenta e partecipe, ma non priva di limiti sul piano vocale: l’emissione non è sempre rifinita e, pur cogliendosi valide intenzioni dinamiche e una certa cura nel fraseggio, il canto resta nel complesso tendenzialmente piatto e opaco, con una linea che fatica a trovare slancio e varietà espressiva nei momenti di maggiore tensione drammatica. Gianluca Failla veste i panni di Escamillo con gran disinvoltura scenica ma convince decisamente meno d’altre volte dal punto di vista prettamente musicale: il cimento con un personaggio così borioso e spavaldo lo induce a forzare verso un canto più stentoreo, non sempre sorretto da una cavata sufficientemente ampia, con qualche ricaduta sulla tenuta e sull’intonazione. Interessante la Micaëla di Jaquelina Livieri, che evita ogni tratto di ingenua sprovvedutezza per restituire un personaggio più volitivo e consapevole, sostenuto com’è da una linea di canto morbida, voluminosa, pulita e generosa nelle dinamiche che impreziosiscono l’attento fraseggio, chiave di volta per una lettura che conferisce al ruolo un peso scenico meno marginale e più incisivo.

Completano correttamente la locandina Elena Antonini (Mercédès), Donatella De Luca (Frasquita), William Allione (Dancairo), Enrico Iviglia (Remendado), Matteo Torcaso (Moralès) e Tiziano Rosati (Zuniga), tutti puntuali e ben inseriti nell’economia dello spettacolo. Ottima la prova del Coro Lirico di Modena istruito da Giovanni Farina, così come quella delle Voci bianche del Teatro di Modena guidate da Paolo Gattolin, precisi e compatti, sempre puntuali tanto sul piano musicale quanto su quello scenico.

A chiudere la serata sono gli applausi convinti della platea, che salutano una recita capace, pur tra luci e ombre, di mantenere saldo il proprio impianto complessivo. Con questa Carmen si conclude così la prima parte della stagione del Teatro Municipale, che tornerà a ottobre con La bohème, pronta a riaprire il sipario su uno dei titoli più amati del repertorio.

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