La ripresa dell’horror vacui
Lohengrin nella regìa di Damiano Michieletto persuade al Teatro La Fenice non più che cinque mesi fa all’Opera di Roma. Lunga esperienza wagneriana e perfetta intesa con le maestranze nella direzione di Markus Stenz, e compagnia di canto con spiccate punte d’interesse in Brian Jagde, Chiara Mogini e Claudio Otelli.
VENEZIA, 19 aprile 2026 – Nel programma di sala di Lohengrin al Teatro La Fenice – cinque recite dal 12 al 26 aprile – fa sorridere l’intervista ove il regista Damiano Michieletto esordisce: «Ho cercato di non farmi prendere dall’ansia di dover riempire il palcoscenico di cose, di segni, perché a volte con Wagner c’è una sorta di horror vacui». Infatti il moltiplicarsi di uova penzolanti (o anche in vetrina), l’andirivieni della barchetta (ossia bara bianca) o di una vasca da bagno (ovvero da annegamento), le colate di metallo fuso dall’alto e l’agitarsi del telone sul fondo danno luogo a uno spettacolo tra i più zeppamente, ermeticamente e velleitariamente simbolico-tediosi: a metà dell’atto I è già passata la voglia di decodificare. Pas mal, per l’atteso debutto di un nome famoso nel teatro wagneriano e per la ripresa del lavoro senza opportune correzioni nella propria roccaforte; anche perché questa volta c’è da confidare meno del solito sul salvifico concorso dello scenografo Paolo Fantin. Non sono appunto novità: l’allestimento è lo stesso varato nel novembre scorso per l’inaugurazione di stagione del Teatro dell’Opera di Roma. Si parli di musica. Sul Viminale c’era la concertazione, deliberatamente italianeggiante, di Michele Mariotti, anch’egli al debutto in un Wagner intero: un’introversa italianizzazione pertinente a quella bacchetta, a quell’istituzione e a maestranze con fonica latina. A Venezia è stata invece la volta di Markus Stenz, wagneriano di lunga esperienza, intento più a un’esecuzione della quotidianità che a una della nuova esegesi, e forte di un’Orchestra che oggi è con probabilità la più splendidamente germanizzante attiva in Italia. S’intende dire che gli archi sono tipicamente cantabili ma anche particolarmente incisivi, che i fiati si fanno largo e si stratificano con articolazione decisa, e che gli ottoni scoppiano con una salute non minore di quella che si ascolta nelle compagini del Teatro alla Scala, del Maggio Musicale Fiorentino o dell’Accademia di Santa Cecilia; il tutto con una propensione forse ancora maggiore a reggere la tensione melodica di frasi lunghissime: istinto e tecnica che avvicinano a Berlino, Dresda e Vienna. Rimpolpato con lo Hungarian National Male Choir, anche il rispettivo Coro veneziano ostenta invidiabile prestanza. Sul fronte canoro, Venezia pareggia del resto Roma, benché distribuisca diversamente i punti di forza. Se là il protagonista era un Dmitry Korchak di attesa e mantenuta olimpica forbitezza, qui gli orecchi erano puntati soprattutto su quello di Brian Jagde, non foss’altro perché quest’altro tenore è ormai dato certo protagonista di Otello di Verdi al prossimo Sant’Ambrogio: dotazione naturale e risorse tecniche procedono in lui talvolta sommandosi, talaltra alternandosi, talaltra ancora – si direbbe – eludendosi, in una prestazione sempre impegnata, di rado ispirata e alquanto altalenante, riconfermando l’anomala disparità tra osanna e limiti già riscontrata nei recenti Pagliacci a Firenze. Il cantante, però, è di quelli che meritano attenzione nella prima fascia di mercato vocale, mentre a un rango dignitoso ma francamente secondario appartiene l’Elsa di Dorothea Herbert (contro quella mariottiana, insolita ma meglio referenziata, di Jennifer Holloway). Disordinata un po’ nella prosodia del tedesco, un po’ nel controllo della tessitura, Chiara Mogini, come Ortrud, dimostra tuttavia quanto la formazione canora all’italiana gioverebbe al circuito wagneriano: volume, smalto e impeto rispondono in lei assai meglio che in parecchie specialiste acclarate, e garantiscono una solida alternativa all’ottima Ekaterina Gubanova di Roma. Efficace Anthony Robin Schneider quale Heinrich der Vogler. Curioso il caso di Äneas Humm, che sta facendo carriera come baritono – anche come bravo protagonista in Owen Wingrave a Martina Franca – ma, con l’eleganza, reca anche calibro palesemente tenorile: caso curioso, si diceva, giacché la parte dell’Araldo reale sembra avvantaggiarsene in fluidità. Il mattatore è Claudio Otelli – austriaco, si badi, non italiano – e non c’è da stupirsi della bieca, materica forza di caratterizzazione del suo Friedrich von Telramund: fa ombra al predecessore Tómas Tómasson, e può ben immaginarlo chi abbia seguìto, nei due anni scorsi, il suo triplice Alberich nel Ring des Nibelungen del Teatro Comunale di Bologna. Al termine dell’ultima recita è giunta la notizia di un punto fermo a una traversia penosa nella storia della Fenice: ci si ricordi ora di cos’hanno saputo fare di ottimo a Venezia, negli ultimi tempi, un ritrovato Renato Palumbo e un abnegato Markus Stenz.
Leggi anche
