Puccini e la Scala, per due centenari
Lo stesso allestimento che nel 2024 aveva celebrato i cent’anni dalla morte di Puccini è tornato alla Scala per celebrare i cent’anni dalla prima rappresentazione di Turandot. Ugualmente formidabile la regìa di Davide Livermore e incisivamente rinnovata la locandina musicale, nel suo passare da Michele Gamba, Anna Netrebko, Brian Jagde, Rosa Feola e Vitalij Kowaljov a Nicola Luisotti, Anna Pirozzi, Roberto Alagna, Mariangela Sicilia e Riccardo Zanellato.
MILANO, 12 aprile 2026 – Nell’estate del 2024 il Teatro alla Scala celebrava il centenario della morte di Puccini con un nuovo e formidabile allestimento di Turandot, che nella primavera corrente è stato giocoforza ripreso – dal I al 29 aprile – per celebrare invece i cent’anni dalla prima rappresentazione, lì a Milano, di questo capolavoro postumo (e incompleto). Bentornati, dunque, alla regìa di Davide Livermore, che esplora verticalmente il divario tra la torre d’avorio e la periferia squallida, alle virtuosistiche scene che ciò realizzano e che sono di Livermore stesso, Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco, quindi ai costumi di Mariana Fracasso, alle luci di Antonio Castro e ai video di D-Wok: ripulita solo dalle candeline areniane accese in sala durante la trenodia sulla morte di Liù – e assieme del sommo Giacomo – questa lettura rimane un capolavoro di analisi drammaturgica come di magnificenza scaligera. A metà strada si pone l’assetto della partitura eseguita tra allora e adesso: sono vivaddio riaperti i due brutti tagli di tradizione nel primo quadro dell’atto II, ma si perde l’occasione di differenziare le due produzioni non già stralciando via il finale composto da Franco Alfano – sarebbe, oggi, un’assurdità eleggere a testo il simbolico arbitrio toscaniniano di una sera – bensì finalmente eseguendo la prima, rara, valorosa e più lunga stesura di quel finale stesso (una vantaggiosa resa dei conti cui la Scala si è finora sottratta). Il rinnovo della locandina musicale, al contrario, è a tutto campo e in nome di un diverso spirito. Dall’onnipotente esotismo di Anna Netrebko, come protagonista, si passa ora alla vocalità robusta, schietta, sensibile, idiomatica di Anna Pirozzi, la quale ha appunto il primo merito di normalizzare italianamente, a minore distanza da Tosca, Minnie o Giorgetta, una parte troppo spesso deferita in automatico a voci statunitensi o slave, con rischio di deformare l’originale matrice fonica (per quanto miracolosa essa possa essere). La rinuncia di Roberto Alagna per indisposizione gli aveva visto subentrare, due anni fa, un Brian Jagde in gran forma; ora Alagna riprende il proprio posto, col più bel timbro tenorile della sua generazione ancora intatto, con una comunicativa ormai d’altri tempi, con un certo divistico abuso di “corone” e con una generosità che non lo fa esitare davanti alla variante col Do sopracuto – onorevole – nella “Scena degli enigmi”. Se la delicata, studiosa, misurata Liù di Rosa Feola rischiava ieri di finir divorata tra i maggiori calibri dei colleghi principali, oggi quella di Mariangela Sicilia supera la di lei stessa già ascoltata su più piazze, grazie a un’espressività sempre più determinatamente vibrante e a un armamentario belcantistico da fuoriclasse (la smorzatura dei Si bemolle acuti nell’atto I e la pregnanza di fraseggio nel III sono da capogiro vociologico). Riccardo Zanellato declina morbidamente Timur dopo la rocciosa versione di Vitalij Kowaljov, Gregory Bonfatti riconduce al caratterismo l’Imperatore Altoùm dopo il cameo di Raúl Giménez, Alberto Petricca sorprende con un Mandarino tra i più igienicamente prestanti mai dati all’ascolto. Il terzetto di Ping, Pang e Pong è epurato dal disastroso esperimento passato di affidare a giovani di madrelingua coreana o cinese, insufficienti nell’esperienza, quelle tre vivacissime parti tutte composte sulla parola vicendevolmente intersecata: ben altro è l’esito del lavoro di squadra tra Biagio Pizzuti, Paolo Antognetti e Francesco Pittari. Nota fonetica alle dieci recite: ‘Turandot’ è correttamente pronunciato ‘Turandò’, ‘China’ vede banalizzata l’arcana lezione in ‘Cina’. L’Orchestra e il Coro della Scala impressionano per esuberanza tecnica, sfarzo timbrico e istinto coloristico: a differenza di Michele Gamba, che a suo tempo aveva preso tremendamente sul serio la sostituzione di Daniel Harding e si era presentato nell’evidente intenzione di lasciare il segno della propria concertazione, l’attuale Nicola Luisotti può vantare un vissuto professionale più ricco, ma nel contempo sembra cavalcare i pregi delle maestranze senza troppo esigere di personale (salvo una fin troppo rigida e inesorabile scansione dei tempi, la stessa che genera spesso sfasamenti con gli spazi del canto).
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