Fasto e imponenza
di Matteo Lebiu
La ripresa scaligera di Turandot nel centenario della prima mette a confronto una direzione orchestrale monumentale ma poco sfumata con un allestimento visivamente spettacolare e di grande impatto. Spiccano le prove vocali di Anna Pirozzi e Selene Zanetti, mentre meno convincente risulta il Calaf di Angelo Villari.
MILANO, 29 aprile 2026 - Cento anni e pochi giorni dividono la recita scaligera di Turandot di mercoledì 29 aprile 2026 dalla storica prima esecuzione, avvenuta il 25 aprile 1926 sotto la guida di Arturo Toscanini. La scelta del Teatro alla Scala di riprendere la regia di Davide Livermore del 2024 è stata equilibrata da un totale mutamento del cast e della direzione. Dall’interpretazione di due anni fa di Michele Gamba, ragionata e intensa, si passa a quella di Nicola Luisotti, che opta spesso e volentieri per un suono monumentale, senza ammiccamenti a significati più nascosti, dai tratti sanguigni. Se questa lettura privilegia la solennità e la magnificenza delle scene di rappresentanza, come il passaggio dal primo al secondo quadro nel II atto, per cui tale sonorità è azzeccatissima, toglie però non poche sfumature alle innumerevoli impressioni novecentesche racchiuse nell’ultima partitura pucciniana. La concezione statuaria del suono finisce spesso per sovrastare il nutrito coro scaligero, ben preparato da Alberto Malazzi, a causa di una certa foga nell’esaltazione dinamica (si vedano, ad esempio, gli interventi della folla nell’atto I), rovinando anche l’effetto “esplosivo”, oltre che risolutivo, del finale di Alfano (che non smette mai di esaltare, checché se ne dica).
La regia di Davide Livermore, ripresa da Laura Galmarini per questa stagione, continua a impressionare come due anni fa: si tratta di un allestimento opulento e variegato, che mette in mostra la bravura tecnica delle maestranze scaligere, impegnate a gestire le imponenti scene di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e dello stesso Livermore, tra le quali si muovono i costumi di Mariana Fracasso, il tutto esaltato e spazializzato dai video di D-Wok e dalle luci di Antonio Castro. Insomma, una regia che non smette di stupire e che riesce a materializzare perfettamente la distanza tra la principessa Turandot e il resto del mondo. Stupefacente, in questo senso, l’idea di usare un praticabile come hortus conclusus della principessa insieme alla sua ava Lo-u-Ling.
Per quanto riguarda il cast vocale, bisogna necessariamente partire da Anna Pirozzi nel ruolo del titolo. Interprete diametralmente opposta alla Turandot-Netrebko del 2024, la vocalità della Pirozzi è assolutamente naturale e diretta, qualità che le permette di superare con tranquillità la cospicua massa di suono proveniente dal golfo mistico. Encomiabile il suo esordio con In questa reggia nel II atto, sia dal punto di vista musicale che attoriale. Non si può dire lo stesso del Calaf di Angelo Villari, che fin dal I atto propone una lettura decisamente muscolare e poco naturale, rendendo il timbro del tenore piuttosto sgraziato all’ascolto. Brava anche Selene Zanetti che, grazie alla dolcezza del suo timbro, disegna una Liù delicatissima. Da citare, in proposito, i pianissimi raggiunti in "Signore, ascolta!" e "Tu che di gel sei cinta", sempre ben proiettati nella sala del Piermarini.
Toccante l’addio a Liù da parte del Timur di Riccardo Zanellato, che si mostra abile interprete dei diversi affetti del personaggio: dal dolore per la morte della serva fino agli accenti grandiosi nel rievocare il nobile passato con il figlio ritrovato. Buono anche il contributo, nella scena degli enigmi, di Gregory Bonfatti nei panni dell’imperatore Altoum. Nel terzetto composto da Ping, Pong e Pang spicca sicuramente, sia per presenza scenica sia per musicalità, il primo, Biagio Pizzuti, che cesella oniricamente "Ho una casa nell’Honan", mentre Paolo Antognetti (Pang) e Francesco Pittari (Pong) faticano a emergere sull’orchestra.
Applausi scroscianti per la Liù di Selene Zanetti e per il tenore Angelo Villari, mentre viene accolta con una certa freddezza Anna Pirozzi, nonostante la sua ottima performance. Non resta che augurarsi di poter ascoltare, una volta tanto, il (mirabile) Finale intero di Franco Alfano, con buona pace di Toscanini, senza dover attendere un altro centenario.
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