L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un battesimo al Costanzi

 di Stefano Ceccarelli

Al Teatro dell’Opera di Roma vanno in scena una serie di serate storiche, a loro modo, nel senso che si tratta del ‘battesimo’ di Roméo et Juliette di Charles Gounod, ancora mai rappresentata sul palcoscenico del Costanzi. La storicità dell’evento, però, non è certo suggellata da una produzione memorabile (nostrana, in collaborazione con il Teatro di Roma): la regia di Luca de Fusco, complessivamente statica ed incolore, non è ravvivata dalla direzione di Daniel Oren, la quale (va però detto) migliora nel corso della serata. Il pubblico si consola con l’istrionica performance di Vittorio Grigolo e quella più oculata di Nino Machaidze, nei ruoli del titolo.

ROMA, 3 maggio 2026 – Non è certo comune assistere al ‘battesimo’ di un’opera del 1867, eppure per il Costanzi è stato così, nel senso che Roméo et Juliette di Charles Gounod non vi era ancora mai stata rappresentata. Si tratta di un titolo, anche giustamente, celebre, non solo perché parliamo di una delle non poche versioni operistiche della most excellent and lamentable tragedy di Shakespeare, ma anche perché è musicalmente fortunatissima, uno dei migliori prodotti di un compositore melodicamente prolifico e generoso.

La regia è affidata a Luca de Fusco, direttore della fondazione Teatro di Roma, il quale è prevalentemente un regista di prosa con incursioni, non episodiche, nel mondo della lirica. Questo allestimento è il primo di una collaborazione fra il Costanzi e, appunto, il Teatro di Roma; collaborazione che così si realizzerà (come si legge nell’intervista a de Fusco, acclusa al programma di sala): «l’idea di proporre a distanza di un anno, in una cornice simile, due lavori diversi, uno musicale e uno in prosa, aventi qualcosa in comune – un’epoca, un tema, uno stato d’animo». Per le scene (realizzate da Marta Crisolini Malatesta) l’ispirazione viene a de Fusco dai drammatici momenti, gli ultimi singulti dell’Italia alla fine del secondo conflitto mondiale: «mi è sembrato che il conflitto più riconoscibile per tutti fosse proprio la nostra guerra civile, che è ancora tanto recente. Dico Verona per la vicinanza con Salò e quel settentrione del ’43, diviso tra repubblichini e partigiani. Non mostro una lotta esplicita, ma un contrasto insanabile, con odio feroce da ambo le parti. Così ho immaginato una città tutta in bianco e nero, come i notiziari d’epoca, con colori solo per Romeo e Giulietta». Ben conscio di non aver cercato nulla di nuovo né di eclatante, de Fusco paga, però, proprio questa statica monotonia: la regia che ne esce, se risulta, nell’impianto, guardare ad una gestione del palcoscenico d’altri tempi, si mostra del tutto incolore, vieppiù noiosa, con l’andare della serata. Oltre al problema della coerenza fra i fatti di Salò e la Verona shakespeariana, che continua a non convincermi nemmeno a mente fredda, il regista non si attiene ad una mera trasposizione realistica, ma inserisce comparse allegoriche, gli schermidori, le cui coreografie (Alessandra Panzavolta) sono poco efficaci, per non dire banali. Una summa di tutto ciò è proprio la scena del ballo in maschera, con cui si apre Roméo et Juliette, tremendamente statico, dove non v’è nulla di frizzante. La regia di de Fusco è tutta da cassare? Secondo il gusto di chi scrive, no, anche se le scene piacevoli sono poche, fondamentalmente episodiche: il delicatissimo atto II, la scena del balcone, in cui si opta per un velatino a rendere lo spessore dell’atmosfera notturna; il terzo quadro dell’atto III, con un enorme drappo bianco che scende dal soffitto e copre i due amanti nella camera di Giulietta; e il finale, dove le proiezioni vengono (finalmente!) usate per scontornare un fondale che allude ad una sorta di edificio barocco diroccato, perfetto come cripta dei Capuleti. Si aggiunga, comunque, che l’uso delle proiezioni video (Alessandro Papa), di scarsa qualità, manca di equilibrio, gusto e misura.

Insomma, una regia ben poco riuscita può, comunque, essere parzialmente riscattata da un’ispirata serata sul piano musicale. Invece, bisogna constatare che, anche sul piano della direzione, la serata non decolla, perlomeno nei primi atti; ma il problema non è dell’orchestra, il cui suono, anzi, appare abbastanza centrato e ricco. È, infatti, la direzione di Daniel Oren ad mostrarsi, nei primi atti, ingrigita (per osmosi con la regia?), poco brillante, con scarso piglio, sebbene sia innegabile attenzione e cura nel gesto puramente sonoro. I momenti migliori, per Oren, arrivano più avanti, negli ultimi duetti di Roméo e Juliette, come pure in scene intensamente drammatiche, soprattutto la doppia morte di Tybalt e Mercutio e l’apparente morte di Juliette, durante le sue nozze con Pâris. Venendo al cast, sopra tutti si stagliano i due protagonisti, in particolar modo Vittorio Grigolo, che porta in scena uno smagliante Roméo, sia per presenza scenica che per qualità vocale. Il mezzo, anzi, l’ormai nota robusta, sonora, squillante, centrata corda tenorile, stupisce per la bellezza pura del suono emesso, come pure per le sfumature che l’interprete riesce a trovare: per citare i due migliori esempi, l’aria del II atto, «Ah! Lève-toi, soleil!», costellata di mezze voci, filati, splendidi per fiati e colori, e il duetto finale, dove il cantante sfuma note e suoni a simulare la lenta, inesorabile morte del personaggio. Tutti i duetti con Juliette sono eccellenti, ma se l’ultimo – come ricordato – si distingue per colore e interpretazione, vocalmente parlando il migliore è il penultimo, «Nuit d’hyménée», in cui gli interpreti si danno senza riserve, con grande piacere del pubblico in sala. Grigolo è talmente generoso nella potenza vocale, che talvolta si lascia andare troppo al suo talento istrionico, rischiando quasi di strappare, come avviene nella serie di acuti di petto che chiudono il secondo quadro dell’atto III (ovvero il momento in cui Roméo è condannato all’esilio). Juliette è cantata da Nino Machaidze, dalla vocalità persino troppo generosa (e timbricamente bronzea) per la Juliette, ingenua, dei primi atti: mercé una direzione soporifera, la celebre aria «Je veux vivre» non svetta, né offre la dovuta brillantezza. La Machaidze migliora, sicuramente, nel corso della serata, lasciandosi apprezzare negli ottimi duetti e, soprattutto, per un’intensa, drammatica resa dell’aria ‘del veleno’ («Amour, ranime mon courage»), che scatena un generoso applauso. Nicolas Courjal canta un ottimo Frére Laurent – apprezzabili le sfumature nell’arioso in cui dona il veleno a Juliette –, ma convince meno nel duolo del Duc de Vérone. Il Mercutio di Mihai Damian, che pure qualche bella nota la emette, appare incolore, senza quella verve consustanziale al personaggio: l’aria «Mab, la reine des mensonges», scorre astenica, senza brio. Il ruolo en travesti di Stéphano è interpretato da Aya Wakizono, che si difende nella sua aria. Il Capulet di Christian Senn è buono ma ordinario, pur presentando, pure, alcuni momenti ragguardevoli (come il compianto sull’apparente cadavere di Juliette, durante la scena delle nozze). Valerio Borgioni dà prova di un ottimo mezzo vocale, per timbro e squillo, in Tybald. La nutrice, Gertrude, si avvale di una buona interprete come Géraldine Chauvet. Stesso dicasi per il Pâris di Alejo Álvarez Castillio. Benvolio e Gregorio sono cantati, rispettivamente, da Raffaele Feo e Alessio Verna.

Dunque, finalmente il Costanzi colma una curiosa lacuna, portando in scena un’opera piacevolissima tal è Roméo et Juliette di Gounod. Ci si augura, però, che per le riprese del titolo in futuro, magari, si cambi l’allestimento, giacché il pubblico, dati gli applausi, sembra aver gradito la bellezza dell’opera di Gounod.

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