L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Singolarità

di Roberta Pedrotti

Debutta al Comunale Nouveau l'ultima opera di Nicola Campogrande, Olympia, rielaborazione del topos eterno della creazione di una vita artificiale e della conquista dell'umanità. 

BOLOGNA, 19 maggio 2026 - L'interazione con l'intelligenza artificiale è predisposta per compiacere l'interlocutore, ci avete fatto caso? Bisogna fare attenzione alle domande che si pongono, perché la tendenza sarà comunque a darci ragione e non contraddire le nostre aspettative. È quello che succede, in fondo, anche in Olympia, il nuovo lavoro di Nicola Campogrande in scena a Bologna e dedicato proprio alla AI: succede sul palco, almeno inizialmente, e succede nel testo.

Il libretto di Piero Bodrato si ispira al racconto di E.T.A. Hoffmann L'uomo della sabbia e di conseguenza anche all'opera di Offenbach: lo scienziato Spallanzani presenta ai suoi convitati Olympia, splendida giovane donna che si svela essere in realtà un sofisticatissimo automa. Questo il presupposto iniziale, che si sviluppa ponendo l'accento sul percorso della creatura artificiale programmata per compiacere a soggetto dotato di libero arbitrio. Un po' storia di autodeterminazione femminile, un po' storia di conquistata umanità, da Galatea a Pinocchio e tutte le variazioni sul tema declinate in senso oscuro o fiducioso: Olympia si iscrive in una tradizione estremamente ricca e varia, fra filosofia e cultura pop e il rischio concreto per Bodrato è quello di non scegliere una linea chiara fra il perturbante e la commedia, né di miscelarle evitando una certa qual verbosità, come se fosse necessario dir tutto invece di alludere ed eludere. Fra una battuta sulla domotica, qualcuna sul frigorifero e una tirata femminista, fra riferimenti all'attualità, rime, consonanze, assonanze, citazioni la vicenda scorre piuttosto innocua.

Concepita prima dell'esplosione dei chatbot, Olympia si comporta già come un'intelligenza artificiale generativa: raccoglie dati, li riordina come ci saremmo aspettati, si preoccupa di non turbarci troppo nel compilare ciò che in realtà sappiamo, confeziona con ogni cura una risposta completa e aproblematica. In tal senso un esperimento interessante è stato “dare in pasto” a un programma chatbot l'assunto iniziale (un automa crede di essere una donna umana e scopre in realtà di essere l'invenzione dello scienziato che considerava suo marito) e chiedere all'AI di sviluppare un racconto: con alcuni elementi in comune (l'ambientazione in una villa), e un nucleo centrale differente (niente affari, ma il non meno classico topos dell'amata defunta e ricreata), l'epilogo proposto era il medesimo, con la donna automa che abbandona lo sposo/creatore per costuire una propria vita. D'altra parte, a un'opera, come a qualsiasi narrazione, non si chiede originalità a ogni costo, semmai una singolarità – parola chiave del libretto – che la distingua. A Olympia quel che manca è proprio un po' più di fascino, un po' più di mordente.

Lo stesso discorso si può applicare alla musica: nulla di male nello scrivere secondo la tonalità classica, con una chiara condotta melodica, figuriamoci. Nicola Campogrande, poi, è musicista che sa il fatto suo, orchestra con sicurezza ed efficacia, padroneggia il linguaggio, sa trattare le voci e dar spazio alla parola, giostra con cura richiami e riferimenti, dai segnali acustici di un Mac a quell'accenno impertinente di ritmo d'habanera, ma ciò non impedisce alla partitura di scorrere accarezzando l'orecchio senza imprimersi nella memoria o solleticare qualche sottinteso.

Come la sua protagonista nella prima parte dell'opera, Olympia asseconda l'interlocutore e svolge i compiti che le sono assegnati con encomiabile dedizione, ma dove vuol prevalere la commedia il sorriso resta in superficie, dove si vuol far satira e riflessione si rimane in una confortevole zona di prevedibilità. Iscrivendosi, insomma, nella storia infinita di Galatea, Pinocchio o della Fabbrica delle mogli si inserisce educatamente, testimoniando l'eterno interesse per il tema e il rapporto ininterrotto fra arte e mondo esterno, ma senza distinguersi troppo.

La buona confezione assicura, ad ogni modo, la positiva accoglienza del pubblico, decisamente numeroso per quest''ultima di tre recite. La regia di Tommaso Franchin è fluida e chiara, non perentoria. A differenza di altre première con l'aria di opera d'arte totale in cui ogni elemento è interdipendente e difficilmente variabile, qui la sensazione è ancora una volta di una continuità nel repertorio con porta aperta ad altre immagini. Efficaci ed eleganti le scene di Fabio Carpene e le luci di Manuel Garzetta; i costumi di di Giovanna Fiorentini sono parimenti ben caratterizzati, anche se il proliferare per le donne di spolverini e abiti/grembiule monocromi anche nella festa chic non convince del tutto.

Sul podio Riccardo Frizza passa disinvolto dal Belcanto ottocentesco alla novità assoluta assicurando pulizia d'esecuzione, equilibrio di volumi e colori, buon passo teatrale, con un cast tutto ben centrato nei rispettivi ruoli e nell'articolazione del testo. Il soprano Isadora Moles, Olympia, ha voce un po' piccina nei centri, ma si ammira per la cura del personaggio umano/artificiale nelle minime inflessioni del fraseggio e nei dettagli gestuali. Il baritono Stefan Astakhov è uno Spallanzani dapprima spavaldo e via via sempre più fragile. Francesco Castoro, nei panni del belga Jean Paul, restituisce tutto quel che ci si aspetta dalla parte tenorile: canto luminoso, indole di donnaiolo (non serve nemmeno che respirino, anche automi vanno bene), intelletto non troppo brillante. Contraltare a questa leggerezza, la filosofa femminista scozzese Sherry Hope, ex compagna di Spallanzani e moglie di Jean Paul, ha nel mezzosoprano Silvia Beltrami un'interprete accorata e assertiva. Il basso Eugenio Di Lieto rende, infine, con gran disinvoltura l'ambiguità dell'imprenditore Zoltan, socio venale e traditore di Spallanzani.

Ottime anche le prove del coro preparato da Giovanni Farina, dell'orchestra, dei figuranti: il Comunale conferma le sue potenzialità e la sua capacità di mettersi in gioco e il pubblico risponde con calore. Non sappiamo quanto nei prossimi anni sentiremo ancora parlare di Olympia, ma di certo continueremo a parlare di teatro come qualcosa di vivo, che fa rivivere il noto o riscoperto, che sa cercare il nuovo e l'attuale.

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