L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Litografia dall’Oriente

di Antonino Trotta

Al Teatro Coccia di Novara, il nuovo allestimento di L’Italiana in Algeri è accolto con meritatissimo entusiasmo: l’ottima concertazione di Alessandro Cadario, l’elegante spettacolo di Marco Gandini e un cast ben selezionato restituiscono tutta la modernità, la raffinatezza e l’irresistibile vitalità teatrale del capolavoro rossiniano.

Novara, 15 maggio 2026 – Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, l’Oriente mediterraneo accende l’immaginazione europea come un miraggio. Le campagne napoleoniche avevano spalancato all’Occidente un universo insieme reale e fantastico: dai resoconti dei viaggiatori alle tavole illustrate della Description de l’Égypte, dalle incisioni alle litografie che circolavano nei salotti borghesi, Algeri, Il Cairo e Costantinopoli prendevano forma agli occhi dell’Europa come città sospese tra favola e desiderio. Non era un Oriente autentico, ma un Oriente sognato, reinventato attraverso lo sguardo occidentale: un teatro di harem, pascià, pirati, profumi e colori abbaglianti. Anche il melodramma si lasciò sedurre da quell’immaginario. Prima Mozart, poi Rossini trasformarono il “turco” e il serraglio in irresistibili dispositivi teatrali, luoghi della fantasia in cui l’esotismo diventava ironia, travestimento e libertà narrativa. Quando nel 1813 Rossini compose L’italiana in Algeri, quell’Oriente di carta e di stampa era ormai entrato stabilmente nella sensibilità europea. Ma dietro l’impeccabile macchina comica dell’opera si cela anche qualcosa di sorprendentemente moderno. In un mondo maschile ridicolizzato nelle sue debolezze e nel suo potere caricaturale, Rossini affida proprio alla protagonista femminile il controllo dell’azione teatrale. Isabella non è soltanto l’eroina brillante dell’opera buffa: è una donna emancipata ante litteram, ironica e lucidissima, che attraversa l’universo esotico dell’Italiana con una sicurezza quasi illuminista, trasformando il serraglio del bey Mustafà nel palcoscenico della propria indipendenza.

È proprio da questa duplice natura dell’opera - sospesa fra favola orientalista e bruciante modernità - che prende avvio la regia che Marco Gandini confeziona per questa nuova produzione del Teatro Coccia di Novara. Lo spettacolo sceglie infatti di leggere Isabella non soltanto come la consueta eroina franca e scaltra, ma come una figura nuova, emancipata e contemporanea: un’archeologa intraprendente, donna di scienza e di cultura, libera e civilizzata, che approda nel mondo esotico del Maghreb con la sicurezza di chi appartiene già a un futuro prossimo. Una lettura, quella di Gandini, che coglie con intelligenza lo spirito dell’opera rossiniana: quella libertà femminile che, pur filtrata attraverso il sorriso e la comicità, attraversa tutta la vicenda fino al celebre finale dei Pappataci, dove l’assurdo teatrale si intreccia a un’ironia sottilmente politica e persino patriottica. In questa prospettiva acquistano particolare fascino anche le scene di Italo Grassi che recuperano proprio quell’immaginario figurativo nato all’epoca delle spedizioni napoleoniche. Grandi fondali mobili e tendaggi di elegante raffinatezza sembrano emergere direttamente dalle incisioni ottocentesche: architetture arabeggianti, decorazioni sospese fra documento e invenzione, spazi che evocano più un Oriente sognato che reale circoscrivono la scena che diventa così una sorta di grande litografia animata, mutevole e seducente, capace di accompagnare con leggerezza il continuo oscillare rossiniano fra ironia, sentimento e meraviglia visiva. A completare questo universo contribuiscono i bei costumi di Anna Biagiotti, capaci di dialogare con le scene in un equilibrio cromatico fine e ricercato. Ne vien fuori uno spettacolo che legge Rossini con gusto, misura e arguzia, senza mai cedere a quella comicità greve, urlata e televisiva che troppo spesso impoverisce questo repertorio. Gandini, al contrario, lascia che sia la musica stessa a generare il ritmo dell’azione scenica: il sorriso nasce allora dalla precisione del meccanismo teatrale, dalla qualità del gesto e dalla leggerezza dell’invenzione, restituendo all’Italiana in Algeri tutta la sua sofisticata modernità.

Certo, se sul palcoscenico tutto fila liscio, buona parte del merito va anche alla buca dove ritroviamo, di nuovo alle prese col capolavoro rossiniano, un ispirato Alessandro Cadario, guida sensibile e lucida di un’Orchestra Filarmonica Italiana in gran spolvero. La sua direzione sa dare piena sostanza all’elettricità della scrittura rossiniana, allo spirito e alla inesauribile verve del testo musicale, senza però mai cedere a quella frenesia nevrotica che troppo spesso trasforma Rossini in puro esercizio meccanico. Anche nei momenti in cui il ritmo scatta e la macchina teatrale accelera vorticosamente, Cadario non dà mai la sensazione della precarietà o dell’affanno: il controllo resta saldo, naturale, elegante nella sua spensierata precisione e carezzevole nel sostegno ovunque garantito al proscenio. Al tempo stesso il direttore non trascura affatto gli altri registri della partitura, trovando anzi colori morbidi, atmosfere sospese e sensualissime, soprattutto nelle pagine più liriche, restituendo così tutta la ricchezza espressiva di un’opera che vive costantemente in equilibrio fra brio comico, languido patetismo e seduzione timbrica. Già validissima nelle recite piacentine, la sua concertazione, in cui ben si inserisce l’eccellente accompagnamento di Mirco Godio al fortepiano, sembra qui trovare una maturazione ulteriore, raggiungendo una compattezza musicale e una squisitezza ancora più convincente.

Il cast, poi, è eccezionale. Mara Gaudenzi è un’Isabella deliziosa per presenza scenica e vocale: domina la scena con naturale carisma, unendo ironia e fascino a una pregiata contezza stilistica che le consente di attraversare con disinvoltura tanto i momenti di più scintillante brio quanto quelli di più raccolta cantabilità. Tecnica e musicalità sorreggono costantemente l’interpretazione: i picchiettati sono nitidi e brillanti, la voce ben proiettata e omogenea lungo tutta la tessitura, mentre un morbido legato fa vibrare con particolare intensità pagine come «Per lui che adoro», evidenziandone tutto il languore elegiaco. Il timbro brunito si piega con eleganza alle esigenze dell’espressione, mentre il fraseggio, sempre limpido e sorvegliato, gioca a sostegno della raffinata intelligenza del personaggio, a cui non manca né verve, né malia, né financo quell’inatteso slancio eroico che esplode nel sublime rondò. Ritroviamo, al suo fianco, l’eccezionale Mustafà di Giorgio Caoduro. Aitante e spavaldo quanto basta, il baritono costruisce un Mustafà di irresistibile teatralità, esasperandone volutamente quella virilità un po’ fasulla e caricaturale che costituisce il cuore stesso del bey. La vocalità si piega con intelligenza alle inflessioni tronfie del pascià, mentre l’elettrizzante virtuosismo - sfoggiato con esibita baldanza - finisce per diventare esso stesso parte della comicità: le agilità impeccabilmente scolpite, il timbro brunito e virile, l’ostentazione quasi atletica di una linea vocale scolpita nella roccia suscitano ammirazione tecnica ma, al tempo stesso, sottolineano quella dimensione iperbolica e grottesca con cui Rossini continuamente costruisce e smonta il Don Giovanni algerino. Non meno gagliardo, sotto il profilo musicale, è il Lindoro di Chuan Wang, già apprezzato su questo stesso palcoscenico, che, pur con strumento di bellezza ordinaria, saetta acuti e sgrana agilità con ammirevole sicurezza, senza mancare l’appuntamento con quelle sfumature e quelle sottigliezze che impreziosiscono la natura amorosa e un po' svagata del tenero amante. Da non trascurare, poi, sono la puntualità della pronuncia e la franchezza dell’accento che, accompagnate da una presenza spontanea e simpatica, contribuiscono a delineare un Lindoro credibile e vivido. Quanto a simpatia, però, Emmanuel Franco non ha rivali su quel palco: il suo Taddeo, qui e là scenicamente sopra le righe, trova proprio nell’esasperazione del gesto e nella calibrata goffaggine del personaggio la chiave di una comicità irresistibile, sempre perfettamente accordata ai tempi della scena. La voce, poi, è sonora e ben sostenuta, la parola è modellata con gusto e vivacità, dando così pieno risalto alla travolgente teatralità del personaggio. Completano correttamente la locandina l’Haly di Lorenzo Liberali, l’Elvira di Paola Leoci e la Zulma di Danbi Lee. Apprezzabile la prova dal Coro San Gregorio Magno, istruito da Elvis Zini.

Serata riuscitissima, caldamente applaudita da un pubblico numeroso e festante.

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