Le Convenienze senza inconvenienti
Dopo Semiramide la programmazione del Teatro Massimo si mantiene sul primo Ottocento con una riuscita edizione delle Convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti in cui deborda la personalità di Nicola Alaimo, mattatore di un cast equilibrato, sotto la valida direzione di George Petrou.
Palermo, 26 aprile 2026 - L’irresistibile caricatura donizettiana del modello produttivo operistico italiano prim’ottocentesco va in scena al Teatro Massimo di Palermo in una riuscita realizzazione, abbastanza equilibrata nelle sue componenti, che forse trova unico limite in una certa tendenza all’ipertrofia testuale a fronte di una drammaturgia fin troppo essenziale. Com’è noto, Le convenienze e inconvenienze teatrali nacquero come farsa per il Teatro Nuovo di Napoli nel 1827 in una versione in un solo atto con dialoghi parlati; nel 1831, per il teatro napoletano del Fondo, lo stesso compositore elaborò una versione accresciuta dell’opera in due atti, mentre per ulteriori riprese fuori Napoli furono scritti i recitativi e altri numeri chiusi sostitutivi, resi oggi disponibili dall’edizione critica curata una ventina d’anni fa da Parker e Wiklund. Nella legittima compilazione delle possibilità ipertestuali per le recite palermitane si è adottata la versione in due atti con dialoghi parlati (sovente optando per il dialetto siciliano in luogo del napoletano), includendo un più elaborato concertato a conclusione del primo atto, arie dalla versione in un atto, nonché un duetto di dubbia attribuzione donizettiana pervenutoci in canto e pianoforte, appositamente orchestrato per l’occasione. Inoltre s’è voluto anteporre la sinfonia da Alahor in Granata, titolo scritto da Donizetti per il Teatro Carolino di cui si è recentissimamente rinvenuto a Palermo il manoscritto autografo (sulla cui base l’opera vedrà prossimamente la luce a Bergamo per il Donizetti Opera), e ulteriori tre interpolazioni – di cui si dirà – hanno finito col consegnare l’autoironica drammaturgia donizettiana a proporzioni e durate che avrebbero divertito il Bergamasco, mentre il suo fiuto teatrale avrebbe consigliato qualche ridimensionamento. Ciò nonostante il gioco teatrale regge assai bene, nonostante lo spettacolo di Moshe Leiser e Patrice Caurier sia lontano da particolari guizzi di genialità, mantenendosi anche nell’ordinaria amministrazione, eccettuata qualche stravaganza nei costumi di Agostino Cavalca. Lo spettacolo asseconda anche le ipertrofie individuali anzi tenta finanche un’attualizzazione di vezzi e inconvenienze ottocentesche con quelli d’oggidì. Ecco che la primadonna Corilla Scortichini si reca alla prova di Romolo ed Ersilia in una poco sobria tuta da running, accompagnata dall’immancabile cagnolino; al debutto nei suoi panni Desirée Rancatore ha frequentato sufficientemente a lungo il dramma serio per musica da risultare perfettamente caricaturale in ogni cosa, consegnando questo personaggio ai più riusciti della sua ormai quasi trentennale carriera. Per lei è d’uopo l’interpolazione dell’ampio rondò di Argelia da L’esule di Roma, che delle Convenienze e convenientemente coeva. Degno suo consorte è il Procolo di Giuseppe Toia, baritono buffo in ascesa che sa guadagnarsi la scena in un cast dominato da protagonisti di lungo corso, al pari di tutti i giovani colleghi impegnati nelle parti di fianco, dall’ispettore di Blagoj Nacoski e al Pippetto di Maximiliano Danta, all’efficace librettista di Matteo Mollica, dall’ottimo impresario di Salvatore Salvaggio fino alla pregevole realizzazione del compositore (dalle fattezze donizettiane) siglata da Bryan Sala. Buon equilibrio fra linea di canto e caratterizzazione caricaturale ottiene il tenore tedesco impersonato da Joshua Sanders, non dissimile da quanto fa la Seconda donna di Caterina Di Tonno, impegnata anche nell’interpolazione di Te vojo bene, canzone napoletana ottocentesca di dubbia attribuzione donizettiana. Infine c’è Nicola Alaimo, baritono di lunghissima militanza donizettiana, più nel serio che nel buffo, recentemente coinvolto anche in un pregevole lavoro sulle composizioni da camera del Bergamasco. La sua Mamma Agata domina la scena con debordante personalità a cui si perdonano volentieri gli eccessi a fronte di una simile tenuta del palcoscenico da autentico mattatore per tutta la lunga serata; l’interpolazione per lui non lo vede cantare bensì danzare con leggiadria nonostante l’importante fisicità sulle note di Le cygne dal Carnaval des animaux di Camille Saint-Saëns.
Alla testa dell’Orchestra del Massimo in buona forma George Petrou ottiene un suono ben calibrato e gestisce assai bene l’intesa fra palco e buca, sia nel primo atto quando tutto è schiacciato in proscenio che nel secondo, in cui si sfrutta più profondità del palcoscenico. Migliore che in altre recenti occasioni è l’apporto del Coro maschile preparato da Salvatore Punturo.
Nonostante la lunghezza della serata, il pubblico giunge fino in fondo riservando un entusiasmo ben commisurato al valore artistico della realizzazione.
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Piacenza, Le convenienze e inconvenienze teatrali, 21/11/2021
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