L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Giulio Cesare in Palermo

di Giuseppe Guggino

La stagione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana si sofferma occasionalmente sull’opera barocca proponendo un’ampia selezione dal Giulio Cesare in Egitto di Händel. Buona e omogenea la compagnia di solisti sotto la guida stilisticamente inappuntabile di Ignazio Maria Schifani.

Palermo, 9 maggio 2026 - Che in una stagione sinfonica non possa trovare spazio l’opera barocca è assunto abbastanza comune, e tutto sommato giustificabile. Non però per gli orizzonti della Sinfonica Siciliana, che ospita abitualmente nelle proprie stagioni almeno un titolo operistico di spessore sinfonico, ma che questa volta vuole osare l’incursione nel teatro barocco degli affetti con il paradigmatico Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel. Per questo viaggio abbastanza al largo delle consuete rotte si avvale dell’esperienza di Ignazio Maria Schifani alla guida di una compagine opportunamente rimpolpata di elementi aggiunti d’estrazione specialistica, così assicurandosi un suono e più in generale una tenuta stilistica più che consone all’operazione. Complessivamente bene regge l’alleggerimento della partitura in cui – tolti i cori – Cesare, Cleopatra, Sesto e Cornelia beneficiano dello sconto di un paio di arie a testa; viceversa convince meno l’eliminazione di tutti i recitativi, se i testi di sutura, a cura della voce recitante di Gigi Borruso, sono poco funzionali a rendere intelligibile la trama, giacché eccessivamente distanziati l’un l’altro.

Non troppo omogeneo è invece il cast radunato per l’occasione, ondivago fra specialisti del barocco ed elementi di più eclettica estrazione. Fra i primi certamente appartiene il Cesare di Raffaele Pe, controtenore particolarmente attento alla componente espressiva, talvolta indugiante in qualche effettazione di troppo dai risvolti vagamente pop, capace comunque di un’amministrazione efficiente e con buono smalto di una vocalità modellata sulle caratteristiche di un castrato fuoriclasse quale fu il Senesino. A capitanare l’altra schiera è il sopranino Mari Eriksmoen, il cui repertorio spazia da Monteverdi a Debussy, capace di disegnare una Cleopatra timbricamente ammaliante, sebbene non sempre irreprensibile nel canto di agilità e dal limitato peso specifico.

Sbaraglia le categorie il Sesto di Anna-Doris Capitelli, giovane artista dagli eclettici interessi, la cui intelligenza musicale è tale da farla sembrare troppo completa per circoscriverla fra gli specialisti e troppo forbita per annoverarla fra i generalisti. Josè Maria Lo Monaco assicura ai compianti di Cornelia il giusto tasso di afflizione. Infine il Tolomeo di Filippo Mineccia parte in debito di volume per recuperare quota nel corso della serata, mentre l’autentica voce di basso di Rocco Cavalluzzi assicura ad Achilla più decibel che compostezza.

Non troppo numeroso il pubblico in sala fa registrare un’età media forse più bassa di quella consueta, compensando i vuoti in sala col calore degli applausi conclusivi.

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