Tanto sangue immaginar
Non convince appieno il Macbeth andato in scena al Teatro Carlo Felice di Genova: la concertazione pugnace ma un po' monocorde di Sesto Quatrini e il cast composto più da vocalisti che da interpreti non risollevano le sorti della cervellotica regia di Fabio Ceresa, anello debole di una produzione che non lascia gran segno.
Genova, 24 maggio 2026 – Con Macbeth Verdi affronta Shakespeare per la prima volta e trova una materia teatrale che sembra fatta apposta per il suo linguaggio: ambizione, violenza, allucinazione, senso di colpa e soprannaturale si intrecciano in un dramma dove il confine tra ciò che appartiene alla volontà degli uomini e ciò che invece sembra governato da forze oscure rimane costantemente ambiguo. Le profezie delle streghe mettono in moto l'azione, i delitti ne scandiscono il percorso e il sangue, reale o immaginato, finisce per impregnare ogni pagina della sublime tragedia. Proprio su questa dimensione metafisica insiste la lettura di Fabio Ceresa, firma apposta alla regia del Macbeth andato in scena al Carlo Felice di Genova, che prova a superare ogni interpretazione psicologica del dramma per approdare a una visione dominata dal destino. Le streghe diventano così vere e proprie Parche, custodi di un ordine cosmico già scritto, mentre Macbeth e consorte si fanno strumenti inconsapevoli di un disegno prestabilito. L'universo shakespeariano viene così tradotto in un sistema di piani paralleli dove passato, presente e futuro convivono simultaneamente, e la realtà materiale appare come semplice proiezione di una dimensione superiore.
Le scene di Tiziano Santi, dominate da una successione di cornici concentriche che dovrebbero mettere in comunicazione l'aldiqua e l'aldilà, restituiscono con chiarezza il principio teorico dello spettacolo, specie nella scena del banchetto, quando il lungo tavolo attraversa l'intera struttura scenica, unendo simbolicamente il mondo dei vivi e quello dei morti, entrambi presenti al convito di Macbeth. In quel frangente il dispositivo scenico acquista una concreta funzione teatrale e drammaturgica; altrove, invece, quelle stesse cornici finiscono per apparire piuttosto anguste e anonime, più simili a un elegante diagramma concettuale che a uno spazio capace di generare azione e tensione. I costumi di Giuseppe Palella, coerentemente con l'intento di sottrarre la vicenda a qualsiasi contesto storico definito, si muovono in una dimensione sospesa tra il mitologico e il fantastico. Tuttavia, la profusione di strass, paillettes, applicazioni scintillanti e dettagli preziosi produce spesso un effetto ridondante, che sfiora talvolta il kitsch e finisce per appesantire ulteriormente una narrazione già molto carica di simboli.
Ed è forse proprio qui che si manifesta il principale limite dello spettacolo. La regia di Ceresa procede infatti per accumulo di metafore, allusioni e simboli, costruendo un universo visivo che cerca costantemente di rimandare ad altro rispetto all'azione raccontata da Shakespeare e Verdi. Paradigmatico è il ricorrente motivo del sangue, che diventa il vero fil rouge della messinscena: dopo ogni delitto, i colpevoli si ritrovano le mani avvolte da lunghi cordoni rossi, materializzazione della colpa e insieme del destino che li imprigiona. L'immagine possiede una sua immediatezza teatrale e trova una chiara coerenza con l'impianto simbolico dello spettacolo, tuttavia, la sua continua reiterazione finisce per impoverirne l'efficacia, trasformando una suggestione inizialmente potente in un segno quasi didascalico. Molte intuizioni, considerate singolarmente, possiedono anche una loro suggestione; il problema è che tali intuizioni rimangono spesso episodi isolati, incapaci di inserirsi in un discorso narrativo coerente e progressivo. Manca una vera continuità drammaturgica che permetta alle immagini di sedimentarsi e acquisire significato nel corso della rappresentazione. Eloquente, in questo senso, il lungo apparato pantomimico che accompagna i ballabili reintegrati nell'edizione genovese: nelle intenzioni dovrebbe rappresentare la nascita, la crescita e il progressivo consumarsi dell'anima di Macbeth sotto l'azione delle forze del destino, ma nella pratica lo spettatore assiste a una successione di immagini enigmatiche, la cui chiave interpretativa rimane esterna allo spettacolo stesso.
Sul versante musicale, Sesto Quatrini affronta la partitura con energia e determinazione, intavolando una concertazione pugnace, scattante, capace di restituire con efficacia la dimensione più aspra e feroce del capolavoro verdiano. L'Orchestra del Carlo Felice risponde con precisione a una lettura che privilegia il rilievo ritmico e il vigore drammatico, trovando spesso una convincente tinta pietrosa, quasi granitica, particolarmente adatta a evocare l'oscuro universo della tragedia scozzese. Meno persuasiva appare invece la gestione dei numerosi chiaroscuri che attraversano la partitura. Quatrini sembra infatti poco incline ad abbandonare questa linea interpretativa anche nei momenti in cui Verdi ricerca un'inquietudine più insinuante e sottile, fatta di mezze tinte, sospensioni e tensioni sotterranee. Se le scene di massa – il coro, istruito da Marino Moretti, si distingue per un’ottima prova – e gli scoppi drammatici risultano così efficaci e ben sostenuti, alcuni passaggi più allusivi – la scena del sonnambulismo, ad esempio – finiscono per perdere parte del loro potere perturbante, sacrificati a una lettura che privilegia quasi sempre l'impatto rispetto all'ambiguità.
Certo, va detto, nemmeno i protagonisti vanno troppo per il sottile, cantando e stracantando, spesso privilegiando il volume e l'effetto immediato rispetto a quella cura del fraseggio e dell'accento che in Macbeth risulta essenziale. È proprio in quest'opera, infatti, che Verdi inizia a elaborare con particolare consapevolezza il suo teatro della parola, pretendendo dai cantanti non soltanto bel suono ma capacità di dare peso, colore e significato a ogni sillaba. Jennifer Rowley, ad esempio, ha una splendida voce di soprano lirico, agilità abbastanza scattanti e una buona omogeneità e facilità nella tessitura medio-acuta. Le note, dunque, ci son tutte – anche gli affondi al grave, ben gestiti – ma il carattere della Lady le è completamente estraneo: più che una donna divorata dall'ambizione e capace di manipolare il marito fino al delitto, la sua sembra una figura genericamente drammatica, priva di quella ferocia – troppo sorridente nella scena del brindisi, poco febbrile in quella della pazzia, abbastanza urlata –, di quel veleno e di quell'inquietante sensualità che rendono il personaggio tra i più interessanti creati da Verdi. Un discorso molto simile vale per George Gagnidze, che canta Macbeth con tanta voce e fraseggio piuttosto generico: se l'autorevolezza vocale non manca, il personaggio fatica a trovare quelle sfumature che ne accompagnano la progressiva discesa nell'incubo. Emblematica, in questo senso, la prova di «Pietà, rispetto, amore», risolta con accenti piuttosto estroversi e qualche corona di troppo, che finiscono per incrinare il carattere raccolto e meditativo della pagina, nella quale il re di Scozia, pur ancora convinto della propria invincibilità, prende atto del deserto umano che il suo potere ha costruito intorno a lui. Più convincente il Banco di Abramo Rosalen che, con voce cupa e ben sostenuta, sa ritagliarsi nel secondo atto – al netto di qualche scollamento con la buca – uno dei momenti musicalmente e teatralmente più riusciti della serata. Il timbro naturalmente scuro e l'accento misurato si prestano bene alla nobiltà del personaggio, mentre il fraseggio, pur senza particolari ricercatezze, mostra una maggiore attenzione alla parola e al senso del dettato verdiano. Fa molto bene il Macduff di Vasyl Solodkyy, che mette al servizio del personaggio una vocalità luminosa, ben proiettata e sorretta da un'emissione sicura: fraseggio partecipe, nobile linea e accento franco si fanno apprezzare nell’aria dell’ultimo atto, nella cui stretta s’inserisce l’eccellente Malcolm di Leonardo Cortellazzi, non meno pregevole del collega per volume, qualità della pasta e solidità tecnica. Completano la locandina Kamelia Kader (Dama di Lady Macbeth), Loris Purpura (Araldo), Luciano Leoni (Medico/Sicario), Tiziano Tassi (Domestico), Bernardo Pellegrini (Prima Apparizione), Lucilla Romano ed Eliana Uscidda (Seconda e Terza Apparizione).
Serata non affollatissima, ma applausi generosi per tutti gli interpreti.
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