L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dramma per musica

di Luca Fialdini

Al Maggio Fiorentino torna Un ballo in maschera in un nuovo allestimento firmato da Valentina Carrasco e diretto da Emmanuel Tjeknavorian, una produzione affascinante che, pur mantenendo l'interesse teatrale, fatica a penetrare fino in fondo le ambiguità del titolo.

FIRENZE - Fra i titoli della maturità verdiana, Un ballo in maschera continua a occupare una posizione del tutto particolare. Sfuggente, difficile da classificare, sospeso fra commedia e tragedia, leggerezza e morte, sorriso e abisso, richiede a chi la affronta la capacità di tenere insieme registri diversi senza mai ridurli a una sola dimensione. Il Ballo, all’interno del corpus verdiano occupa una posizione quasi sui generis sia in virtù di queste peculiarità, sia per la sua natura di opera di passaggio collocata dopo la stagione della trilogia popolare e ben prima della piena maturità drammatica, i cui frutti – Don Carlos e soprattutto Otello – non sono ancora prefigurabili. Sulla partitura traspaiono ancora alcuni tratti caratteristici della produzione degli anni Quaranta e Cinquanta, come l’evidente conflittualità fra i caratteri, il nodo drammaturgico chiarissimo, la convivenza di più registri lessicali e la non esclusività degli affetti, ma si iniziano a intravedere alcune delle soluzioni che verranno esplorate a fondo negli anni a venire: un maggior lavoro sullo scavo psicologico, ad esempio, una nuova libertà nell’invenzione armonica, una scrittura sempre più raffinata che si allontana dalla nostalgia della provincia così spesso evocata nelle opere precedenti (si confrontino, ad esempio, la musica del ballo della festa del duca in Rigoletto e quella del terzo atto del Ballo in maschera: per la prima volta Verdi guarda direttamente alla raffinatezza di un ballo di corte), ma questo futuro è avvolto dai velami e non è ancora chiaro a quali orizzonti ci condurrà. Questa natura intermedia e mutevole rende l’opera particolarmente sfuggente, con tutti i suoi equilibri instabili, alternando in continuazione il tragico, il mondano, il sorriso e il presagio.

Per l'88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino, il titolo torna in scena in un nuovo allestimento affidato a Valentina Carrasco che dà fondo alla propria creatività: infatti lo spettacolo si impone immediatamente per qualità della realizzazione, forte delle scene di Andrea Belli e dei i costumi di Silvia Aymonino, mentre le luci di Marco Filibeck e i video di Max Volpini concorrono alla realizzazione di un impianto scenico di grande efficacia. Il più grande pregio della parte visiva lo si può apprezzare nella naturalezza con cui scorre lo spettacolo e mantiene viva l'attenzione dello spettatore. Da questo punto di vista il risultato è indiscutibilmente riuscito.

Più complesso il giudizio sull'impianto concettuale della regia. Carrasco trasferisce l'azione nell'America degli anni Sessanta, costruendo una rete di riferimenti alla presidenza Kennedy, alle tensioni razziali e alle grandi fratture sociali dell'epoca. La scelta, assolutamente legittima, possiede una sua forza e trova alcuni appigli nel testo, a partire dalla profezia di Ulrica che annuncia a Riccardo una morte violenta nel momento culminante del suo potere, ma qui emerge il principale limite della lettura: il parallelismo kennediano appare più suggerito da una suggestione che sostenuto da una reale necessità drammaturgica. Intendiamoci, non c’è nessun problema nello spostamento dell’epoca di ambientazione (cosa compiuta dallo stesso Verdi su questo titolo), dato che il nuovo elemento cronologico si adatta senza forzature. Il problema è che finisce spesso per limitarsi a visualizzare ciò che il dramma già contiene: l'assassinio politico, il clima di tensione sociale, la questione razziale evocata attorno a Ulrica, fino alla comparsa finale di una figura che richiama esplicitamente Jacqueline Kennedy con il celebre tailleur rosa, tutti elementi che trovano una giustificazione all'interno dello spettacolo, ma che raramente producono nuovi significati o aprono prospettive interpretative inattese. La lettura di Carrasco non toglie niente all’opera, ma neppure aggiunge qualcosa. Si ha così l'impressione di una regia che lavora soprattutto per analogie, con l'universo kennediano evocato, illustrato e spesso sottolineato con notevole abilità teatrale, senza però riuscire a trasformarsi in una vera chiave di lettura dell'opera. Più che scavare nei rapporti fra i personaggi, nelle ambiguità morali, nei desideri inconfessabili e nelle richissime zone oscure che attraversano il dramma verdiano, l'allestimento sembra preferire la superficie delle corrispondenze storiche e iconografiche.

Anche alcune scelte relative ai personaggi lasciano perplessi, iniziando da Oscar che viene sostanzialmente trasformato in una figura femminile, legata al governatore da un rapporto che richiama quello di una segretaria personale, mentre (e ci mancherebbe altro!) il testo continua a riferirsi al personaggio al maschile. Analogamente, Ulrica assume in scena caratteristiche differenti da quelle suggerite dal libretto, pur mantenendone invariata la funzione drammaturgica. In entrambi i casi non è il cambiamento in sé a risultare bizzarro, quanto la difficoltà di individuarne una reale necessità teatrale o un contributo all'approfondimento dell'opera.

Sul versante musicale, Emmanuel Tjeknavorian conferma qualità non comuni. La concertazione appare accurata, il controllo della macchina orchestrale è costante, l'attenzione agli equilibri e alle sfumature timbriche rivela uno lavoro particolarmente approfondito sulla partitura e l’enfant terrible ottiene dall'Orchestra del Maggio un suono compatto, ricco, ben rifinito, dimostrando una sensibilità musicale invero matura.

Laddove emergono alcune riserve è invece sul piano della drammaturgia musicale. Per i motivi pedantemente allineati sopra, non è improvvido definire Un ballo in maschera come, con ogni probabilità, una delle opere più difficili del repertorio verdiano proprio perché le ambiguità scorrono nelle sue vene: il sorriso dietro il quale si nasconde il dramma, la leggerezza che convive con il presagio di morte, il gioco che si trasforma inesorabilmente in tragedia. In breve, dove la partitura si trasforma in teatro, ed è qui che Tjeknavorian sembra mostrare i propri limiti di direttore eminentemente sinfonico: trovare il nodo del dramma in musica non significa far suonare forte l’orchestra.

L'impressione generale è quella di una serata in progressiva crescita, con un primo atto piuttosto incerto e talvolta fiacco lascia spazio a un secondo più convincente, fino a un terzo atto decisamente riuscito, favorito anche da una drammaturgia più esplicita e immediatamente leggibile. Discutibili anche alcune scelte di tempo, una su tutte la sorprendente lentezza della canzone di Oscar nel quadro finale, mentre in alcuni passaggi che dovrebbero essere animati da forte tensione narrativa la concertazione tende a rilassarsi eccessivamente. Nella scena del secondo atto fra Riccardo, Amelia e Renato, quando il governatore viene invitato a fuggire prima dell'arrivo dei congiurati, mancava solo che si servissero di tè e pasticcini. Manca il nervo, manca la corda tesa che ti fa stare col fiato sospeso per due ore e quaranta.

L'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino offre comunque una prova del consueto altissimo livello. Gli archi mantengono compattezza e morbidezza lungo tutta la serata, mentre la leggendaria sezione degli ottoni si distingue per precisione, brillantezza e qualità del suono, risultando fra i principali punti di forza dell'esecuzione. Ottimo anche il Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato da Lorenzo Fratini, molto puntuale, omogeneo nel timbro e sempre carismatico negli interventi.

Felice esito anche per il cast solistico, a partire dai comprimari Francesco Congiu (Un giudice) e Roberto Miani (Un servo di Amelia) che assolvono con professionalità i rispettivi compiti, mentre Janusz Nosek conferisce a Silvano una presenza vocale e scenica superiore al peso effettivo del ruolo. Ben caratterizzati anche Samuel e Tom, interpretati rispettivamente da Mattia Denti e Adriano Gramigni, efficaci nel delineare il volto minaccioso della congiura.

Lavinia Bini affronta meravigliosamente Oscar, dotandolo di notevole brillantezza vocale, fraseggio accurato e presenza scenica vivace, tanto da catturare in più di un’occasione l’attenzione del pubblico anche di fronte ai tre protagonisti.

Ksenia Dudnikova lascia un segno profondo nei panni di Ulrica. È uno di quei casi che confermano come non esistano piccoli ruoli, ma soltanto piccoli interpreti. La cantante domina la scena con autorevolezza, sostenuta da una vocalità ampia e ben proiettata e da una presenza teatrale capace di imprimersi nella memoria ben oltre la durata del suo intervento.

Per parte sua, Antonio Poli costruisce un Riccardo elegante e musicalmente ineccepibile. La voce conserva luminosità e morbidezza, il fraseggio è sempre curato e la linea di canto nobile. Rimane però una caratterizzazione prevalentemente esteriore del personaggio, centrata soprattutto sul fascino del seduttore e meno sulle sue contraddizioni interiori; insomma, il solito Riccardo “ornamentale”.

Chiara Isotton si conferma ancora una volta (come se fosse necessario) una delle più solide interpreti del panorama lirico italiano. La vocalità generosa, omogenea su tutta la gamma, ben sostenuta nel registro grave e argentea in quello acuto. Amelia trova in lei un'interprete capace di coniugare forza drammatica e controllo tecnico, raccogliendo meritatamente uno dei maggiori successi della serata, in particolare con «Morrò, ma prima in grazia».

Applauditissimo anche il bravo Bogdan Baciu. Il suo Renato possiede autorevolezza vocale, qualità di fraseggio e una notevole capacità di costruire il personaggio attraverso la parola cantata. È probabilmente il personaggio che più di ogni altro riesce a conquistare una reale tridimensionalità, percorso psicologico credibile e coerente che sfocia in un «Eri tu che macchiavi quell'anima» di grande efficacia teatrale.

Alla fine si esce dal teatro felici, con la sensazione di avere assistito a uno spettacolo di indubbia qualità, costruito con intelligenza, professionalità e gusto. Uno spettacolo che funziona, che si segue con piacere e che raramente conosce momenti di stanchezza. Rimane tuttavia l'impressione che, sotto la superficie brillante dell'allestimento e sotto l'eleganza della realizzazione musicale, il cuore più oscuro e contraddittorio del dramma verdiano sia rimasto in larga parte inesplorato.

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