Arrivederci, Maestro!
di Matteo Lebiu
Nel suo commiato da direttore musicale della Scala, Chailly propone un Nabucodonosor rigoroso e ricco di raffinatezze timbriche, forse meno incisivo sul piano teatrale. Trionfano coro e orchestra, con Luca Salsi e Marta Torbidoni protagonisti di una serata accolta con grande calore dal pubblico.
MILANO, 9 giugno 2026 - Nabucodonosor: ecco il titolo che Riccardo Chailly ha scelto per il commiato al “suo” teatro. In realtà, si fa per dire vista la sua presenza sul podio del Piermarini per The Rake’s Progress di Stravinsky in programma nella prossima stagione. Un commiato sentito, che rispecchia pienamente i tratti che hanno distinto l’era di Riccardo II alla Scala: l’amore per Verdi, l’interesse per la ricerca musicologica, la coesione musicale-interpretativa tra orchestra e cantanti. Chailly delinea quindi un Nabucodonosor (questo il titolo presente su partiture e libretti fino al 1844) severo, scolpito, in cui ogni attacco, ogni dinamica, ogni segno di articolazione sono oggetto di uno studio ponderato. Impeccabile quindi il metodo critico adottato da Chailly (del resto una sua cifra interpretativa), anche se l’esito sonoro non risulta parimenti convincente. Forse quello che manca è proprio un po’ d’impeto nello stacco dei tempi (soprattutto nelle cabalette): scelta sicuramente volontaria, ma che minaccia l’integrità dell’arcata drammatica dell’opera, che procede sin dall’inizio con ritmi serratissimi. L’attenzione al dettaglio però regala perle rare nella concertazione: pizzicati superbi negli archi scuri, diversi colori nei forti degli ottoni (alcuni dei quali di bruckneriana monumentalità), legati sontuosi negli accompagnamenti, coesione d’intenti tra palcoscenico e golfo mistico praticamente perfetta (un esempio su tutti: il rossiniano Finale II "S'apressan gl’istanti"). Anche per un titolo così “di tradizione” non è mancato lo sforzo “filologico” del maestro Chailly, che ha inserito per la prima volta il ballet divertissement all’inizio dell’Atto III, approntato per l’allestimento del 1848 a Bruxelles. Sia ben chiaro: non si è trattato di una scoperta storica del repertorio verdiano, nel senso che Nabucco si continuerà a fare nella sua forma più conosciuta, ma questo divertissement offre al pubblico la non scontata possibilità di ascoltare circa un quarto d’ora di musica inedita del buon Verdi. È una musica mondana, fresca e disimpegnatata che sembra voler farci dimenticare per un attimo la sete di potere che infiamma i protagonisti dell’opera.
Protagonista musicale indiscusso dell’opera, ancor prima dei solisti, è il coro scaligero magnificamente preparato dal Maestro Alberto Malazzi. Una performance solida, attentissima al gesto del direttore (solo uno lo sfasamento ritmico, in "Il maledetto non ha fratelli") ed anche convincente dal punto di vista scenico. Encomiabile anche la prestazione dell’orchestra: per brevità, cito solo l’accorato vibrato dei violoncelli soli nel recitativo e preghiera di Zaccaria dell’Atto II.
Nel cast vocale primeggia indiscutibilmente il baritono Luca Salsi, nel ruolo del titolo, di cui si apprezza, ancor prima del bel timbro, l’attenta pronuncia del testo, un “masticare” le consonanti che permette anche notevoli sottolineature espressive nella linea del canto. È però nel duetto dell’Atto III, con l’Abigaille di Marta Torbidoni, che la serata raggiunge il suo apice artistico: oltre all’ottima intesa musicale tra i due cantanti, emerge l’incalzante recitazione che convince appieno. La Torbidoni affronta con determinazione l’impervia parte di Abigaille: non perde di intensità nel registro grave e si lancia con sicurezza nelle colorature, tratteggiando bene anche dal punto di vista vocale la spasmodica e accecante brama di potere.
Il basso Simon Lim offre uno Zaccaria solenne, particolarmente apprezzato nella preghiera "Tu sul labbro de’ veggenti", anche se a tratti fatica a superare l’orchestra nei forti. Ottima anche la Fenena di Veronica Simeoni che offre una vellutata interpretazione di "Oh dischiuso è il firmamento!" nell’Atto IV, giustamente applaudita in scena. Meno convincente risulta invece il tenore Giorgio Berrugi, nei panni di Ismaele, che propone una lettura vocalmente monotona del personaggio, sebbene il nipote del Re di Gerusalemme sia tutto fuorché statico. Completano la serata i contributi puntuali di Yongheng Dong (Gran Sacerdote), Haiyang Guo (Abdallo) e Laura Lolita Perešivana (Anna).
La regia di Alessandro Talevi, con le scene e i costumi di Gary McCann e le luci di Marco Giusti, ambienta la vicenda in un mondo distopico, in cui la differenza oppressi-oppressori è fortemente connotata visivamente: da un lato abbiamo gli ebrei con i soliti lunghi cenci, dall’altro i babilonesi in divisa pseudo-austriaca. Risulta efficace anche l’introduzione di simboli eletti a rappresentare i due popoli: se la volta del tempio assolve a questo compito per gli ebrei, risulta meno convincente la spirale ferrea per gli oppressori. Una regia quindi utile ma a tratti didascalica, che regala però momenti d’impatto, basti pensare alla trionfale (e tronfia) entrata di Nabucco su un carro trainato da tre enormi cavalli ferrei (reminiscenza del cavallo appena visto sul palcoscenico del Piermarini in occasione della Turandot firmata Livermoore), così come la rappresentazione dell’incubo di Nabucco all’inizio dell’ultimo Atto (un plauso all’acrobata Ran Arthur Braun). Encomiabile il trattamento dei nuovi ballabili grazie alla trovata, molto “alla Hoffmanstall” (vedasi Ariadne auf Naxos), di rappresentare la storia di Semiramide, impersonata dalla stessa Torbidoni-Abigaille, con le coreografie di Danilo Rubeca.
Accoglienza calorosa del pubblico scaligero che ha tributato tutto l’affetto possibile per il “suo” amato direttore. Ricordiamoci però che non è un addio, è solo un arrivederci!
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