Splendori ed ombre del potere
Il celebre dramma pucciniano chiude la stagione del Regio con pieno successo puntando sulla carta della spettacolarità grazie a una nuova produzione firmata dal regista Stefano Poda
TORINO, 19 giugno 2026 - Sarà più un frutto del caso che di una precisa volontà ma, per dirla con Agatha Christie, due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova, e così, dopo l’Andrea Chénier dell’anno scorso e il Trittico di quello ancora precedente, il finale di stagione del Teatro Regio avviene anche quest’anno all’insegna di un titolo di quel repertorio italiano che, sebbene assai sfaccettato, viene spesso classificato con l’etichetta del ‘verismo’.
Accade allora che, in questi caldi giorni di giugno, vada in scena Tosca, evento conclusivo dell’annata 2025-26, assai attesa soprattutto per il nuovo allestimento, in coproduzione con Abay Kazakh National Opera, firmato da Stefano Poda, autore, negli ultimi anni, di regie rimaste nella memoria collettiva degli spettatori del massimo teatro torinese.
Se, nel corso della stagione, alcune produzioni sono avvenute nel solco della tradizione collaudata e, non ultima, della necessità di far quadrare il bilancio, in occasione della ripresa del capolavoro pucciniano il Regio fa invece le cose in pompa magna, con uno spettacolo destinato a far discutere ma di notevole suggestione e dalla forte carica innovativa e personale.
Intorno a un fondale minimal chic, irto di finti marmi scuri che potrebbero ricordare la lobby di un grande albergo, con i personaggi e le comparse che entrano ed escono da aperture che somigliano a due vani ascensore laterali, si innesta una scenografia opulenta, pronta a dare il meglio di sé nei momenti, che in Tosca non mancano, dove sul palco si alternano, accanto ai protagonisti, vaste masse in movimento. Il culmine viene raggiunto nello sfarzoso Te Deum sul finire del primo atto quando, in aggiunta agli ologrammi che proiettano verso il soffitto antichità e monumenti romani in un bianco abbacinante, presenti fin dall’alzata del sipario, si affolla, fino a riempire tutto lo spazio visivo, una sfilata di papi in luminose teche di vetro, impersonati dai coristi che intonano il canto liturgico, a loro volta apparsi in sostituzione di una serie di madonne sontuosamente adornate, ciascuna contraddistinta dal proprio appellativo latino (da virgo consolatrix a salire).
Lo spettacolo si regge quindi su continui movimenti in entrata e uscita, oltre che sulle trovate consentite da un palcoscenico mobile che si alza e si abbassa per larghi tratti, lasciando, ad esempio, vedere la stanza in cui Cavaradossi viene torturato mentre, da posizione sopraelevata, Scarpia comanda il supplizio.
La buona riuscita è dunque affidata al meccanismo ad orologeria di movimenti di altissima precisione che sono parte integrante dello show e trovano la giustificazione in un personalismo registico un po’ sopra le righe, coerente del resto con il gran numero di comparse chiamate a raccolta e con una dovizia di costumi che, in aggiunta alla sontuosità di pontefici e madri di Dio, vorrebbero essere ispirati a una corte decadente con la presenza di Maria Caterina di Napoli, sorella della francese Maria Antonietta, e si traducono in un abbigliamento altrettanto fastoso per ogni altro personaggio, eccezion fatta per il povero Mario Cavaradossi che appare quasi sempre vestito come uno straccione in qualità di rappresentante dei tempi nuovi che stanno per minare dalle fondamenta l’ancien régime.
In tale mescolanza di tematiche eterogenee, col risultato di andare spesso oltre le risonanze del testo di due librettisti pur colti come Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, non si può tuttavia non apprezzare la ricchezza dell’apparato di scene, abiti, coreografie, luci e ologrammi messo in campo dal regista trentino, che per l’occasione si avvale in veste di collaboratore di Paolo Giani Cei e del direttore dell’allestimento Antonio Stallone.
Sul versante musicale, la bacchetta di Andrea Battistoni offre al pubblico un’interpretazione di qualità, attenta a evidenziare la sostanza di una partitura che, sia pure a denti stretti, seppe meritare al suo apparire l’ammirazione di Gustav Mahler. La performance attuale si avvale in primo luogo di un’orchestra in forma smagliante, duttile nel trascolorare da un’atmosfera a un’altra, con un suono edonisticamente coinvolgente, centrato sotto l’aspetto timbrico, privo di sbavature, preciso nel rispecchiare gli attacchi del maestro concertatore. Ciò che talvolta manca all’attenta direzione di Battistoni è il senso della narrazione, la valorizzazione dell’intreccio dei motivi conduttori, che in Tosca raggiunge una perfezione superiore anche ai precedenti titoli pucciniani. Si ha infatti quasi l’impressione che la vicenda, sotto il profilo strettamente sinfonico, proceda per accostamento di grandi pannelli che, nonostante mantengano tra loro evidenti legami e rimandi, sono privi, all’ascolto, di quell’unità di insieme che invece, sulla carta, è qualità precipua dell’opera e della scrittura di Giacomo Puccini.
Anche il cast vocale risente di tale visione frammentaria, che pare quasi introdurre a forza una sensibilità novecentesca in un tessuto musicale che, in fin dei conti, rimane di squisita impronta tardoromantica.
Chiara Isotton è una protagonista di ottima presenza scenica e di forte impatto drammatico. I suoi mezzi vocali potenti, la facilità nel conquistare l’acuto, non disgiunta da una caratteristica asprezza non sgradevole nel registro medio, la impongono nelle parti d’insieme, nei duetti con Mario e con Scarpia dove finisce per sovrastare a tratti, con la sua personalità, i partner sul palco. Il soprano bellunese si mostra nondimeno in grado di uno scavo intimo nell’espressione e nella parola che perviene ad esiti di delicata poesia nella celebre aria ‘Vissi d’arte’, premiata da vigorosi applausi a scena aperta e cantata, con una delle molte licenze registiche, da coricata sulla tavola apparecchiata per la cena del capo della polizia pontificia, anziché sul canapè prescritto dal libretto.
Per una sorta di bizzarra par condicio anche Mario Cavaradossi, impersonato dal tenore Martin Muehle, si ritrova a intonare ‘E lucevan le stelle’ accasciato al suolo in posizione pressoché orizzontale. Il cantante tedesco-brasiliano ricopre il ruolo di pendant maschile di Tosca con intensità espressiva e fluidità di accenti, preferendo puntare, in maniera chiara fin dal primo importante momento di ‘Recondita armonia’, più sulla ricerca del declamato drammatico che sulla forza del canto spiegato, con riuscita apprezzabile nei passaggi di transizione, un poco penalizzato da una dizione italiana non perfetta.
Collaudato in una parte che potrebbe interpretare ad occhi chiusi, Roberto Frontali, alla soglia dei settant’anni, dà vita a uno Scarpia che è tuttora un modello per colleghi più giovani e dotati di timbro più fresco. Frontali è un baritono la cui raffinata tecnica non solo è rimasta intatta ma si è perfezionata col tempo e dimostra, in uno dei ‘cattivi’ più temibili dell’intera storia dell’opera, una facilità di esecuzione e una capacità di intonazione della parola che gli consentono di mettere a segno a colpo sicuro il giusto accento di ogni frase, accoppiata a un’abilità navigata nel rendere significativo e privo di ambiguità il minimo gesto scenico.
Di buon livello sono i comprimari chiamati a raccolta, dal trio di baritoni di Matteo Torcaso (un sagrestano), Eduardo Martinec (Sciarra) e Roberto Calamo (un carceriere) allo Spoletta del tenore Cristiano Olivieri. Menzione speciale si meritano il basso macedone Igor Durlovski che, limitatamente all’unico atto (il primo) che lo vede impegnato, tratteggia un Cesare Angelotti passionale e vocalmente agguerrito, e la voce bianca di Francesco Bogino che ha invece il proprio momento di gloria in apertura del terzo atto quando compare da solo nell’intonare lo stornello del pastore.
Ottima, infine, la performance del coro e del coro di voci bianche, guidati nell’ordine da Gea Garatti Ansini e da Claudio Fenoglio in una parte tra quelle di maggior complessità uscite dalla penna di Puccini.
Platea affollata, molti giovani e lunghe ovazioni per una chiusura di stagione con una Tosca senza dubbio spettacolare, non priva di debolezze e criticità, ma con la conferma della vitalità e dell’entusiasmo che il teatro d’opera, dato per morto troppe volte, riesce ancora a suscitare in pieno XXI secolo.
Leggi anche
Torino, Andrea Chénier, 22-28/06/2025
