L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Senza pioggia e senza lacrime

di Irina Sorokina

Il pubblico apprezza la ripresa di Aida nel progetto visivo di Stefano Poda; la serata è retta principalmente dalla concertazione di Daniel Oren e dall'Amonasro di Amartuvshin Enkhbat.

VERONA, 19 giugno 2026 - Tre anni fa, il debutto veronese dell’Aida verdiana firmata Stefano Poda (nei ruoli di scenografo, regista, costumista, light designer etc) fu segnata da condizioni atmosferiche sfavorevoli e le grandiose scenografie, tra cui una grande mano che saliva e scendeva, subirono “l’attacco” del maltempo. La recensione della nuova produzione segnata da mania di grandezza e molte cose non subito comprensibili venne intitolata Lacrime nella pioggia. Nella serata del ritorno del kolossal nel 2026 non ci sono state né la pioggia, né le lacrime, ma il bel tempo e gli applausi generosi per la creatura del regista trentino: la messa in scena di dubbio gusto si è insediata nell’anfiteatro veronese ormai.

Un riconoscimento speciale va a Daniel Oren, il più “areniano” dei direttori, su cui il tempo sembra non avere nessun potere. Guida l’orchestra areniana con sicurezza e accuratezza che non hanno paragoni, parte bene e finisce meglio. Nel Preludio ottiene dai professori sonorità raffinate e punta su forti contrasti. In seguito, grazie alla sua bacchetta che ricorda centinaia di recite dell’opera verdiana, l’esecuzione dell’opera sacra per l’anfiteatro veronese scorre con energia e precisione, senza una minima sbavatura.

Nei ruoli principali si rivedono e riascoltano gli artisti di un anno fa, a differenza del mezzosoprano; l’anno scorso i panni di Amneris sono stati indossati dalla polacca Agnieszka Rehlis e quest’anno dalla francese Clémentine Margaine, mentre i ruoli di Aida, Radames e Amonasro sono stati affidati al soprano italo uruguaiano Maria José Siri, al tenore azero Yusif Eyvazov e al baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat.

Ecco, appunto, lui, Enkhbat. La qualità della sua prestazione ci “costringe” a iniziare il racconto del cast proprio da lui. La voce è formidabile per la bellezza del timbro (Toscanini avrebbe detto “alla maniera antica”), la dizione è chiara, l’atteggiamento in scena dignitoso; nella gara vocale del duetto col soprano del terzo atto vincitore è lui. Maria José Siri (senza il black face), pur in possesso di uno strumento importante, esegue tutte le note scritte da Verdi correttamente, ma rivela poco temperamento nella recitazione e risulta macchinosa nel canto, più una walkiria che “il fiore del Nilo”; la sua interpretazione non ha un’impronta personale ben definita. La complicata romanza che per volere di Verdi va eseguita all’inizio dell’opera pone qualche difficoltà a Yusif Eyvasov, la linea del canto non è certo carezzevole e il perfido si bemolle lontano dalla perfezione. Per un attimo un dubbio su come si sarebbe svolta la recita sfiora non poche persone, ma il tenore azero riesce a prendere in mano la situazione e strada facendo la sua prestazione migliora decisamente. La grande voce di Cleméntine Margaine, più contralto che mezzosoprano, nei panni d’Amneris risulta pesante e poco omogenea; ne soffre parecchio la scena del giudizio.

Simon Lim, Ramfis, ha voce ben sonora e atteggiamento fiero, Abramo Rosalen è un Re collaudato, Carlo Bosi e Francesca Maionchi vantano grande esperienza nei ruoli del Messaggero e della Gran sacerdotessa e risultano perfetti.

In una calda serata veronese l’anfiteatro è pieno di gente che apprezza molto quest’Aida e non risparmia le mani per applaudirla. E, oltre agli artisti, è un dovere applaudire il coro dell’Arena di Verona diretto da Roberto Gabbiani, la compagnia di ballo coordinata da Gaetano Bouy Petrosino e i bravissimi tecnici che si occupano della gestione della mano gigantesca e di tutto il resto dei “trucchi” inventati da Stefano Poda.

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